CANA. - Località "di Galilea" (Io. 2, 1.11; 4, 46; 21, 2), diversa dalla C. della tribù di Aser (Ios. 19, 28) e dall'omonima piazzaforte in Arabia (Moab) di cui parla Fl. Giuseppe (Antiq. Iud., XIII, 15, 1). L'identificazione è controversa tra le odierne località Kefr Kennah e Hirbet Qānah. Fino agli ultimi tempi Kefr Kennah, a 6 km . a est-nord-est di Nazareth sulla «via del mare» di Galilea, era ritenuta C. da quasi tutti i palestinologi cattolici. Argomento principale per i fautori di questa identificazione è la testimonianza dei pellegrini del sec. Iv, anzitutto la Peregrinatio s. Paulae (PL 22, 491: "Haud procul [da Nazareth] cernitur C."); altri testi in D. Baldi, p. 250 sg. Inoltre, C. sembra fosse nella parte meridionale della Galilea:
Gesù, tornando dalla Giudea, raggiunge in primo luogo C. (Io. 2, 1; 4, 46). Ma vi è una difficoltà filologica: le versioni orientali scrivono C. con la consonante $q, nonk$; inoltre il doppio n non conviene alla forma Qānā che ricorre nelle Pē̄īyid e altre versioni. Perciò un'altra località posta verso nord al margine della pianura Asochis (el-Bațtōf), Hirbet Qānah, ha le preferenze di molti fin dal mediocvo, benché faccia difficoltà la maggiore distanza di 14 km . da Nazareth, essendo intervenuta alle nozze la Vergine Maria (lo. 2, 1).
La ragione più forte è l'espressione Kavā τ \bar{η} ς Гa λλ λα i ας in tutti i quattro passi in cui il Nuovo Testamento menziona C. Come la forma corrispondente di Fl. Giuseppe (Vita, 16) suggerisce, vi era una sola C. nella provincia settentrionale della Palestina: xú́ με τ \bar{η} ς Гa λλ λα i ας η̄ mpoozyopasietai Kav. vè. Questa era Hirbet Qānah. Ivi infatti si acquartierò Fl. Giuseppe come capo militare per difendere la Galilea (s. 66), avendo vicine le piazze forti di Sogana e Iotapatha. Da questa città per un'intera notte marciò con

del banchetto mentre in primo piano a destra il Signore tocca con la verga taumaturga una delle sei idrie (Wilpert, Pitture, tav. 57; altri esempi nelle tavv. 166, i e 186, i e in Nuovo Bull. d'arch. crist., 20 [1920], p. 83).
Nell'ipogeo scoperto nel 1858 in Alessandria d'Egitto la rappresentazione del miracolo di C. (sec. v-vi) è molto danneggiata; ma il Wilpert riusci a riconoscere il carattere liturgico-eucaristico di questa scena in nesso con le altre (Eucharistische Malereien der Katakamben Karmonus in Alexandria, in Ehrengabe Deutscher Wissenschaft dargeboten von Katholischen Gelehrten, Friburgo 1920, pp. 273-82). Un altro esempio è offerto dalla pittura nella chiesa sotterranea di Deir Abu Henuya in Antinoe. Nei sarcofagi la scena è più frequente: Cristo tocca con la verga taumaturga una delle idrie poste ai suoi piedi; spesso la scena è unita con quella della moltiplicazione dei pani (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 8, 3; 17, 2; 127, 2; 218, 1; 227, 2). In uno dei sarcofagi di S. Vittore a Marsiglia la scena del miracolo è insieme con quella dei portatari di Canaan. Si ritrova poi il miracolo di C. nei mosaici nella vōita del battistero di Napoli, e nel ciclo della basilica di S. Apollinare Nuovo a Ravenna.
Anche in uno dei pannelli della porta di S. Sabina era scolpito il miracolo delle nozze di C. Nei vetri dorati le idrie del miracolo di C. hanno la particolarità di essere munite di coperchio (R. Garracci, Vetri oranti di figure in oro, Roma 1864, tavv. VII, nn. 1 e 2; VIII, 1). Negli avori appare a Ravenna, in un dittico di Milano, in uno di Palermo, in una rilegatura di Oxford ecc.
Asterio di Amasea nel sec. v ricorda che alcuni cristiani usavano vesti molto ricche sulle quali facevano figurare Collecta ex historia evangelica argumenta come, ad es., nuptias Galilaeae et hydrias (PG 40, 166-67).
Negli scavi di Elatea C. Diehl ritrovò presso il bema della Chiesa della Panaghia, ricostruita nel sec. xim, una grossa pietra nella quale era scritto in greco: "questa è la pietra che viene da C. di Galilea dove N. S. Gesù Cristo mutò l'acqua in vino" (Bull. de corresp. hellénique, 9 [1885], p. 33).
Antonino di Piacenza racconta nel suo itinerario di essersi recato a C. ubi Dominus fuit ad nuptias, di essersi seduto in quello stesso luogo e di avervi scritto i nomi dei suoi genitori (H. Grisar, La pietra di C. e l'itinerario del cosiddetto Antonino di Piacenza, in La Civ. Catt., serie 180, XI [1903, III], pp. 600-609).