AHURAMAZDĀ

AHURAMAZDĀ. - È il nome della divinità suprema nella dottrina di Zarathustra (in epoca recente trascritto Ormazd), donde la religione trae il nome di mazdea. Il termine significa «Saggio Signore». Nella l'antica Avesta la divinità è designata ora con Ahura, ora con Mazda, ora con Mazda Ahura; invece nell'iscrizione di Dario I a Behistun appare sempre quale composto fisso Ahuramazda, e tale rimase anche in seguito.

Dal nome stesso si rileva che gli attributi specifici, che Zarathustra dà alla divinità, sono la signoria e la saggezza. Nell'antica dottrina si afferma esplicita mente ch'egli crea tutto, anche le tenebre, e non vi è alcun accenno ad una creazione da parte di un suo competitore. Cielo, terra, piante, acqua, venti e nuvole ecc. sono sua opera; e l'uomo è ugualmente da lui creato. Oltre ad essere creatore, è anche legislatore, sia nel mondo fisico, dando leggi al cosmo, determinando il corso degli astri, le fasi della luna, il successo del giorno e della notte, l'avvicendarsi delle stagioni ecc., sia nel mondo morale, elargendo le doti morali, la rettitudine, la docilità, la giusta autorità, la benevolenza, stabilendo i doveri morali e vigilando sulla loro osservanza. Tale è la dottrina, che appare nel Yasna 44.

Dimora nella luce in alto, e manifesta la sua saggezza nel conoscere gli interni movimenti degli animi del veritiero e del mendace; al suo aiuto si attribuisce il trionfo sulla menzogna, termine che designa il male. È il giudice supremo, il quale distribuisce alla fine le ricompense secondo i meriti. Dalla descrizione della divinità nell'antica dottrina è assente ogni traccia di concezione mitologica o naturistica.

Tale dottrina è il risultato di una riforma. Volutamente e con inesorabile conseguenza Zarathustra volle abolire l'antico politeismo, sostituendolo con la dottrina di un solo Dio. Le antiche divinità, salvo uno o due vaghi accenni, vengono ignorate e passano sotto silenzio, anzi sono degradate al rango di diavoli, e designate con il termine generico di daeva, che per sé significa «dio» e veniva dai politeisti attribuito alle loro divinità, mentre nella dottrina di Zarathustra equivale a «demonio».

Il culto verso la divinità consiste nella preghiera e nelle opere di bene; nel ben pensare, nel ben parare, nel ben operare. Il riformatore combatte ed abolisce ogni sacrificio cruento e persino il rito dello haoma, diffusissimo tra gli Irani, come presso gli Indi.

Pur avendo attribuito alla divinità gli attributi di creatore, legislatore e vindice delle azioni umane, Zarathustra non arrivò alla concezione della onnipotenza di Dio. La ragione è da ricercarsi in una dottrina dualistica, che appare in altri inni antichi; ammettendosi quindi anche un principio del male, indipendente da quello del bene, l'opera di questo è intralciata e limitata in questo mondo da quella del primo (v. ARIMAN).

La concezione monoteistica e quella dualistica, che si contrastano, sono entrambe dovute allo stesso autore, Zarathustra, o a diversi autori? La soluzione di questo quesito dipende dal fatto che gli antichi inni, compresi quelli che insegnano il dualismo, sono tutti di Zarathustra, o se invece ce ne siano anche di altri autori. Ma questa questione non può essere risolta con gli elementi che si hanno. Ad ogni modo appare nella dottrina antica un'evoluzione dalla concezione monoteistica verso quella dualistica, dovuta forse alla preoccupazione di spiegare l'origine del male. Il dualismo però non è così sviluppato come lo sarà in seguito, e allo spirito cattivo non si attribuisce alcuna creazione.

Ma abbiamo veramente una religione nella dottrina dell'antica Avesta, o piuttosto una dottrina filosofica? La esposizione astratta e dottrinale, concisa e pullulante di termini tecnici; la mancanza quasi totale di ogni accenno al culto, alla classe sacerdotale, ai templi o festività solenni induce a pensare che si tratti piuttosto di dottrina che di religione. Tale fu l'impressione che ne ebbero i Greci, tra i quali Eudoss, che la definisce «setta filosofica illusissima e utilissima» (Plinio, Hist. nat., XXX, 3). Il fatto poi che tra i Greci quelli che si occupano della dottrina di Zarathustra siano filosofi come, oltre Eudoss, Ermodoro, Aristotele, Teopompo ed altri conduce alla stessa convinzione. Essa era destinata nella sua parte dottrinale ad un piccolo numero di iniziati, costituito da Magi, mentre la parte etica e sociale della dottrina si prestava ad una più larga diffusione. Ad ogni modo non si ha documento alcuno che provi essere la dottrina dell'antica Avesta divenuta religione di popolo.

Dario I nelle sue iscrizioni non è monoteista: egli esalta A. «che creò questa terra, che creò il cielo, che creò l'abbandanza per gli uomini» però tale divinità non è l'unica ma la più grande. Resta attaccato agli dèi della sua casa, si lascia scolpire sulle pareti del tempio di Hibi in Egitto quale devoto di Ammone, e in un messaggio a Gadata parla dei buoni rapporti della sua casa con Apollo.

Nell'Avesta recente poi si scorge come l'antico politeismo, combattuto da Zarathustra, abbia conquistato un posto incontrastato. A. resta ancora, ma accanto a lui si trova tutta la vasta folla delle divinità antiche, con le mitiche leggende popolari. Il culto costituisce il perno fondamentale della religione, con i sacrifici cruenti e con la libazione e l'offerta dello haoma. La classe sacerdotale è sviluppata in ben ordinata gerarchia. Abbandono le solennità. Il dualismo poi è portato alle ultime conseguenze, e ai due principi si attribuisce non solo un'azione indipendente, ma anche una creazione propria. Quello poi che ci racconta Erodoto sulla religione dei Persiani mostra ugualmente che tra di loro vigeva il politeismo.

Bibl.: W. Jackson, Die iranische Religion, in Grundris der Iran. Philologie, II, Strasburgo 1904, p. 626 sgg.; G. Messina, Ursprung der Magier, Roma 1930, p. 92 sgg.; id., I Magi a Betlemm. Roma 1933, p. 16 sgg. Giuseppe Messina