AD METALLA

AD METALLA. - La condanna ai lavori forzati nelle miniere a. m. era, dopo quella di morte, la pena più grave, detta perciò proxima morti (Dig. XLVIII, 19, 28). Sconosciuta nella repubblica, venne introdotta da Tiberio nel 23 d. C. per punire plebei e schiavi rei di delitti contro lo Stato o per reati comuni, senza limiti di età o di sesso; in seguito applicata spesso contro i cristiani.

Era, in genere, pena perpetua, ma se nella sentenza non era stato dichiarato, si riteneva come condanna decennale (Dig. XLVIII, 19, 22). L'uomo libero perdeva la libertà passando in proprietà dello Stato, schiavo della sua pena, serous poenae (Dig. XXVIII, 1, 8, 4). La pena era preceduta dalla flagellazione; i condannati venivano marcati a fuoco, col capo raso a metà (semitonsi, Cipriano Ep. 76, 2), incatenati (compedes), coi piedi tenuti da traverse (traversaria), costretti a dormire sulla terra nuda, con vitto e vestiario insufficienti. Tra la condanna a. m. e quella in opus metallum non esisteva altra differenza che nelle catene, meno pesanti nel secondo caso. Le donne venivano in genere adibite a lavori accessori al servizio delle miniere: in ministerio metallicorum o nelle saline; conservavano la cittadinanza se condannate a tempo.

Dionigi, vescovo di Corinto, scrive nel 170 al papa Sotero (166-75) ringraziandolo perché la Comunità di Roma « fornisce il sostentamento ai fratelli che gemono nelle miniere; per questa liberalità che usasse fino dai primi tempi voi siete rimasti fedeli ad una tradizione ereditata dai vostri padri romani, che il vostro degno vescovo Sotero ha non solo confermata, ma aumentata e rinvigorita » (Eusebio, Hist. Eccl., IV, 23, 10). Anche Tertulliano attesta che si soccorrevano i cristiani condannati nelle miniere: si quis in metallis, dumtaxat ex causa Dei sectae (Apol., 30). Sotto l'imperatore Commodo (176-92) lavorava nelle miniere di Sardegna un gruppo di cristiani, per i quali Marcia ottenne dall'imperatore la grazia; tra questi fu Callisto (Ippolito, Philosophumena, IX, 2: PG 16, 3). Ad una schiera di vescovi, diaconi e fedeli africani, condannati nelle miniere nel 257 « in metallis constitutis... martyribus Dei Patris » il vescovo di Cartagine s. Cipriano inviò cospicui soccorsi raccolti tra i fedeli della sua comunità (Cipriano, Ep. 77: PL 4, 427 sgg.). I condannati risposero con tre lettere conservateci nella raccolta delle epistole di s. Cipriano (Ep. 78-80: ibid., 434-36). Le miniere potevano essere di marmi o di metalli, ecc. in Sardegna, Grecia, Africa, Egitto, Palestina, dove, specie nelle cave di rame di Phaenos, i lavori di estrazione erano particolarmente penosi (Eusebio, De Martyrib. Palestinae, VII-VIII: PG 20, 1481 sgg.). Nella liturgia ambrosiana si conserva una oratio pro fratribus in metallis constitutis; nel Messale Gothicum si prega pro fratribus et sororibus in metallis deputatis.

BIBL.: G. B. De Rossi, Dei Cristiani condannati alle cave dei marmi nei secoli delle persecuzioni, in Bull. d'Arch. Christ., 1ª serie, 6 (1868), p. 24; H. Leclercq, s. V. in DACL, I, coll. 467-74. Enrico Josi
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“AD METALLA.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 207. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/ad-metalla.