BARETTI, GIUSEPPE. - Poligrafo, n. a Torino il 25 apr. 1719, m. a Londra il 5 maggio 1789. Ebbe a Guastalla da Carlo Cantoni la prima educazione letteraria e il gusto della poesia bernesca; a Torino fu discepolo del Tagliazucchi. Vero zingaro letterario, fece più o meno lunghi soggiorni a Parma, a Mantova, a Venezia, a Milano, dove fu ascritto ai *Trafosfrati*. Pubblicò a Venezia nel 1747-48 una infelice traduzione delle *Tragedie di P. Cornelio*; nel 50, a Torino, le sue migliori *Piacevoli poesie*, e a Milano, nello stesso anno, il *Primo cicalamento* contro il regio professore Giuseppe Bartoli, prima sua battaglia contro gli antiquari «perdigiornate». Il sequestro delle poezie non ancora diffuse di questo cicalamento fu non ultima causa della decisione, da lui presa l'anno 1900, di lasciare la patria per più libera terra. Eccolo nel 51 a Londra, ove fu addetto alla direzione del Teatro italiano, e si diede a insegnare la nostra lingua a studiare inglese, francese, spagnolo, lingue di cui s'impardoni in modo da riuscire a scrivere in esse come nella propria. Divenne amico di Samuele Johnson; e nell'arte del rapido scintillante aggressivo conversare ben presto gareggiò col maestro. Pubblicò in inglese opere didattiche e polemiche su la lingua e letteratura italiana, delle quali la più celebre è un ancora oggi apprezzato dizionario inglese-italiano (1760). Pubblicato questo, accompagnò un giovane «motto inglese» in un viaggio per il Portogallo, la Spagna, la Francia; e tornò finalmente in Italia.
A Milano si mise a scrivere una relazione del suo viaggio in forma di *Lettere familiari a suoi tre fratelli*:
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**BA
ida La frusta letteraria di G. Barctti, I. Milano 1931)
Baretti, Giuseppe - Ritratto inciso da P. Caronni.
RETTI, GIUSEPPE** - Ritratto inciso da P. Caronni.
ma, uscito il 1 tono nel '62, la pubblicazione fu sospesa per certe rimostranze del ministro del Portogallo. L'anno seguente, il B. riuscì a pubblicare a Venezia, in mezzo a molte contrarietà, il 11 tono, con il quale l'opera rimase interrotta. Tutte le numerosissime lettere odoperiche del Settecento son superate da quelle del B. non tanto per la novità dei fatti e l'acutezza dei giudizi quanto per la bellezza e vivacità della prosa. A Venezia, che era il centro più attivo del giornalismo italiano, il B. iniziò, nascondendosi sotto lo pseudonimo ben significativo di Aristarco Scannabue, il 1 ott. 1763, un periodico, tutto scritto da lui, di critica battagliera, *La Frusta letteraria*, che continuò a pubblicare ogni quindici giorni, sino al 15 sett. 1764. Propostosi di trasformare in mensile il suo periodico, ne pubblicò il 25° numero il 15 genn. 1765: dopo il quale il Governo veneto, per disfarsi del turbolento giornalista, soppresse la *Frusta*. Allora il B. ritirato a Monte Cardeto presso Ancona, protetto dal card. Acciajuoli, continuò il suo periodico, datandolo da Trento, per altri otto numeri (1 apr. - 15 luglio 1765), quasi tutti riempiti da otto violenti e rutilanti *Discorsi* contro il P. Appiano Buonafede, che, per vendicarsi di una innocua critica che Aristarco aveva fatta del suo *Saggio di commedie filosofiche*, lo aveva assalito con il *Bue pedagogo*. È questa la più famosa e scandalosa polemica del sec. XVIII. (Ne *La Frusta* è da segnalare il saggio del B. sui libri ascetici in Italia [ed. Laterza, I, Bari 1923, pp. 78-83], in cui si consiglia in tale materia stile terso ed elegante e adesione alla storia, contro l'abuso di pie narrazioni, intessute di dubbi o falsi miracoli). Lasciò il suo «nascondiglio», e, sempre vigilato dagli'inquisitori della Repubblica veneta, andò a Bologna, a Firenze, a Livorno, a Genova, donde tornò nel '66 a Londra, portando in cuore la patria amata. E quando Samuele Sharp venne fuori con certe sue lettere di viaggio (1766) calunnianti l'Italia, il B. gli fu addosso con un libro in inglese, in cui difese i costumi e la cultura italiana di quegli anni (*An account of the manners and customs of Italy*, Londra 1768). Questo libro gli dà tanta fama, che in quello stesso anno fu eletto segretario dell'Accademia di belle arti per la corrispondenza straniera. Viaggiò con la famiglia di una sua alunna per la Francia
e le Fiandre; e poi da solo, nuovamente, visitò la Spagna, dando compimento alle Lettere a' fratelli in lingua inglese (A journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain and France, Londra 1770). Il B. è giudicato per questo libro il più originale e geniale descrittore italiano della Spagna e rivelatore dell'anima e della poesia spagnola. Tornò in Italia nel '70; ma, fallitogli il tentativo di restarvi definitivamente, si restituì l'anno dopo a Londra, e non si allontanò più dall'Inghilterra. Seguitò sempre a lavorare e a stampare con lena instancabile: si cita il suo capolavoro critico, il Discours sur Shakespeare et sur Mon- sieur de Voltaire (Londra 1777), discorso d'importanza europea, nel quale esalta, in polemica col Voltaire, l'eccellenza del più grande poeta moderno; e la Scelta di lettere familiari (Londra 1779), per uso degli inglesi studiosi dell'italiano, tutte scritte da lui con nomi diversi (non trovando - ma esagerava! - lettere tollerabili d'altri) ad eccezione della prima, che è del Caro.
L'uomo, con tutti i suoi difetti, riesce assai simpatico. Schietto leale sincero, forte nelle traversie, altero nella povertà, generoso nell'agiatezza, burbero talora, ma burbero di buon cuore; esercitò onoratamente la professione del
letterato, senza curvar la schiena a principi e a meccani; e in quella età in cui ignobili avventurieri disonoravano l'Italia, tenne alto in Inghilterra il nome della patria.
Delle due lodi che si sogliono dare al B., di banditore d'idee innovatrici e di scrittore che giovò tra i primi al rinnovamento della nostra prosa, la prima è assai discutibile, innegabile è la seconda. Più che critico, fu un formidabile polemista, un terribile sgominatore dei «paladini del calamaio», un giustizier e inesorabile de' «versisciolta», de' «raccolta», degli eruditi senza spina dorsale, degli arcadi impotenti. Ma, descrittore di viaggi, versatile conoscitore di culture straniere, difensore d'Italia, polemista degno d'accapigliarsi col Voltaire, ingegno fatto d'arguto bonenso, egli ha il primato fra i nostri prosatori e poligrafi del Settecento.

