ARVALI, *FRATELLI*. - Sodalizio religioso romano di tipo collegiale, composto di 12 membri, con a capo un *magister*; di reclutamento patrizio, con nomina di membri per cooptazione fino all’epoca imperiale, a partire dalla quale gli imperatori si riservarono la nomina (*cooptatio ex litteris*). Era dedicato al culto della dea Dia, aspetto speciale della dea Madre o Celere, e possedeva al quinto miglio della Via Campana (presso l’odierna Magliana) un santuario.
La grande festa annuale della dea durava tre giorni e cadeva alla fine di maggio. Era diretta a propiziare gli dèi, specialmente i Lari, i Semoni, Marte e la dea Dia a pro dell’agricoltura. Si conosce abbastanza bene l’attività liturgica di questo sodalizio a causa degli *Atti*, o processi verbali, purtroppo frammentari, delle loro adunanze, incisi su lapidi che restano in larga copia; i più notevoli per ampiezza sono quelli degli anni 218 e 240.
Le feste della fine di maggio erano indette anno per anno e s’iniziavano in casa del *magister* con libazioni, unzione e altri riti propiziatori. Il secondo giorno, che era il più solenne, i f. A. si recavano nel santuario sulla Via

Campana ed ivi, dopo cerimonie lustrariose preliminari: 1) immolavano una agnella grassa alla dea Dia; 2) offrivano alla Madre dei Lari alle piene di farro, gettandole per il clivo che portava al santuario; 3) tripodavano nel tempio, a porte chiuse, con le vesti suscinte e leggendo su appositi libretti, il carme celeberrimo: *Enos Lases invate*. Seguivano un banchetto e gare di corsa nel vicino ippodromo. Il terzo giorno trascorreva in casa del *magister* con un banchetto, accensione di lumi e ghirlande di fiori.
L’antichità di questo sodalizio è provata dal fatto che Romolo stesso ne era considerato il fondatore; che le divinità adorare erano tutte indigene; che la lingua del carme è arcaica, come arcaiche erano le cerimonie della sua recitazione; che vi erano osservati il *tabu* del ferro e la persistenza dell’uso di olio di rozzo impasto, che richiamano quelle delle terremare; che vi si facevano libazioni arcaiche e per la qualità (offe impastate di farina, latte e fegato) e per il modo dell’oblazione. I suoi *Atti* sono dunque documenti di prim’ordine per lo studio della antichissima liturgia romana. Gli A. nel rito vestivano la pretesta e portavano sul capo infulle bianche, sulle quali posava una corona di spighe. Il loro collegio durò fino agli ultimi anni del paganesimo.