CASTELVETRO, Ludovico. - N. nel 1505 e cresciuto in Modena, dove la Riforma non mancava di fautori, pare fosse tra questi e fosse opera sua certa sommaria versione dei Loci communes di Melantone, pubblicata anonima nel 1534 (Principi della teologia di Ippolito Terra Negra). Ma dei pericoli rappresentati dall'Inquisizione non ebbe a preoccuparsi prima del 1555 ; nel 1557 fuggì e si ritirò a Chiavenna dove visse il resto della vita e mori il 21 febbr. 1571. Con tutto ciò, come uomo di pensiero, il C. resta quasi insignificante; la sua stessa adesione alla Riforma, se ci fu, non si vede bene in che cosa sia consistita. Scrisse bensì una famosa Poetica dove, in contrasto con gli interpreti della Controriforma, attribuì ad Aristotile i principi d'un'estetica edonistica a tutto vantaggio del frammentarismo e della fantasia pura; ma in queste idee la polemica religiosa, se c'è, è molto larvata. In realtà, in lui, come del resto nel suo grande rivale Annibal Caro, sola divenne feconda la passione della lingua italiana; la quale, nell'animo di alcuni filologi prese allora il posto dell'altra per la lingua latina; e ispirò per i primitivi del Duecento e del Trecento quella reverenza curiosa e fanatica che sfocerà presto nell'Accademia della Crusca.
A Modena, in questo fervore linguistico e filologico, il C. aveva avuto dei predecessori; e certo più da esso che da amore alla poesia ricavò il suo commento al Petrarca; soltanto in esso s'informò la sua famosa e bassa polemica con il Caro. Nata da una al tutto grammatichevole censura sua alla canzone di questo Venite all'ombra dei bei gigli d'oro, gli sviluppi ne furono ampi e foschi. Alberto Longo, giovine ammiratore e partigiano del Caro, fu trovato morto in territorio bolognese; e si pensò a una complicità del C.; l'Inquisizione si risvegliò ai danni di questo, e si pensò al Caro. Si spera a torto in ambedue i casi. Ad ogni modo, sul piano letterario, la differenza fondamentale fra i due resta che la sensibilità linguistica nel Caro è artistica, nel C. scientifica. Il suo modo di amare e assaporare la lingua finì con farlo pioniere, non si sa quanto consapevole, della moderna scienza etimologica. Questo il pregio migliore di quello Correzioni d'alcune cose nel "Dialogo delle lingue" del Varchi (scritte d'un fiato nel 1570 a seguito di questo libro e pubblicate postume dal fratello Giammaria nel 1571), dove si contesta il pregiudizio dei nomi imposti

Castelseprio - Pionta della chiesa di S. Maria
dopo gli scavi del 1943.
"non dalla natura, ma a placito, cioè dall'arbitrio degli uomini" come se ogni parola sia un'isola e la scienza etimologica una specie d'astrologia degna di riso. Sempre per le frammentarie geniali intuizioni si salvano anche le sue Giunte (e opposizioni) alle Prose del Bembo (composte fra il 1549 e il 1563 e pubblicate postume nel 1572) dove è pur cosi vieta l'idea centrale che la lingua volgare fosse anche al tempo di Roma.
Giuseppe Tollmin