AAS 43 (1951), p. 846
sottrarsi sempre e deliberatamente, senza un grave motivo, al suo primario
dovere, sarebbe un peccare contro il senso stesso della vita coniugale.
Da quella prestazione positiva obbligatoria possono esimere, anche
per lungo tempo, anzi per l'intera durata del matrimonio, seri motivi,
come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta « indicazione »
medica, eugenica, economica e sociale. Da ciò consegue che l'osservanza
dei tempi infecondi può essere lecita sotto l'aspetto morale ; e nelle condizioni
menzionate è realmente tale. Se però non vi sono, secondo un
giudizio ragionevole ed equo, simili gravi ragioni personali o derivanti
dalle circostanze esteriori, la volontà di evitare abitualmente la fecondità
della loro unione, pur continuando a soddisfare pienamente ]a loro
sensualità, non può derivare che da un falso apprezzamento della vita
e da motivi estranei alle rette norme etiche.
Ora però voi insisterete forse osservando che nell'esercizio della vostra
professione vi trovate talvolta dinanzi a casi assai delicati, in cui,
cioè, non si può esigere di correre il rischio della maternità, la quale
anzi deve essere assolutamente evitata, ed in cui d'altra parte, l'osservanza
dei periodi agenesici, o non dà sufficiente sicurezza, ovvero deve
essere scartata per altri motivi. E allora domandate come si possa ancora
parlare di un apostolato al servizio della maternità.
Se, a vostro sicuro e sperimentato giudizio, le condizioni richiedono
assolutamente un « no », cioè l'esclusione della maternità, sarebbe un
errore e un torto d'imporre o di consigliare un « sì ». Si tratta qui, invero,
di fatti concreti, e quindi di una questione non teologica, ma medica;
essa è dunque di vostra competenza. Però in tali casi i coniugi
non domandano da voi una risposta medica, necessariamente negativa,
ma l'approvazione di una « tecnica » dell'attività coniugale assicurata
contro il rischio della maternità. Ed ecco che siete così di nuovo chiamate
ad esercitare il vostro apostolato, in quanto non lasciate alcun
dubbio che anche in questi casi estremi ogni manovra preventiva e ogni
diretto attentato alla vita e allo sviluppo del germe è in coscienza proibito
ed escluso, e che una sola via rimane aperta, vale a dire quella
dell'astinenza da ogni attuazione completa della facoltà naturale. Qui
il vostro apostolato vi obbliga ad avere un giudizio chiaro e sicuro e
una calma fermezza.
Ma si obietterà che una simile astinenza è impossibile, che un tale
eroismo è inattuabile. Questa obiezione voi oggi la sentirete, voi la leggerete
dappertutto, anche da parte di chi, per dovere e per competenza,
dovrebbe essere in grado di giudicare ben diversamente. E si adduce a
dovere, sarebbe un peccare contro il senso stesso della vita coniugale.
Da quella prestazione positiva obbligatoria possono esimere, anche
per lungo tempo, anzi per l'intera durata del matrimonio, seri motivi,
come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta « indicazione »
medica, eugenica, economica e sociale. Da ciò consegue che l'osservanza
dei tempi infecondi può essere lecita sotto l'aspetto morale ; e nelle condizioni
menzionate è realmente tale. Se però non vi sono, secondo un
giudizio ragionevole ed equo, simili gravi ragioni personali o derivanti
dalle circostanze esteriori, la volontà di evitare abitualmente la fecondità
della loro unione, pur continuando a soddisfare pienamente ]a loro
sensualità, non può derivare che da un falso apprezzamento della vita
e da motivi estranei alle rette norme etiche.
Ora però voi insisterete forse osservando che nell'esercizio della vostra
professione vi trovate talvolta dinanzi a casi assai delicati, in cui,
cioè, non si può esigere di correre il rischio della maternità, la quale
anzi deve essere assolutamente evitata, ed in cui d'altra parte, l'osservanza
dei periodi agenesici, o non dà sufficiente sicurezza, ovvero deve
essere scartata per altri motivi. E allora domandate come si possa ancora
parlare di un apostolato al servizio della maternità.
Se, a vostro sicuro e sperimentato giudizio, le condizioni richiedono
assolutamente un « no », cioè l'esclusione della maternità, sarebbe un
errore e un torto d'imporre o di consigliare un « sì ». Si tratta qui, invero,
di fatti concreti, e quindi di una questione non teologica, ma medica;
essa è dunque di vostra competenza. Però in tali casi i coniugi
non domandano da voi una risposta medica, necessariamente negativa,
ma l'approvazione di una « tecnica » dell'attività coniugale assicurata
contro il rischio della maternità. Ed ecco che siete così di nuovo chiamate
ad esercitare il vostro apostolato, in quanto non lasciate alcun
dubbio che anche in questi casi estremi ogni manovra preventiva e ogni
diretto attentato alla vita e allo sviluppo del germe è in coscienza proibito
ed escluso, e che una sola via rimane aperta, vale a dire quella
dell'astinenza da ogni attuazione completa della facoltà naturale. Qui
il vostro apostolato vi obbliga ad avere un giudizio chiaro e sicuro e
una calma fermezza.
Ma si obietterà che una simile astinenza è impossibile, che un tale
eroismo è inattuabile. Questa obiezione voi oggi la sentirete, voi la leggerete
dappertutto, anche da parte di chi, per dovere e per competenza,
dovrebbe essere in grado di giudicare ben diversamente. E si adduce a