DE SANCTIS, FRANCESCO. - Critico letterario e uomo politico, n. a Morra Irpina (Avellino) il 28 marzo 1817, m. a Napoli il 19 dic. 1883. Avviato allo studio della giurisprudenza, in Napoli, frequentò invece con ardore la scuola letteraria privata di Basilio Puoti, e se ne staccò poi passando dal purismo lessicale a metodi più vivi, dove le parole valessero come «cose» vive situate nella propria storia: con questo orientamento aprì una scuola propria e insegnò al Collegio Militare.
Si appassionava intanto alle nuove idee politiche seguendo sulla stampa francese le vicende parlamentari di quel paese. Nel 1848 partecipò all’insurrezione di Napoli, incitandovi i suoi scolari con il famoso grido: «Siamo noi un’Arcadia? La letteratura è vita». Arrestato, in Calabria, dopo la restaurazione borbonica, nel dic. 1850, fu tenuto in prigione fino al 1853, a Napoli, nel Castel dell’Ovo. Qui si diede allo studio della lingua tedesca specialmente per poter leggere nel testo i romantici e le opere di Hegel; tradusse anche il manuale di storia universale della poesia del Rosenkranz, in cui erano applicate e divulgate le teorie estetiche hegeliane. Da questo momento il D. S., pur mantenendo una sua originalità di fronte al rigido sistema estetico del filosofo tedesco, si orientò risolutamente allo storicismo idealistico. Nel
1853, esiliato da Malta, riparò a Torino dove insegnò in un collegio femminile e scrisse articoli sulla stampa torinese. Nel 1855 scrisse ardentemente contro i progetti murattisti nel Regno di Napoli come contrari agli ideali e agli interessi italiani. Dal 1856 al 1859 insegnò letteratura italiana al politecnico di Zurigo e fu a contatto diretto con la cultura di lingua tedesca. Nel 1860, in seguito ai rivolgimenti politici, fu governatore di Avellino; poi direttore della pubblica istruzione nella luogotenenza di Napoli, e in seguito ministro dell'Istruzione pubblica (22 marzo 1861-5 marzo 1862) del nuovo Regno.
Si dedicò poi intensamente al giornalismo. Per il buon funzionamento costituzionale dello Stato credette necessaria di fronte al partito di governo una forte opposizione e, uscito dalla maggioranza di tradizione cavouriana, passò alla sinistra.
Dal 1871 fu professore di letteratura comparata all'Università di Napoli. Dopo che la sinistra fu salita al potere (26 marzo-14 dic. 1878; 25 nov. 1879-1° genn. 1881), fu ancora due volte ministro.
Sentì il fascino della «verità effettuale» del Machiaveli e interpretò l'insegnamento storico del Vico sulla traccia degli schemi immanentistici hegeliani. I problemi religiosi furono in lui completamente assorbiti in una moralità terrena, e la Chiesa, come a molti altri uomini del Risorgimento politico italiano, apparve a lui prevalentemente sotto l'aspetto di istituzione politica in contrasto con l'unità italiana.
Il D. S. è considerato il capo della critica estetica italiana in contrapposto tanto alla precedente critica classica retorica e contenutistica, quanto alla contemporanea critica-storica, di cui capo fu considerato il Carducci, ispirata a severità filologica positivistica: sviluppando il metodo del Foscolo che indaga la biografia poetica dell'autore come ragion d'essere dell'opera, il D. S. studia l'opera come un «individuo vivente», come un «tutto» in cui organismi cimentano l'universo, così che tutti i valori dell'universo appaiano nell'opera in quanto si sono fatti organicamente interni ad essa. D'altra parte egli risentì dell'istanza risorgimentale della storia letteraria come storia civile e a questa istanza è ispirata la sua Storia della letteratura italiana (1870), che è stata definita una storia della cultura italiana.
Tale storia contrappone troppo semplicisticamente a un medioevo illuministicamente concepito come periodo culturale dominato dalla tendenza a un astratto aldilà, il Rinascimento come riacquisto del senso del mondo di qua ma con ipertrofia dell'intelletto ai danni della volontà e dell'impegno morale di vita. Nel Seicento e nell'Arcadia vede quindi il dissolversi della poesia in generica musicalità, mentre dal Parini in poi vede risorgere gli ideali umani che nel Manzoni sono perfettamente «calati nel reale». Pregiudizio romantico resta nel D. S. un certo gusto della «passione»: questo pregiudizio lo porta a caratteristici errori, come l'incomprensione della poesia della Lucia manzoniana e la confusione, a proposito del Segneri, tra sincerità psicologica e sincerità artistica.
Il D. S. resta tuttavia il massimo critico romantico: il suo insegnamento è educazione civile ed insieme educazione alla contemplazione artistica autonoma: le due istanze si conciliano nella convinzione che non vi può essere grande poesia dove non c'è contemporaneamente intensa vita morale. Negli ultimi anni, tuttavia, il D. S. sentì il fascino del positivismo evoluzionista come testimonianza alcuni suoi ultimi saggi sullo Zola e sul darwinismo nell'arte (1877-83). L'insieme, quindi, del suo itinerario critico è assai più complesso di quanto appaia dalla semplificazione fattata dal Croce.
Accanto alle opere critiche (Saggi critici, Saggio sul Petrarca, Storia della letteratura italiana, Storia della letteratura italiana nel XIX sec., Studio sul Leopardi, ecc.) hanno un notevole rilievo di fresca scrittura gli scritti autobiografici (La giovinezza, Lettere a Virginia, Un viaggio elettorale) e gli Scritti politici.

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**Davvisi - D. questuante maomettano a Peshawar (India).**
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