CRISPI, FRANCESCO

CRISPI, FRANCESCO. - Statista, n. a Ribera (Girgenti) il 4 ott. 1818, m. a Napoli l'11 ag. 1901.

Dottore in legge, magistrato, esercitò l'avvocatura a Napoli e partecipò al movimento costituzionale. In Sicilia nel 1848 fece parte del governo provvisorio. Espulso per le idee repubblicane, peregrinò a Malta, Londra, Parigi, Atene. A Londra conobbe il Mazzini e ne assunse le idee unitarie. Nel 1859 è tra gli organizzatori della spedizione dei Mille a fianco di Garibaldi. Deputato a Torino, è contro Cavour e Ricasoli, ma si separa anche da Mazzini e nel 1865 aderisce alla monarchia. Fieramente avverso al papato, eccita Garibaldi all'impresa di Mentana e combatte la legge della Guarantiglie perché la ritiene troppo favorevole alla S. Sede. È presidente del Consiglio, quando, nel 1887, si svolge un tentativo di conciliazione tra la S. Sede e lo Stato italiano. L'anno prima, sotto il ministero Depretis, si era parlato assai della possibilità di una conciliazione, ma il capo della massoneria, A. Lemmi, vi si era opposto recisamente.

Per quanto il C. fosse massone attivissimo, si dimostrò favorevole alla tesi di una soluzione della questione romana e si giovò dell'abate L. Tosti, che parve a lui un eccellente interprete del pensiero di Leone XIII. La sconfessione del famoso opuscolo del Tosti su La Conciliazione dimostrò che ciò non era esatto. La clamorosa fine del «sogno conciliatorista», sulla quale dovettero influire pressioni estere, provocò un irrigidimento di posizioni dalle due parti. Il Papa nominò Segretario di Stato il card. M. Rampolla, che quale conterraneo del C. sembrò più efficace antagonista, e il C., appoggiato dalla massoneria, si dette ad una politica anticlericale di rappresaglie culminante con la legge contro le Opere pie (1890), con la destituzione del sindaco di Roma, Leopoldo Torlonia (1 gen. 1888), per aver reso omaggio a Leone XIII in occasione del giubileo. Tornato ministro nel 1893, il C. riprese a trattare di questioni ecclesiastiche con spirito non più ostile, valendosi delle personali amicizie con i cardinali G. Sanfelice e G. A. Hohenlohe, con mons. Di Marzo, col barone Pezzana, cognato del card. Rampolla, e specialmente con mons. Isidoro Carini suo conterraneo. Si poterono risolvere, così, due questioni delicate e difficili: la concessione dell'equitator al patriarca di Venezia, mons. G. Sarto (poi Pio X), e l'invio in Eritrea di Cappuccini italiani in sostituzione dei religiosi francesi. Corse voce, da ritenere non del tutto infondata, che arridesse al C. la speranza di giungere alla conciliazione; è certo, per confessione fattane a mons. Carini, che egli avrebbe ambito di legare l'opera sua ad un fine tanto importante; ed è pure certo che a questo tempo risale la sua rottura con la massoneria.

Già da tempo la politica filogermanica del C. aveva provocato lo scisma dei massoni filofrancesi. Così avvenne che l'opposizione più accanita contro il C. fu capeggiata da massoni, quali il Nicotera e il Cavallotti: fu lanciata contro di lui l'accusa di bigamia (ed infatti, dopo aver sposato a Malta con il solo rito religioso Rosalia Mont

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(da Breve des Etudes grevants, I [1607]
Crisolóra, Manuele - Ritratto con la scritta a Maestro M. che inscgnó grammatica greca, in Firenze 1406 r. Disegno a penna di ignoto del sec. xv - Parigi, Louvre, coll. dei disegni n. 9849 .

masson, che gli era stata compagna nell'esilio e nella guerra, il C. sposò in Italia altra donna, col solo rito civile) e fu, contro lui, agitata una questione morale che supponeva imputazioni di scarsa correttezza politica. Quanto ai suoi atteggiamenti nei confronti della Chiesa, è da riconoscere che, anche durante la sua solidarietà massonica con l'obbedienza del Lemmi, egli tenne a scostarsi dai settori più accesi. Rifiutò di aderire ed una iniziativa della Associazione G. Bruno (costituita "di fronte al Vaticano") scrivendo: "Io non sono ateo. Non combatto né coloro che credono in Dio, né coloro che non ci credono. Sono per la libertà di coscienza". Alle accuse anticlericali, il C. rispose: "... La credenza in Dio è base fondamentale della sana vita del popolo, mentre l'ateismo getta il seme irreparabile della corruzione. Ecco quello che credo. È ridicolo dire ch'io sia andato a Canossa: voglio la pace con la Chiesa, ma non abbandonerò mai lo Stato agli appetiti del potere temporale". Un sentimento eccessivo di sé, per cui molti lo incolparono di megalomania, turbò gravemente l'azione di lui. Il suo ministero cadde con la disfatta di Adua (1866).

Opere principali: Discorsi parlamentari, Roma 1915; Lettere dall'esilio, ivi 1918; Politica interna (diario e documenti raccolti da T. Palmenghi Crispi), Firenze 1924; La prima guerra d'Africa (documenti e memorie raccolti da T. Palmenghi Crispi), Milano 1939.

Bibl.: G. Castellini, F. C., Firenze 1915; G. Salvemini La politica estera di F. C., Roma 1919; A. C. Jemolo, C., Firenze 1922; A. Luzio, La Massoneria e il Risorgimento italiano, 2 voll., Bologna 1925; G. Volpe, C., Venezia 1928; B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Bari 1928, passim; F. Crispolti, Politici, guerrieri, poeti, Milano 1938; G. Ardua, F. C., ivi 1939; A. Savelli, F. C. e la sua politica estera, in Il giornale di politica e letteratura, 15 (1930), pp. 359-92; G. Volpe, Italia moderna (1815-1915), I, Milano 1943, passim; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948.

CIRISPINA, santa, martire. - N. a

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(per carlizia di mens. A. P. Frider)
CrisPINO da Viterdo, beato - Il b. C. da V. in conversazione spirituale. Tela di Luigi da Crema, cappuccino (sec. xviri). Assisi, Museo Francescano.

Tagora, ma subì il martirio per decollazione, il 5 dic. 304, a Tebessa (Africa), dove si è creduto di trovare i ruderi dell'antica basilica a lei dedicata e nella quale sarebbe stato il suo sepolcro. Rimangono gli Atti del suo martirio, composti nella seconda metà del sec. IV o al principio del V, che, nonostante interpolazioni di dettagli sospetti e la mancanza di alcune notizie precise ed indispensabili conosciute da altri documenti, sono la riproduzione autorevole del processo verbale tratto dagli archivi processoriali.

Secondo questi Atti, C., accusata di aver disprezzato gli editti imperiali, fu condotta al tribunale di Anulino; dopo un lungo interrogatorio, nel quale non cedette a minacce e a lusinghe, rifiutandosi fortemente di sacrificare agli idoli, fu condannata alla pena capitale. S. Agostino, recitando nel giorno anniversario della morte due discorsi in onore di C. (PL 37, 1605-18, 1774-85), ci dà parecchie altre notizie sulla condizione sociale, sulla famiglia e sul processo, che mancano negli Atti. Si è pensato perciò che il Santo conoscesse una relazione più completa sul martirio di C., particolarmente diffusa negli ambienti cattolici africani, mentre quella che possediamo sarebbe di origine donatista. Il culto di C. ben presto si propagò nella Chiesa; la sua immagine appare nei musici di S. Apollinare Nuovo e a Ravenna.

Bibl.: Un missionnaire des pp. Blancs, La basilique de Thévet et le temple de Jérusalem, in Nuovo bull. d'arch. crist., 5 (1869), pp. 51-63; P. Franchi de Cavalieri, Nuovo note agiografiche (Studi e Testi, 9), Roma 1902, pp. 21-35; P. Monceaux, Les Actes de Ste C. martyre à Thévetse (Mélanges Boissier), Paris 1903, pp. 383-89; id., Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, III, ivi 1905, pp. 159-61; H. Deléhaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 110-114; id., Les origines du culte des martyrs, 2a ed., ivi 1933, p. 394; id., Martyry. Hieronymianum, p. 635 sq.