ANASTASIO L'APOCRISARIO. - Apocrisario della Chiesa romana a Costantinopoli, da non confondersi con un altro monaco Anastasio che gli fu compagno di
martirio e che morì il 24 luglio 662. Discepolo di s. Massimo il Confessore, A. fu arrestato per ordine di Costante II, esiliato dapprima a Trebisonda (647-48), indi a Mesembria, ricondotto infine a Costantinopoli nel 662 dove, condannato da un conciliabolo, ebbe strappata la lingua e recisa la mano destra. Inviato a Thusum, ai piedi del Caucaso, vi morì martire l'11 ott. 666.
Si ha di lui una relazione del processo intentato a s. Massimo a Costantinopoli nel 654 (PG 90, 109-30), un'altra relazione dell'interrogatorio subito dallo stesso santo a Bizya nel 656 (ibid., 135-70), una lettera a Teodosio di Granga, nella quale narra le persecuzioni e le sofferenze subite da lui e da due suoi compagni, il monaco Anastasio e s. Massimo (ibid., 173-94). La lettera, che si chiude con un florilegio patristico contro il monotelismo, ci è pervenuta solo in una traduzione latina. Con molta verosimiglianza alcuni critici, tra i quali J. Stiglmayr (Byz. Zeitschr., 18[1909], pp. 14-40) attribuiscono al nostro apocrisario la compilazione patristica che ha per titolo: Doctrina Patrum de incarnatione Verbi, pubblicata da F. Diekamp (Münster in V. 1907), vera panoplia contro le eresie cristologiche. Altri però fanno il nome di Anastasio il Sinaita: così D. Serruys, in Mélanges d'Archéologie et d'Histoire, 22 (1902), p. 155 agg. e lo stesso Diekamp.