DAMASO I, PAPA, santo. - Regnante dal 366 al 384, n. probabilmente a Roma, dove suo padre, Antonio, fece tutta la carriera ecclesiastica (exceptor, lettore, diacono e vescovo) nella propria casa, ridotta poi da D. a chiesa titolare e sede degli archivi papali. Segui presto la carriera del padre ed era diacono quando sulla fine del 355 Liberio fu rapito alla sua sede. Accostatosi prima all'antipapa Felice, ritornò poi nel 358 a Liberio, che servì sino alla morte (24 sett. 366), preceduta di poco da quella di Felice.
La maggioranza si dichiarò, ora, per D., ma la minoranza dei rigoristi antifelici che gli oppose il diacono Ursino. Ne successero contese sanguinose per le vie e per le chiese, nelle quali D. finì già nel 366 di avere il sopravvento e l'autorità civile dalla sua. A poco a poco furono tolte agli ursiniani le loro chiese, furono espulsi da Roma, dalla diocesi suburbicaria e persino (i capi) dall'Italia. La loro tattica era sempre quella di citare D. davanti all'autorità civile per i fatti di sangue del 366, di protestare davanti all'Imperatore la loro innocenza e perfetta cattolicità. Così ci fu a loro riguardo una


(per cortesia di d. Mario Marchi)
Sono da notare soprattutto tre momenti. Nel 368 D. riesce a far cacciare i rivali dall'ultima basilica da loro tenuta, S. Agnese fuori le mura, anzi a 20 miglia lontano da Roma (a quel tempo si deve riferire il verso Epigrammata, 42,4, pro reditu clavi Christo prestante triumphans). Nel 373 l'abile intervento di Evagrio, l'amico di s. Gerolamo, riuscì a salvarlo tam paene factionis laqueis inretitum (Gerolamo, Epist., 1,15). Si ebbe allora l'importante rescritto di Valentiniano che riservava le cause degli ecclesiastici all'imperatore stesso e al Papa. Nel 377-78 Ursino per mezzo del dotto giudeo convertito Isacco riesce ad imbastire contro D. un grande processo, probabilmente de vi (turpissima calumniae dice l'imperatore) D. dovette allora fare un voto a s. Felice di Nola, famoso vindice della verità calumniata, onde poi assolto (e relegato anche Isacco in un angolo della Spagna) lo ringraziava te duce servatus mortis quod vincula rupi, hostibus extinctis fuerant qui falsa locuti (Epigr. 59). Poco dopo il Concilio di Roma del 380 protestava contro l'imperatore per questi continui ricatti. Finalmente ancora nel 381 le mene dell'eunuco Pascasio rmissario di Ursino esiliato a Colonia riuscirono a creare seri imbarazzi al Pontefice; da ciò le proteste (che sembrano aver ottenuto questa volta pieno effetto) del Concilio di Aquileia presso l'imperatore Graziano.
Con simili tribolazioni in casa (aggiunte a quelle causategli dai sempre attivi luciferiani, novazianisti e donatisti di Roma) D. non poté occuparsi degli interessi generali della Chiesa quanto si sarebbe da lui desiderato. Fece tuttavia moltissimo. Egli è il primo papa che ogni anno, il giorno della sua elezione (30 sett.), pare radunasse a concilio attorno a sé i vescovi dell'Italia suburbicaria. In tali concili prese molte deliberazioni interessanti la Chiesa universale. Se del nascente priscilianismo di Spagna e degli espressi reclami di Prisciliano stesso non volle purtroppo occuparsi, contentandosi di vaghe raccomandazioni di moderazione al Concilio di Saragozza del 380, rispose esaurientemente alle consultazioni dei vescovi di Gallia in una lettera (del 374 ca.) che si può dire la prima decretale, istituì con Acolio il vicariato papale di Tessalonica per l'Illirico orientale, procedette in vari sinodi contro gli ultimi vescovi ariani occidentali (specialmente illirici) appoggiando in ciò l'azione più energica di Ambrogio, accolse in Roma, dal 373 al 378, Pietro profugo dalla sua sede di Alessandria, fu buon assertore del primato papale, tanto che Teodosio richiamando l'impero d'Oriente al cattolicesimo dava a quei vescovi per norma la fede seguita da D. di Roma e Pietro di Alessandria. Perciò si può con i codici far risalire a D. (forse al Concilio romano del 382) i primi tre capi del cosiddetto Decretum Gelasianum (v. GELASIANO DECRETO) con il loro canone scritturale e l'energica affermazione del primato papale.
Ma l'Oriente avrebbe soprattutto avuto bisogno di un suo deciso ed illuminato interessamento contro gli ariani protetti da Valente, il nascente apollinarismo e per regolare la successione antiochena e quella di Costantinopoli. Ciò era pure nei desideri di Atanasio e più ancora di Basilio, ma non fu fatto che a piccoli saggi e come per forza, e per lo più poco felicemente. D. e gli Occidentali (Ambrogio in specie) erano troppo compromessi con la minoranza antiochena di Paolino, Marcello d'Ancira e la sua chiesuola, Apollinare e Vitale; la stretta unione con Alessandria li portò persino a dare qualche appoggio a Massimo il Cinico intruso a Costantinopoli e a volere ignorare il Nazianzeno. Quella mezza indolenza e quel continuo controvento disgustava l'animo di s. Basilio, che si lasciò andare contro D. a parole molto amare, come di un uomo orgoglioso e spietato. Bisogna però dire che il Concilio romano del 377 spicca la condanna delle dottrine, se non delle persone, e nel 381 la lettera di Tessalonica stigmatizzava l'attentato di Massimo il Cinico. Non è quindi meraviglia che D. restasse praticamente estraneo al Concilio di Costantinopoli del 381 (Ecumenico II) e poco meno al parallelo occidentale di Aquileia, che fu opera di Ambrogio. Il Concilio che si riunì a Roma nella metà del 382 avrebbe dovuto essere ecumenico e comporre di comune accordo ciò che si era fatto ad Aquileia e a Costantinopoli, ma non riuscì che alla ratifica dell'elezione di Nettario.
A questo Concilio venne pure da Costantinopoli s. Girolamo, già noto a D. per lettera specialmente per le sue cognizioni scritturali. D. se lo tenne caro fin che visse, come segretario e consulente biblico. Per suo incarico compì una prima revisione del Salterio e quella del Nuovo Testamento. A sentire Girolamo sarebbe anche stato designato naturalmente a succedergli, se non era l'opposizione degli ecclesiastici, irritati dalla critica acerba dei loro costumi e gelosi dei suoi successi apostolici nel campo femminile.
D. è il papa delle prime decretali e anche il primo scrittore che illustrasse la cattedra di S. Pietro. S. Girolamo ne ricorda vari brevica opuscula in esametri ed un trattatello De virginitate versus prosque, lodandone l'elegans in versibus componendis ingenium (De viris illustribus, 103 ed Epist., 22, 22). Così sarà stato, ma tali non risultano le molte composizioncelle poetiche che di lui restano, povere di cose, di stile, d'ispirazione e persino di fraseggiare, preziose ad ogni modo per il loro interesse archeologico ed agiografico. Difatti sono in generale elogi metrici in onore di martiri romani, fatti per essere incisi in lastre di marmo sulla loro tomba per mano FILOLOGIA (v.), amico personale del Pontefice. Altre ricordano lavori compiuti nei cimiteri alle tombe dei martiri o nelle basi-
liche romane, un buon gruppo ha notevole interesse autobiografico. Grazie ad esse D. è il primo papa di cui conosciamo alquanto della vita anteriore al papato.
Non fu invece il primo ad occuparsi di edilizia ecclesiastica, ma superò facilmente tutti i predecessori. Con ciò si è meritato la riconoscenza imperitura degli archeologi, che se lo sono scelto a protettore. Oltre la basilica di S. Lorenzo in D. fabbricò egli quella suburbana dei SS. Marco e Marcelliano, in cui fu sepolto con la madre e la sorella; costruì ed ornò la basilica degli Apostoli sull'Appia e in quasi tutte le catacombe fece rilevanti lavori per ornare i sepolcri dei martiri e facilitarne la visita e la venerazione. Con ciò egli pagava il suo tributo ad un tempo in cui si sviluppava esuberante il culto dei martiri; supporre tutta quell'attività dei secondi fini (fondazione del primato giurisdizionale, placare l'ostilità dei Romani) è semplicemente antistorico.
Il D. apocrifo rischia di superare quello genuino. Numerosi sono i carmi a lui falsamente iscritti, numerosi i pezzi accolti nelle False Decretali, specialmente dello pseudo Isidoro. Da notare a parte la corrispondenza con s. Girolamo per il Lib. Pont. (v. poiché anche quest'opera fu presto attribuita a D), e l'altra per la versione del Salterio, nella quale si fa risalire a D. l'uso occidentale di salmidiare nelle chiese, concludendo i salmi con il Gloria Patri, leggenda che si trova già accolta nel Lib. Pont.