ARNALDO da BRESCIA. - N. alla fine del sec. XI o agli inizi del successivo in Brescia, si avviò alla carriera ecclesiastica, ma è dubbio se sia andato oltre gli ordini minori. Della sua giovinezza si conosce soltanto il suo viaggio a Parigi e la sua permanenza alla scuola di Abelardo, di cui divenne il discepolo più affezionato ed il difensore più caldo. Dopo il 1119 rientrò in patria e prese parte alle lotte che si agitavano nella sua città nei confronti del clero simoniaco e dell'autorità temporale del vescovo. In quel tempo le conseguenze della lotta per le investiture si facevano sentire ovunque e mettevano in agitazione non solo il clero, ma soprattutto la popolazione più bassa delle città, che faceva della questione morale un argomento di ribellione politica. A Brescia il vescovo Villani era favorevole all'antipapa Anacleto II, mentre i consoli parteggiavano per Innocenzo II; il vescovo fu sostituito da Manfredi, favorevole alla riforma, che però dopo una sommossa venne espulso dalla città. Intanto A., andato molto oltre nel suo atteggiamento anticlericale, che colpiva tutto il sistema gerarchico cattolico, fu denunziato al Papa per il suo contegno ribelle e condannato nel II Concilio Lateranense del 1139. Ritornò allora in Francia, ma qui si buttò nelle dispute vivacissime che fevavano tra Abelardo e s. Bernardo, sostenendo il primo; per questo fu condannato con lui nel Concilio di Sens e chiuso in un convento. Poco dopo poté aprire una scuola di teologia morale sulla montagna di S. Genoveffa, nella quale riprese le sue invettive contro la mondanità del clero, ma ebbe poco successo. Per opera di s. Bernardo, che chiese aiuto anche al re di Francia, fu espulso e si rifugiò in Svizzera presso i canonici agostiniani di Zurigo; godette pure per qualche tempo della protezione del vescovo di Costanza, ma poi s. Bernardo riuscì a metterlo nella debita luce, e dovette allo, tanarsi. A. aveva però un amico nel card. Guido di Castello, allora legato papale in Boemia, e poté restare con lui tranquillamente; qui conobbe Geroh di Reichersberg che lo raccomandò a Celestino II. Forse al seguito del cardinale, A. venne in Italia e verso il 1145 giunse a Roma. Le condizioni della città in quegli anni erano assai torbide, in quanto era avvenuta la renovatio senatus, la restaurazione dell'autonomia cittadina con netto carattere antipapale e col prevalere di elementi popolari. Qualche pontefice che aveva tentato di opporsi al movimento era finito malamente, altri si erano allontanati da Roma. In un primo tempo A. fu estraneo alle lotte politiche. Dopo aver abiurato i suoi errori davanti al papa Eugenio III in Viterbo, fu inviato da lui (a quanto pare) a Roma in abito di penitente per compiere un pellegrinaggio espiatorio. Poco dopo, però, la passione politica lo riprese ed egli incominciò a predicare di nuovo raccogliendo ben presto largo consenso intorno a sé. Oggetto dei suoi discorsi era ancora la sola riforma dei costumi ecclesiastici, l'invito ad una vita ascetica più conforme agli ideali evangelici. Tuttavia era fatale che si stabilisse una intesa tra i due movimenti, quello religioso di A. e quello politico del senato romano, data la loro affinità di programmi, la comunanza del nemico da combattere e l'identità dei richiami storici ai quali si rifacevano entrambi. Il punto d'incontro avvenne quando A. proclamò che gli ecclesiastici non dovevano possedere beni terreni e che questi erano tutti di proprietà dei laici e quindi del principe. L'urto tra il Pontefice ed il ribelle assunse toni di asprezza notevole: Adriano IV chiese l'espulsione di A., il senato si rifiutò impegnandosi a garantirne l'incolumità, mentre A. giurava di difendere la repubblica con la sua parola; in una sommossa un cardinale restò ferito, ed allora il Papa lanciò l'interdetto sulla città. A. dovette fuggire da Roma, ma a questo punto entrò in scena un nuovo protagonista e la sua azione fu decisiva: Federico Barbarossa, da poco saltò all'impero e profondamente convinto dei suoi doveri di difensore armato della Chiesa, fu ben lieto di fare cosa grata al Papa, col quale invece aveva molti altri motivi di contrasto. In tal modo A. fu raggiunto dai partigiani del Barbarossa, e consegnato al prefetto della città Pietro, che lo condannò a morte; è molto probabile che sia stato impiccato e poi arso. Le sue ceneri vennero gettate nel Tevere perché non divenissero oggetto di venerazione da parte dei seguaci numerosi e convinti che ancora rimasero in Roma dopo la sua morte.
È stato giustamente osservato che le critiche di A. contro il clero mondano non sono più severe e violente di quelle di un s. Pier Damiani e che, in definitiva, egli e il suo grande avversario s. Bernardo combattevano gli stessi vizi in forme apparentemente simili. Eppure la differenza tra i due è veramente radicale e spiega la diversità della riuscita. Non è possibile distinguere quanto di personale vi fu nella predicazione di A. e quanto egli ripeté di concetti e aspirazioni comuni a larghi strati di popolo. Senza dubbio fu molto colto, di vivo ingegno, caldo parlatore; condusse una vita austera e seppe infondere in molti i suoi sentimenti; non scrisse nulla o ben poco.