ALLELUIA. - Acclamazione religiosa ebraica («Lodate il Signore»), passata nella liturgia cristiana.
1. NELLA BIBBIA
L'espressione Hallēlā-Jāh si compone di due parole: hallēlā, imperativo di hillēl « lodare » (con senso di giubilo), e Jāh, abbreviazione di Jahweh (il Signore). Le versioni l'hanno conservata nella forma originale (Settanta: 'Αλληλούζα; Volgata: Alleluia).Ricorre negli ultimi due libri del Salterio, all'inizio o alla fine dei salmi. Nel testo ebraico otto salmi (106, 113, 135, 146-50) hanno doppio a., iniziale e finale; due salmi (111 e 112) solo all'inizio; e cinque (104, 105, 115-17) solo alla fine. Nei Settanta, secondo il codice Alessandrino, si ha soltanto l'a. iniziale; però secondo i codici Vaticano e Sinaitico l'ultimo salmo (150) ha anche quello finale. La Volgata segue i Settanta, ma ha doppio a. negli ultimi quattro salmi (147-50). S. Agostino chiama alleluiatici i salmi con l'a. (In Ps. 105, n. 1; PL 37, 1404). I salmi preceduti da a. nei Settanta e nella Volgata sono venti (104-106; 110-18; 134, 135, 145-50): cf. Cassiodoro, In Ps. 105; PL 70, 753.
Ha valore di piccola dossologia (cf. Ps. 106, 48 ebr.): il breve salmo 117 (Volg. 116) ne costituisce una specie di commento. Nei salmi 135, 3 e 147, 1 (ebr.) appartiene al testo del carme, giustamente tradotto nelle Versioni (Settanta: Αἰνεῖτε τὸν Κύριον; Volgata: Laudate Dominum). Negli altri casi l'a. è pura aggiunta liturgica, con carattere antifonico: probabilmente indica - più che l'argomento (cf. Cassiodoro, In Ps. 104; PL 70, 742) - la destinazione sacra dei salmi stessi. Una allusione a tale liturgia solenne del Tempio si può vedere in Apoc. 19, 1-6.
Ben presto assunse il carattere di acclamazione festiva, quale sintesi del sentimento religioso del popolo eletto (cf. Tob. 13, 22 [gr. 18]), in cui l'a. è dato come canto trionfale della nuova Gerusalemme; così in Apoc. 19, 1-6; cf. anche l'apocr. III Macc. 7, 13, dove tutto il popolo grida a.). Si considerò quindi, sia come canto corale (cf.
Ps. 106, 48 ebr.) - specie quale ritornello nei Salmi alleluiatici - sia come canto del solista: e in questo caso doveva avere una melodia più fiorita.
Fuori dei salmi, solo in Tob. 12, 22 e Apoc. 19, 1-6 ricorre nella Bibbia. Tuttavia cf. I Par. 16, 36, ove sembrerebbe sia stato David a introdurre nella liturgia la duplice acclamazione: Amen, Alleluia. - V. AMEN; HALLEL.
2. NELLA LITURGIA
È molto probabile che l'acclamazione ebraica fosse già introdotta nella liturgia cristiana primitiva. Se ne trova un'eco nelle visioni dell'Apocalisse di Giovanni (19, 4) e nelle Odi di Salomone della metà del sec. II, che terminano quasi tutte con a. In tal caso noi potremmo ritenere che essa sia passata alla Chiesa non solo come formola liturgica, ma anche come melodia. Il inbilus, cioè il canto mel'-smatico, che è soprattutto caratteristico delle melodie alleluiatiche, e del quale parlano con tanta commozione i Padri del secc. IV e V (Agostino, in Ps. 99; in Ps. 32; Girolamo, in Ps. 32; Cassiodoro, in Ps. 104), deve considerarsi nella sostanza come un legato musicale della Sinagoga. Al tempo di s. Agostino, l'a. era diventato il canto popolare dei fedeli. A Betlemme, nel monastero fondato da s. Paola, le vergini erano chiamate agli atti comuni con l'a.; gli agricoltori con esso guidavano l'aratro; i barcaioli ne facevano risonare le spiagge (Sidonio Apollinare, Ep. 10); perfino i soldati, nella guerra contro i Sassoni e i Picti (verso il 440) al grido dell'a. misero in fuga i nemici (Beda, Hist. eccl., I, 20). L'a. era ritenuto come una parola santa che infonde conforto nelle pene dell'esilio terreno: « ad solatium viatici dicimus Alleluia » (Agostino).Nel campo strettamente liturgico l'a. fu scelto ben presto come espressione rituale del giubilo cristiano che prorompe nella solennità della Pasqua e da questa si riverbera su tutte le altre feste dell'anno. Un papiro di Fajum, che ci informa sugli usi della Chiesa alessandrina nel sec. III, ce ne fornisce una prova. Roma in origine dovette adottare l'a. dapprima per la festa e l'ottava di Pasqua; poi, al tempo di papa Damaso (366-84), lo estese a tutta la quinquagesima pasquale (il tempo da Pasqua a Pentecoste): ciò che diè motivo alle diatribe di Vigilanzio. A quest'epoca però erano molte le chiese, a detta di s. Agostino (Ep. 55, 17), che cantavano l'a. anche fuori del tempo pasquale. « Ut alleluia per illos solos dies quinquaginta in ecclesia cantatur, non usquequque observatur. Nam et aliis diebus varie cantatur alibi atque alibi; ipsis autem diebus (cioè nei 50 giorni del tempo pasquale) ubique ». Più tardi, anche la Chiesa romana sotto s. Gregorio (m. nel 604) finì per uniformarsi all'uso comune e introdusse l'a. in tutte le messe dell'anno, escluso il tempo di Quaresima e l'ufficiatura dei morti. S. Gregorio, scrivendo a Giovanni di Siracusa di questa sua innovazione, accenna ad una voluta differenza con la Chiesa greca, che egli ha eliminato. Quale essa fosse non sappiamo. È certo tuttavia che i Bizantini ammettevano l'a. anche in Quaresima e nella liturgia mortuaria. L'a. del resto, nel concetto della Chiesa antica, era bensì un'espressione di letizia, ma tutta spirituale, che si conciliava benissimo con la morte, il giorno natalizio dell'anima cristiana alla vita beata. Roma infatti, con tutte le liturgie antiche sia orientali che occidentali, ebbe un tempo consuetudine di cantare l'a.
nei riti esequiali : s. Girolamo lo attesta espressamente (Ep. 77).
La liturgia latina sin dall'alto medioevo, prima di smettere l'a. alla vigilia di settuagesima, usò dargli quasi un addio con un'antifona od anche un ufficio alleluiatico, nel quale l'a. era ripetuto innumerevoli volte. Attualmente ci si contenta di aggiungerlo due volte al Benedicamus Domino del Vespro. Quando poi nella Messa della notte di Pasqua, dopo la lettura dell'Epistola, l'a. ritorna trionfalmente, cantato tre volte dal celebrante e dal coro, esso è annunciato così : Admonitio vobis, reverendissime Pater, gaudium magnum, quod est Alleluia !