AMESA SPENTA. — Sotto il nome persiano di A. è inteso un gruppo di entità, che appaiono di fre-
quente or l’una or l’altra or parecchie insieme in quasi ogni strofa degli inni dell’antica Avesta. Il termine stesso A., la cui prima parte amea signifca «immortale» e la seconda spenta probabilmente «benefico», quindi «benefici immortali», non appare nelle Gathâ ma si trova la prima volta in una composizione a sette capitoli (Yasma, 39, 3), la quale per lingua e contenuto sta ad esse molto vicina.
Gli A. costituiscono uno dei perni fondamentali del sistema di Zarathustra e una delle parti più originali della sua dottrina. Si enumerano tra gli A. le seguenti figure: Aśa valiśta «l’ottima rettitudine», Vohu manah «il ben pensare» ossia l’equità, Xśathra vairya «il regno desiderabile», Spenta ärmaiti «la benefica docilità», Haurvatât «l’integrità», Ameretât «l’immortalità». Sono quindi sei forze; e ugualmente i Greci ne conoscono sei, come appare da Plutarco (De Is. et Os., 47), che toglie le sue notizie probabilmente da Teopompo, e chiama tali forze dèi. Il numero sette, di cui del resto non si parla esplicitamente nell’Avesta antica, viene ottenuto aggiungendo al gruppo Ahu-ramazdâh o talvolta Sraośa; ma questo numero non resta costante perché altre figure vengono talvolta annesse.
Sono creature di Ahuramazdâh (v.), il quale di alcune di esse è chiamato anche padre; quanto alla loro natura alcuni vedono negli A. esseri divini o astrazioni etiche divinizzate e personificate, altri invece semplici attributi o aspetti dell’unica divinità, parti essenziali del suo essere; ma poiché le sei forze vengono attribuite sia alla divinità sia all’uomo, bisogna tener presente questo doppio aspetto e vedere in esse proprietà della divinità, con cui governa il mondo, distribuisce grazie e aiuti, la ricompensa o il castigo finale ecc. e nello stesso tempo qualità dei fedeli che li fanno capaci di operare il bene. Ricorrono il più delle volte in caso strumentale, volendo indicare il mezzo o lo strumento con cui la divinità e i fedeli agiscono; e appaiono anche personificate.
Nell’Avesta recente le sei forze appaiono senz’altro come divinità, ma hanno però completamente perduta l’importanza ch’esse avevano nell’antica dottrina; e sono poste in relazione con diversi elementi del mondo, di cui è ad esse affidata la cura e la protezione: ad Aśa il fuoco, a Vohu manah gli animali, a Xśathra i metalli, ad Ärmaiti la terra, ad Haurvatât l’acqua e ad Ameretât le piante. Di queste relazioni con gli elementi si hanno accenni anche nell’antica Avesta (cf. Yasma, 51, 7; 47, 3). Quale dei due aspetti sia primitivo negli A., se quello spirituale o quello fisico, non è possibile decidere; certo è che nell’antica Avesta il lato etico e morale domina quasi incontrastato. La traduzione di alcuni nomi degli A. viene discussa ancora oggi; né riesce sempre agevole darne in altra lingua il corrispondente con un solo termine, designando nell’Avesta antica nozioni non univoche ma complesse. Inoltre le funzioni, ad essi attribuite nel sistema di Zarathustra, non sono distinte con tale precisione da permettere di fissare i contorni spiccati e precisi della loro attività. Deriva ciò dall’essere il sistema piuttosto abbozzato che finito, o forse dal piccolo numero degli inni pervenuti?
Aśa corrisponde all’indiano yta, che ha il significato di diritto, ordine del mondo in quanto conforme a una norma di diritto. Nell’Avesta, Aśa non si applica al mondo materiale se non raramente (Yasma, 44, 3 è probabilmente, secondo il contesto, da tradursi «ordine del mondo»); il più delle volte invece si attribuisce alla divinità e agli uomini; è una proprietà dell’azione di Ahuramazdâh, e una qualità, da cui devono essere messi gli uomini nel loro operare. Alcuni la traducono «verità», altri invece «giustizia, diritto». Anche gli autori antichi oscillano tra le due nozioni; e mentre Plutarco (De Is. et Os., 47) e io scrittore arabo Biruni (Chron., 219, V. 204; ed. E. Sachau) rendono «verità», Filone di Biblo (in Eusebio, Praep. ev., I, 10, 42; ed. Th. Gaisford) traduce «giustizia». Difatti le due nozioni di verità e di giustizia sono incluse nel termine aśa; si può solo discutere quale sia la prevalente e dia la tonalità. Ma poiché tutta la tradizione dei libri posteriori mazdei e anche le lingue non iraniche, in cui la parola è penetrata, l’intendono come «giustizia», crediamo che questo sia il significato prevalente. Essa però nel sistema di Zarathustra non designa una norma esclusivamente oggettiva, bensì una qualità morale, una disposizione abituale del pensiero, della volontà e dell’azione, conforme alla norma retta. Il termine italiano, che renderebbe più adeguatamente le complesse sfumature, è «rettitudine», cioè la conformità del pensiero e del volere alle norme del vero, la verità nell’operare. Traducendo in tal modo si terrebbe conto delle due nozioni di giustizia e verità che si trovano nel termine avestico. Questo A. è il primo e il più importante nella dottrina mazdea; e come costituisce la proprietà essenziale di Ahuramazdâh, così dev’essere la disposizione fondamentale di colui che segue la sua dottrina; per questo il fedele mazdeo viene senz’altro chiamato «colui che ha la rettitudine, il retto, il giusto».
Vohu manah significa «buon pensiero», meglio «il ben pensare o sentire», e indica una disposizione non semplicemente intellettiva, ma soprattutto volitiva. Plutarco ne tramanda esattamente il significato traducendo la «benevolenza». Dopo Aśa è la forza più importante nella dottrina di Zarathustra, anzi nella tradizione posteriore alle Gathâ essa piglia senz’altro il primo posto, e così anche in Plutarco e Filone di Biblo (loc. cit.). La differenza tra questa entità e la precedente sembrerebbe consistere soprattutto in questo: mentre la «rettitudine» guarda alle norme del giusto e del vero, il «ben pensare», o sentire «guarda soprattutto alle norme dell’equità»; tra la prima e la seconda si ha in certo modo la stessa differenza, che si riscontra tra giustizia ed equità. La sua funzione è tra le più importanti: al «ben sentire» si attribuisce soprattutto l’estensione del dominio di Ahuramazdâh e l’accrescimento della sua potenza, ad esso ugualmente il successo della missione del suo inviato, Zarathustra, e l’incremento ed il benessere e la prosperità della società umana. Esso appare anche come il veicolo, attraverso il quale la divinità trasmette le sue leggi e le sue norme.
Xśathra ha doppio significato e indica talvolta la «sovranità» o semplicemente «autorità» e talvolta il territorio in cui essa si esercita, il «regno». Nel primo senso si attribuisce alla divinità e anche all’uomo, ad es. al capo della società, della tribù o della casa. La somma autorità spetta ad Ahuramazdâh, e nel suo modo di esprimersi Zarathustra lo fa sempre accompagnare dalla sovranità, e per mezzo di essa lo fa operare e parlare. Con la sua «sovranità» la divinità elargisce ai buoni la ricompensa, per mezzo di essa darà alla fine una forma meravigliosa al mondo. Ma l’autorità spetta anche ai capi della società umana nelle sue varie gradazioni, ed essa deve avere come caratteristica «forza con rettitudine e dominio con ben sentire (equità)». Quando il termine è usato nel senso di «regno», si intende prevalentemente il regno
futuro, quello che sarà stabilito alla fine del mondo dopo la sconfitta definitiva del male: è il regno beato «dalla lunga durata», splendente e sfolgorante al pari del sole, adornato di magnifiche luci da Ahura-mazdah stesso; il dominio della rettitudine e del ben sentire, dove la parola della divinità avrà pieno ed incontra-stato valore. I suoi abitanti si ciberanno di integrità e berranno l'immortalità, e avranno benessere e forza sempiterna. L'idea di un regno di Dio sulla terra, quale appare nel Vecchio Testamento, composto da un popolo eletto, con territorio proprio e sotto il reggio-mento diretto di Dio (teocrazia) è assente dalla dot-trina di Zarathustra, per quanto si siano fatti tentativi di ritrovarvela.
Amaiti è «docilità», la qualità con cui si deve ri-spondere all'autorità di Ahura-mazdah e ad ogni ter-rena autorità, fondata su rettitudine e ben sentire. In un inno Zarathustra spiega il contrasto fra i devi da una parte e gli uomini pii, ripetendone l'origine dal fatto che i primi sono stati ribelli all'autorità della divinità, mentre gli altri sono stati docili, hanno avuto la «docilità». E domanda la grazia che la «docilità» si diffonda presso tutti quelli che ascoltano la sua parola. Chi poi sarà animato da docilità «farà crescere la rettitudine nel mondo con i suoi pensieri, le parole ed opere»; in questo il riformatore vede lo scopo della sua missione.
D'indole diversa dai precedenti sono gli ultimi due A., i quali rappresentano una ricompensa avvenire, un dono promesso dalla divinità nella vita futura, come guiderdone delle opere di bene compiute sulla terra. Essi sono Haurvatat e Ameretat.
Haurvatat significa «integrità, interezza» e indica il cumulo dei beni, che renderanno il giusto felice dopo morte, dandogli un assoluto benessere spirituale e corporale.
Ameretat «immortalità» denota l'eterna durata della vita felice futura, che non conoscerà tramonti.
Se prescindiamo da questi due ultimi, che hanno carattere escatologico, i primi quattro A. rappresentano i cardini fondamentali di una vita religiosa e sociale ben ordinata. In essa domina un'autorità, la quale nella concezione di Zarathustra deve essere associata con la rettitudine e con il ben sentire (l'equità); ad essa deve far riscontro la docilità, cioè l'ubbidienza, con la rettitudine e l'equità. Tali sono i rapporti che hanno da legare l'uomo alla divinità nella vita spirituale, e l'uomo ai capi nelle varie specie di convivenza sociale. Quando si avrà la perfetta cooperazione dei quattro grandi pilastri: autorità, rettitudine, equità, docilità, allora la società avrà armonia e prosperità, e gli uomini in quella ben ordinata società potranno conseguire lo scopo ultimo della loro vita, sintetizzato nei due termini: integrità e immortalità.