Il nome si trova nelle lettere di el-Amarna (ca. 1375 a. C.) sotto la forma kinabhi (kinahna, kinahni). Gli Egiziani delle dinastie xix e xx (secc. xiv-xit a. C.) gli premettono
l'articolo (p. kn'n), come pure nei greco si trova λιγνός. L'eticologia del nome non è certa: molti autori lo derivano dalla radice semitica kana' «essere basso»; altri invece pensano che si tratti di una parola preesimistica. Nelle lettere di el-Amarna Kinaḥmāj si chiama una parte della provenienza asiatica del regno egiziano, la quale allora comprendeva l'odierna Palestina, la Fenicia e la Siria fino all'Eufrate. Non si può provare che la Palestina stessa in queste lettere venga chiamata Kinaḥmā, trattandosi nei relativi testi piuttosto di città fenice situate sulla costa del Mediterraneo (Acco, Tiro, Biblos), e di alcune città dell'interno come Hāṣōr (v. ASIR) a sud-ovest del lato di Hūleh. Sembra che il nome abbia simile significato nell'iscrizione di Merneptah («stela d'Israele»), in cui si legge per la prima volta il nome d'Israele: «Depredato è Canaan con tutti i malvagli; deportato è Ascalon, avvinto Gezer, annientato Je-no'am; Israele è distrutto, non ha più semenza».
Anche nel Vecchio Testamento si trovano testi nei quali Canaan significa piuttosto la terra dei Fenici; così, p. es., Iudc. 4, 2, 23; 5, 19; II Sam. 24,7; Is. 23, 11; Prov. 31, 24; ancora nel Nuovo Testamento Mt. 15, 22 (la «donna cananea»). Ma più comunemente il Vecchio Testamento adopera le parole Canaan e Cananei in senso più largo, chiamando così la Palestina occupata dagli Israeliti e la popolazione preisraelitica di essa, qualunque sia la sua provenienza etnica.
Nella «tavola dei popoli» (Gen. 10) si dice (v. 19) che «il territorio dei Cananei si estende da Sidone in direzione di Gerar (cioè ad ovest) fino a Gaza, e in direzione di Sodoma, Gomorra, Adama e Seboim (cioè ad est) fino a Lesa» (secondo il Talmud e Girolamo = Callirrhoe ad est del Mar Moro; altri l'identificano con Lašš [Dan], presso le sorgenti del Giordano). «Figli di Canaan» (cioè membri della famiglia cananea) sono Sidone, gli Hetei, i Gebusei, gli Amorrei, i Gergesei, gli Hevei, gli Aracchi, i Sinei, gli Arvadei, i Samarei e gli Amatei (Gen. 10, 15-18), cioè i popoli non israelitici della Palestina e della Siria. In questo testo, come in altri, il termine originalmente geografico di Cananei si adopera per significare la popolazione preisraelitica ivi residente, senza tener conto della pertinenza etnica dei singoli elementi. Facendo discendere i Cananei da Cham (Gen. 10, 6), la «tavola dei popoli» non intende parlare della origine etnica dei popoli «cananei», ma della loro dipendenza politica dagli Egiziani carmitici.
Etnograficamente la maggioranza degli abitanti di Canaan (cioè della Palestina-Fenicia) sembrano essere stati semitici, immigrati in diversi periodi; lo strato più antico probabilmente nel 4° millennio, quello più recente (gli «Amoriti», V. c.). L'anno 2000, Talvolta però il Vecchio Testamento distingue fra Cananei e Amorriti, chiamando Amorriti non soltanto gli abitanti preisraelitici della Palestina (cf. Num. 21, 13,31; Deut. 3, 8; 4, 47 sq.; 31, 4; Jos. 2, 10; 9, 10; 12, 2; 13, 10; Iudc. 10, 8), ma anche una parte degli abitanti della Palestina propriamente detta, cioè quella che dimora nella montagna (Deut. 1, 7,19.20.44: popolo dimorante nel sud della Palestina; Jos. 10, 5 sq.), mentre ai Cananei si attribuiscono la pianura e la valle del Giordano (Num. 13, 29; Jos. 11, 3). Non di rado la Bibbia chiama tutta la popolazione preisraelitica Amorriti (cf. Gen. 15, 16; Jos. 24, 15.18; Iudc. 6, 10); ma nei tempi posteriori gli Amorriti, o estirpati o assimilati dagli Israeliti che avevano occupato la montagna, non esistevano più, mentre i «Cananei» nelle forti città della pianura avevano resistito agli invasori e costituivano un continuo pericolo per gli Israeliti (cf. Iudc. 1, 27-33).
Il nome di «Cananei» veniva dunque man mano adoperato per designare tutti gli abitanti preisraelitici della Palestina, tanto più che i piccoli popoli dei Ferezei, Refaiti, Gergesei, Gebusei, ecc. (cf. Gen. 15, 19 sqg.) non erano più di alcuna importanza. I Cananei della Fenicia, geograficamente separati dalla Palestina e presto entrati in una evoluzione storica e politica diversa da quella dei popoli palestinesi, venivano chiamati dalla loro città principale, come presso Omero, Sidoni (cf. Deut. 3, 9; Iudc. 10, 6.12; 18, 7; I Reg. 5, 6 [20]; 11, 1.5.33; II Sam. 23, 13).
Adoperiamo qui «Cananei» per denominare indistintamente la popolazione che abitava la Palestina cisgiordana circa prima dell'immigrazione degli Israeliti e si mantenne accanto ad essi per parecchi secoli.
II. Storia
I. Le fonti
La storia dei Cananei, come pure la loro lingua, religione e civiltà ci sono note anzitutto dagli scavi eseguiti in Palestina durante gli ultimi decenni. Quasi in ogni grande città israelitica si trovano, sotto gli strati appartenenti al periodo israelitico («età del ferro»), strati più o meno numerosi che rappresentano la cultura preisraelitica («cananei») nelle diverse sue fasi. Sono pure state scoperte non poche necropoli preisraelitiche, specialmente importanti per i doni che, soliti darsi ai defunti, attestano per i diversi periodi il livello e il carattere della civiltà di quei popoli. Accanto a queste fonti archeologiche non mancano però i documenti letterari riferiti alla Palestina preisraelitica. I principali sono: il romanzo dell'egiziano Sinuhe, il quale dimora lungo tempo in Palestina (la storia si riferisce ai tempi di Amenemhet I e Sesostris I, ca. 2000-1935, e sembra scritta nella seconda metà del sec. XX), i testi di proscrizione, oggi conservati a Berlino e a Bruxelles (del sec. XIX), la relazioni dei faraoni egiziani sulle campagne fatte in Palestina e in Siria, fra le quali anzitutto quella di Tuthmosis III (ca. 1501-1450) riferite nella campagna del 1479 contro i principi alleati della Palestina e della Siria, e, di somma importanza, le lettere di el-Amarna (v. AMARNA), corrispondenza in lingua accadica e scrittura cuneiforme dei faraoni Amenophis III (1411-1375) e Amenophis IV (1375-1358) con i re e governatori della Siria e della Palestina. Questi ed altri documenti letterari, confrontati con i risultati degli scavi ed inseriti nella storia generale del vicino Oriente del III e II millennio a. C., oggi ci forniscono un quadro abbastanza concreto della storia cananea di quell'età.2. L'andamento della storia
Nei tempi preistorici e protostorici Canaan sembra essere stato abitato da popoli non semitici, la cui affinità etnica però finora non si può determinare. A Gezer (e forse anche a Gerusalemme) si sono trovati i resti di un «crematorio» (dell'età neolitica), testimoni della cremazione dei cadaveri, non in uso presso i Semiti. La prima immigrazione semitica sembra aver avuto luogo a. il 3000; ma i particolari di quel movimento etnico ci sfuggono ancora completamente. Le poche pitture egiziane del III millennio, che rappresentano abitanti della Palestina o della Siria, li presentano come tipi prettamente semitici. L'Egitto in quel tempo, in commercio fin dal 3000 a. C. con la città fenicia di Biblos (v. Palestina; il faraone Pepi I (ca. 2450 a. C) fece cinque campagne militari per assicurarsene il dominio, e le imponenti fortificazioni che nel III millennio sorgono un po' dappertutto in Palestina mostrano che la lotta fra il potente Egitto e gli abitatori di Canaan era accanita. Da documenti provenienti dal susseguente periodo risulta che l'Egitto nel frattempo era riuscito a occupare la Palestina meridionale o, almeno, a crearsi colà alcuni punti d'appoggio, come la forte città di Gaza. L'influsso culturale dell'Egitto viene confermato da oggetti d'origeni egiziana trovati negli scavi, e, d'altra parte, vi sono pure prove che la Palestina in quel tempo forniva all'Egitto i suoi prodotti principali, il vino e il grano.Verso la fine del sec. XX la Palestina sembra invasa da un altro gruppo semitico, proveniente dalla Mesopotamia settentrionale. Gli invasori erano, a quanto pare, della stessa stirpe che in quei tempi invadeva la Babilonide, ove fondò la 1a dinastia babilonese, detta «amorritica». Questa nuova popolazione, gli «Amorriti», occupava anzitutto la Transgiordania, ma anche le montagne della Cisgiordania, mentre i «Cananei» resistevano nelle piante. La dominazione egiziana, che esisteva di diritto, in realtà sembra essere stata poco solida, come prova il fatto che nei «testi di proscrizione», specialmente in quelli di Bruxelles, sono elencati non meno di 63 territori «ribelli» o almeno sospetti agli Egiziani. L’egemonia egiziana venne poi completamente eliminata da nuovi invasori che affluirono fin dalla metà del sec. XVIII, cioè gli «Hyskos», i quali, sopraffatta la Palestina, riuscirono ad occupare perfino l’Egitto (ca. 1730-1580). Nella Palestina gli Hyskos occupavano le grandi città – molte di esse presentano la tecnica di fortificazione propria degli Hyskos – senza però cambiare la situazione culturale del paese, essendo l’occupazione di natura piuttosto militare che politica. L’egemonia degli Hyskos, che si estendeva su gran parte del vicino Oriente, favoriva l’afflusso in Palestina di elementi culturali della più svariata origine.
Espulsi gli Hyskos dall’Egitto (ca. 1580), alcuni loro nuclei sembrano essersi mentenuti in Palestina, ma piuttosto sotto l’egemonia egiziana, la quale sotto la XVII dinastia (1580-1450) e più ancora sotto la XVIII (1450-1315) venne pienamente ristabilita. La lista delle città vinte da Tuthmosis III (1501-1450) nella campagna del 1479 contro una coalizione di principi palestinesi e siriani elenca non meno di 119 città palestinesi, situate però piuttosto in pianura che in montagna. Durante il sec. XV la supremazia egiziana si mantenne ferma, e il periodo di pace favoriva la prosperità materiale del paese che si manifesta dagli scavi. Un serio disturbo fu arrecato nel sec. XIV per la pressione sempre crescente dei Habiru, della quale ci informano le lettere di el-Amarna. Gli Egiziani non avevano più la forza di opporvi efficace resistenza, e neanche il potente faraone Ramses II (1292-26), il quale dovette assediare perfino la città di Ascalon, riuscì a ristabilire effettivamente la supremazia egiziana.
Gli Israeliti, entrati in Palestina fra il sec. XV ed il XII - la data finora non è assicurata - avevano da fare non già con gli Egiziani, e neanche con un popolo caucasiano, ma con gli Egiziani, e neanche con un popolo caucasiano, ma con gli Egiziani, e neanche con un Popolo caucasiano, ma con gli Egiziani, e neanche con un Popolo caucasiano, ma con gli Egiziani. Tutta via non riuscirono a sopraffare le grandi città cananee delle pianure, ad es., Gezer, Dor, Mageddo, Thanach, Bethsan; anzi, meglio attrezzate per la guerra, provviste di carri di ferro, esse si riebbero talmente da poter separare le tribù settentrionali della Galilea da quelle della Samaria (Judg. 5, 6 segg.). E, a quanto pare, anche fra la tribù di Giuda e quelle stabilite nelle montagne di Ephraim si era frapposto un istmo cananeo. La situazione divenne critica, ma un’azione comune di cinque tribù e mezza, guidata da Barac e assistita da Debora, decise nella battaglia delle «acque di Megiddo» la sorte dei Cananei per sempre (Judg. 4, 24). Da quel tempo non si parla più di grandi guerre contro i Cananei; i loro resti a poco a poco vennero assorbiti ed assimilati dall’elemento israelitico. David espugnò l’ultimo loro baluardo, la rocca gebusea di Gerusalemme, e ne fece la capitale del suo regno. Nella organizzazione amministrativa di Salomone (I Reg. 4, 7-19), le antiche città cananee divennero in gran parte sede del governatore israelitico. L’importanza politica dei Cananei era cessata, ma la loro influenza religiosa e culturale in Israele si fece ancora sentire per secoli in modo funesto, specialmente nel regno settentrionale.
III. LA CIVILTÀ CANANEA
I. Politicamente i Cananei non erano una nazione unita, ma ogni città (coi suoi dintorni) era soggetta al suo re. Sono d’accordo in proposito tutti i documenti letterari sopra menzionati. In tempo di guerra i principi minacciati da un aggressore si univano in lega, come, p. es., nel 1479 contro Tuthmosis III, o nel periodo di el-Amarna, quando alcune città fanno alleanza sotto la guida di ‘Abdihipa, re di Gerusalemme, o al tempo di Giosuè al quale si oppone la lega meridionale dei re di Gerusalemme, di Hebron, di Ierimoth, di Lachis e di Eglon, e la lega settentrionale con a capo Iabin, re di Asor.2. La lingua della popolazione preisraelitica del Canaan ci è conservata soltanto in alcune giosse e frasi delle lettere di el-Amarna e in nomi propri preisraelitici. Da questi scarsi resti risulta che i Cananei parlavano una lingua poco differente da quella degli Israeliti, i quali sembrano aver accettato nel loro idioma non pochi elementi di quella lingua cananea preisraelitica. Della letteratura cananea, se ve ne fu mai una, nulla ci è conservato.
3. La cultura profana cananea man mano è arrivata a un livello relativamente alto, mercè l’influsso dell’estero al quale Canaan era aperto in tutte le direzioni: a nord alla cultura hetea e hurritica, ad est a quella dell’Assiria e della Babilonia, a sud-ovest alla cultura egiziana, ad ovest alla cultura egea (di Cipro, Creta, Micene). Le città non erano grandi: nell’età di bronzo occupavano da 2 a 10 ettari (p. es., Gerico cananea ca. 2,50 ettari, la Gerusalemme dei Gebusei ca. 5 ettari, l’antica Gezer 9 ettari). Essendo per lo più luoghi di rifugio in tempo di guerra per la popolazione che coltivava i dintorni e abitava ivi nelle sue capanne, le città non avevano bisogno di molto spazio, ma piuttosto di forti mezzi di protezione: posizione difficilmente accessibile (su colline o su sproni di monti), alte e forti mura di 4-8 m. di larghezza, spesso doppie, protette da spianate e fosse, porte fortificate, talvolta costruite «a tenaglia», gallerie sotterranee conducenti alle sorgenti di acqua quando queste erano situate fuori del recinto (come, p. es., a Gerusalemme, Gezer, Gabaon, Lachis, Ieblaam). L’arte di fortificare arriva a grande perfezione fin dal III millennio (p. es., in et-Tell = Hai), ma specialmente nel periodo degli Hyskos (secc. XVIII-xvi), i quali sembrano aver portato una tecnica di fortificazione loro propria. Le città fortificate dei Cananei facevano quindi paura agli Israeliti che, provenendo dal deserto, erano sprovvisti dei mezzi adatti ad affrontare tali opere difensive (cf. Num. 13, 29; Deut. 9,1).
Le case sono per lo più piccole e agglomerate senza ordine. Nelle case dei ricchi e nei palazzi dei principi si nota però una certa agiatezza. Gli utensili di casa, sia di fattura indigena sia importati, mostrano non di rado buon gusto artistico, specialmente nella decorazione della ceramica e delle armi. Neanche l’arte dello scrivere era sconosciuta. Per la corrispondenza diplomatica internazionale e talvolta anche negli affari privati si adoperava la scrittura cuneiforme accaduta (come attestano le lettere di el-Amarna e le tavolette trovate a Sichem, Tell el-Hesi e Thanach); si conosceva però anche una scrittura alfabetica che sembra stare in mezzo fra quella trovata sulla penisola sinanitica (dei secc. XIX e XVI) e la scrittura fenicia di cui il più antico monumento finora conosciuto è una iscrizione di Biblos (ca. 1500 e 1400 a. C.). Resti di questa scrittura alfabetica cananea si sono trovati in diversi siti della Palestina nel centro e nel sud-ovest, ad es., a Sichem (una iscrizione che si asseriva al sec. XVII) e negli scavi di Lachis (diverse iscrizioni su vasi e strumenti, dei secc. XVII-xiv); in Bethsames (v. s) è trovata perfino una tavoletta con scrittura ugaritica (alfabetico-cuneiforme). Risulta chiaro che i Cananei conoscevano l’arte di scrivere almeno verso la metà del II millennio; ma le scoperte finora fatte non bastano per ricostruire la genesi della scrittura alfabetica.
4. La religione cananea (preisraelitica) era politica. Originariamente il nume supremo (o unico) sem
bra essere stato il dio El, il quale però in tempi BA'ALBEK (v.) con la sua consorte 'Ašeráh o Astarte. « Baal » (il « signore ») era il nome comune per significare il nume; quasi ogni maggiore città ne aveva uno proprio; ma il nome serviva anche per denominare la divinità semplicemente, come risulta dalle lettere di el-Amarna e dalle iscrizioni egiziane delle dinastie XIX e XX. Baal era il dio della guerra e il dio del cielo (ba'lu ina šamé); come tale era pure il dio della vegetazione, specialmente della tempesta che adduce la pioggia. Il suo simbolo era il toro. In altri casi la divinità sembra essere stata raffigurata sotto forma di serpente (Bejšán, Gezer, Bejt Mirsim); ma più comunemente si adopcarava una semplice stele di pietra (maššébháh) per rappresentare il dio. Oltre Baal, e parzialmente confuso con lui, si venerava Hadad, il dio della procella, originariamente domiciliato nella Mesopotamia settentrionale e probabilmente importato in Palestina dagli Amorriti (ca. 1900 a. C.).
La compagna di Baal era Astarte (ebr. 'Aššóreth), l'Itar dei Babilonesi, dea della fecondità e anche della guerra. In Palestina questa dea spesso viene confusa con 'Ašeráh, anche essa dea della fecondità animale. Il suo simbolo era il tronco d'albero o « palo sacro »; il Vecchio Testamento chiamò questi tronchi 'Ašeráh. Il culto di 'Ašeráh e 'Aššóreth era molto sensuale (prostituzione sacra). Numerose sono le statuette (per lo più di terracotta) trovate in Palestina che rappresentano la dea nuda con i caratteri sessuali molto accentuati.
Una terza divinità dei Cananci era 'Anat, anch'essa dea della vita e della fecondità, nei testi di Rās Šamrah sorella e consorte di Baal. Il suo culto in Palestina è attestato da una sua statua trovata in Bejšán e dai nomi locali composti con 'Anat (cf., p. es., Jos. 19, 38; Judg. 1, 33; Bethanat; Jos. 21, 18 ecc.; Anatoth).
I luoghi di culto dei Cananci erano i templi, e (più frequentemente, a quanto pare) le cosiddette « alture » (bámáth « eccelsa »). Finora si sono trovati pochissimi templi autenticamente cananei (ad es., in Hai, in Sichem), ma difficilmente se ne può negare l'esistenza. Delle « alture », tante volte menzionate nel Vecchio Testamento, non si sono conservate, come facilmente si comprende, le tracce se non in un luogo sacro scavato a Bethsan (del tempo di Tuthmosis III, 1501-1450) e, fuori della Palestina, sullo Zibb Aṭuf presso Petra. bámáh (v.) per lo più era situata su una collina (ma anche i santuari situati nella pianura si chiamavano così; cf. Jer. 7, 31), e consisteva di un altare, di maššébháh e di 'Ašeráh (luci nella Volgata). Idoli propriamente detti non sembrano essere stati adoperati nelle « alture », ma piuttosto nei templi. Le (12) maššébháh trovate in Gezer, appartenenti probabilmente al periodo 1800-1600, ritenute da molti autori come residuo del santuario di quella città, forse non sono altro che cippi commemorativi o sepolcrali dei principi o di altri personaggi illustri. Oggetti di culto nelle singole case erano statuette di dà' o 'il dee, specialmente della dea nuda, trovate in gran numero negli scavi.
Il culto stesso consisteva principalmente nei sacrifici, sia cruenti, sia incruenti. Gli animali che si immolavano sembrano essere stati, come risulta dalle ossa trovate nei santuari scavati, quelli che prescrive la Bibbia, specialmente le pecore e i giovenchi; finora non si è provato con certezza che presso i Cananei (contrariamente all'uso ebraico) anche il porco sia stato immolato. Il Vecchio Testamento attesta che presso i Cananei erano pure in uso i sacrifici umani (cf. Lev. 20, 1-5; Deut. 12, 31; 19, 9 sg.). L'archeologia finora non ne ha fornito prove indiscutibili, ma degli indizi ci sono. Tuttavia l'interpretazione delle scoperte archeologiche deve essere cauta. Gli scheletri di bambini rinchiusi in anfore, trovate in alcune città scavate, forse non provengono da offerte sacrificali, ma da sepolture praticatesi dentro le case stesse; le salme non mostrano tracce di ferite o di combustione e sono generalmente accompagnate dai soliti doni sepolcrali (fiale con cibi, vasi con bevande ecc.). I cosiddetti « sacrifici di fondazione » non si possono con certezza provare, ma neanche il Vecchio Testamento ne attestava indubbiamente l'esistenza (l'esegesi di I Reg. 16, 34 è controversa). Risulta invece dal Vecchio Testamento che dei sacrifici umani furono offerti non soltanto a Moloch (identico con il dio Malik venerato in Babilonia), ma anche al dio cananeo Baal (Jer. 19, 5; 32, 35). L'esistenza di quest'uso barbaro presso Israele è un argomento convincente dell'esistenza del medesimo presso i Cananei; da questi era passato agli Israeliti come tanti altri usi religiosi immorali e inumani, p. es., la prostituzione « sacra » (cf. I Sam. 14, 24; 15, 12; 22, 47; II Sam. 23, 7).
5. Abbandonti sono le informazioni fornite dai gli scavi intorno alla cura per i morti; quasi di tutte le grandi città cananee si sono ritrovate o le necropoli o almeno un gran numero di tombe. I morti generalmente venivano sepolti, come anche presso gli Israeliti, in caverne naturali o in camere sotterranee costruite di differente forma, per lo più destinate a intere famiglie. Il morto veniva deposto nella tomba senza sacrofago; ove si adopera il sarcofago, come a Bejšán e a Tell Fara' (sarcofaghi antropoidi), ciò avviene per influsso dall'estero (cf., p. es., i sarcofaghi di Biblos). Al morto si davano abbondanti doni, particolarmente oggetti della vita comune: piatti, brocche, anfore, lampade, istrumenti e armi, ornamenti vari. Questo arredamento sepolcrale attesta la persuasione che il defunto gode, dopo la morte, una vita simile a quella terrestre. Le necropoli si trovavano generalmente fuori delle città; così, p. es., a Gerico, Tell Fara', Bejšán, Gezer, et-Tell (Hai); ma tombe di singoli individui o di intere famiglie si sono fatte anche dentro l'abitato (p. es., in Gezer, Mageddo). Del resto si sono conservate soltanto le tombe dei più agiati; il popolo minuto seppelliva i suoi morti in semplici tombe scavate nella terra, delle quali nulla si è conservato.
IV. PORTATORI DI C
Nell'antica arte cristiana si è rappresentata la scena di due esploratori di ritorno dalla terra di C., dove li aveva inviati Mosè, portanti su una stanga un tralcio con un grappolo d'uva (Num. 13, 2 sgg.).Per Zenone vescovo di Verona (362-71) la stanga che sosteneva il grappolo è simbolo del legno della Croce (PL 11, 469-70): subito dopo s. Ambrogio spiega che
il grappolo di C. prefigurava Cristo "ille botrus peregrinus, qui sicut uva de vite, ita ille in carne crucis pependit in ligno" (De Fide, I, 20; IV, 12 : PL 16, 559-60, 648-49). Lo stesso insegnano s. Agostino (Contra Faustum, XII, 42 : PL 42, 276; Enarratio in Psalm., 53, 2 e 7: PL 36, 849, 653) e una schiera di scrittori dal sec. v al sec. xili, come di recente ha messo in rilievo C. Leonardi (Ampelos, il simbolismo della vite nell'arte gagana e palescrittiana, Roma 1947, pp. 147-85). La scena dei portatori di C. nell'antica arte cristiana appare in un coperchio di sarcofago rinvenuto in S. Vittore a Marsiglia (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 271, tav. 17, 2), in un vetro dorato del museo di Pesaro (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1872, pp. 129-301, tav. 172, 10), e in altro del cimitero di Panfilo (C. Leonardi, ibid., tav. XIV). E pure effigiata in alcune lampade cristiane in terra cotta, come, ad es., quella del museo di Narbona, edita da E. Le Blant (De quelques sujets réprésentés sur des lampes en terre cotte de l'époque chrétienne, in Mélanges d'archéol. et d'histoire, 6 [1886], pp. 237-38), in un'altra nel museo del camposanto Teutonico in Roma (O. Marucchi, Medaille und Lampe aus der Sammlung Zurla, in Römische Quartalschrift, I [1887], p. 327). La rappresentazione si trova anche in monumenti posteriori, come in una bibbia illustrata francese, nella biblioteca Nazionale di Vienna, in una biblia pauperum di Heidelberg ecc. (Leonardi, ibid., ta