CORDONI, BARTOLOMEO da CITTÀ DI CASTELLO, beato. - Minore osservante della provincia urbana, nel 1471 da nobile famiglia, m. presso Tunis nel 1535, probabilmente il 10 (o 9) ag. Fu allievo a Firenze del Poliziano; sposatosi, ebbe due figlie, ma dopo la morte della moglie si fece francescano nel convento di S. Maria degli Angeli (maggio del 1504). Assiste gli appestati a Terni (1526) e a Gubbio (1527). Missionario nel Marocco (1534), fu percosso per la fede; l'anno seguente animò i Crociati di Carlo V nell'assalto alla fortezza della Goletta (Tunisia), difesa dai barbareschi. Per l'eminenza delle sue virtù fu venerato come beato.
Il suo discepolo teologo Ilarione Pighi di Borgo S. Sepolcro, con l'approvazione del card. Grimani, pubblicò postuma (Perugia 1538) l'operetta mistica De unione animae cum supereminenti lumine, scritta in forma di dialogo, parte in latino e parte in italiano. Il cappuccino Girolamo di Molfetta, che ne curò una 2a edizione: Dialogo della unione spirituale de Dio con l'anima, dove sono interlocutori l'amor divino, la sposa anima et la ragione humana (Milano 1539), con l'approvazione dell'inquisitore di Milano. In seguito venne messo in circolazione un foglio volante pastato, in cui con figure geometriche si insegnava un nuovo modo di pregare, tratto dall'epilogo, per opera probabilmente d'altro autore. Il S. Uffizio condannò (8 marzo 1654) libro ed epilogo. Furono tuttavia ristampati a Venezia nel 1593 e nel 1598 (?) con falsa indicazione dell'autore: fra' Bartolomeo da Castello, cappuccino; nuova condanna del S. Uffizio (29 gen. 1600, pubblicata il 7 agosto 1603), ed ancora nel febbr. del 1647 si riparla di un 'libricuolo': Dialogo abbreviato dell'unione spirituale di Dio con l'anima. Per queste censure il Dialogo è tuttora all'Indice.
Il C. fa una profonda e fervida analisi dell'amore divino, che porta l'anima all'unione e alla trasformazione in Dio; dei mezzi o vie per raggiungerla: umiltà, fede, Eucaristia, rinnegamento di sé, Grazia infusa, dono dell'amore; delle operazioni dell'anima fissata nell'amore. Attinge dai SS. Padri e dagli scolastici, ma soprattutto da Jacopone da Todi e da Uberto da Casale. Protesta la sua totale adesione al giudizio della Chiesa; il primo editore rileva l'opposizione di alcuni confratelli alle dottrine del pio maestro; quelle, ad es., dell'esaltazione della fede rispetto alle opere, della Messa continua che l'anima amante celebra in Cristo, dell'aspirazione a tra Dio e l'anima per cui essa genera e offre il Cristo al Padre, le quali potevano prestarsi, in una atmosfera di sovvertimento dottrinale protestante, a interpretazioni equivoche; i reali abusi, inoltre, indotti dall'Epilogo, provocarono la condanna. Di questa non s'accorsero l'analista Giuseppe da Cannobio ed il bibliografo Bernardo da Bologna, che attribuiscono l'opera a Girolamo da Molfetta, confondendolo probabilmente col celebre predicatore e polemista Giacomo da Molfetta.