BRUNI, LEONARDO. - Storico e umanista, n. ad Arezzo ca. il 1374 (e perciò chiamato anche Leonardo Aretino); studiò con il Malpaghini e con il Crisolora, frequentando anche il circolo di Coluccio Salutati e le riunioni periodiche e le conversazioni tenute dagli umanisti di S. Spirito nel Convento agostiniano a Firenze. Dal 1405 al 1415, per la sua fama di latinista, ottenne un posto di segretario nella Curia papale;
fu quindi presente al Concilio di Costanza e raccontò in una Epistola a Niccolò Niccoli le vicende del suo viaggio da Verona alla città del Concilio. Eletto cancelleri della Signoria di Firenze nel 1417 mantenne l'ufficio sino alla morte, avvenuta l'8 marzo 1444. La salma fu incoronata d'alloro in presenza del popolo foren- tino e l'elogio fu pronunciato da Giannozzo Manetti. Sepolto in S. Croce gli venne eretto un maestoso monumento, pregevole opera d'arte di B. Rossellino, l'iscrizione fu dettata da Carlo Marsuppini: «Postquam Leonardus e vita migravit, Historia luget, Eloquentia muta est; ferturque Musas tum Graecas tum Latinas lacrimas tenere non potuisse».
Opera di tutta la sua vita furono l'Historiarum florentini populi libri (a cura di E. Santini, in Rerum italicarum scriptores, XIX, III, Città di Castello 1914-26), pubblicata a Strasburgo nel 1610, tradotta poi in volgare da Donato Acciaiuoli. La narrazione muove dalle origini romane di Firenze, e perviene alla morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta nel 1402. Il Machiavelli nelle Storie fiorinte rimproverò al B. di essere stato «timidamente silenzioso» circa i partiti che più agitarono la vita fiorentina, ma al B. interessava, oltre la storia, l'eleganza assoluta del latino; per il gusto di modellare i personaggi sugli esempi di Livio e di Sallustio, i fiorentini furono abilmente rivestiti come gente del buon tempo antico, con tutta la solennità del paludamento classico. Ma il B. considerò solo «esseri viventi» (cf. De Avaritia) coloro che erano riusciti ad essere autori o almeno traduttori o divulgatori dell'eloquenza o della dottrina, propria del mondo greco-romano. Non volle quindi apprendere la lingua ebraica, assicurando Poggio Bracciolini che tale studio era «inutile anzi danno». Notevoli le sue traduzioni dell'Etica e della Politica d'Aristote e di alcuni dialoghi di Platone, più ancora dell'opera storica: De bello italico adversus Gothos. Di maggiore interesse per la conoscenza dell'uomo e del suo tempo è il Rerum suo tempore gestarum commentarius (a cura di C. Di Pierro, in Rerum italicarum scriptores, XIX, III, 1926). Tra gli altri suoi scritti, da rammentare il saggio sul valore della donna nella società: De studiis et literis tractatus, e le vite del Petrarca e di Dante; specialmente quella dell'Alighieri è «opera di uno storico savio e grave che pesa i fatti prima di accogliere, che fa largo uso di prove scritte e su quelle fonda le sue affermazioni» (G. L. Passerini).