DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-36.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-37.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-38.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-39.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-40.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-41.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-42.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-43.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.
Bruno L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelssohn, in Thieme-Becker, IX, pp. 497-500; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, III; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 135-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrat, Treo Dossi, puzzles etc., in Gazzette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-44.
Alberto Neppi
DOSSOLOGIA. - Parola greca, da δόξα = gloria e λόγος = discorso, che indica una formula liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fattokénti la parola δόξα) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. IV si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli inni).
Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.
Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cristologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto

Dosso - La Sacra Famiglia di Giovanni D. - Roma, Pinacoteca capitolina.
dicendo, il suo soggiorno nell'esercito, peraltro, non fu lungo. Infatti poco dopo cominciò a dedicarsi interamente alla letteratura.
Il suo primo racconto Povera gente trovò buona accoglienza presso il critico Belinskij, che ne fraintese tuttavia il significato. A Pietroburgo fece conoscenza dei circoli progressisti; e, come frequentatore del circolo di Butaševič-Petraševskij, orientato in grandi linee verso il socialismo utopistico di C. Fourier, nel 1849 fu arrestato insieme con altri giovani. Alcuni di costoro, tra cui lo stesso D., furono condannati a morte: l'esecuzione però fu sospesa all'ultimo momento e la condanna a morte commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Il soggiorno nella casa di pena lo avvicinò al popolo e lo allontanò dalla idee europeizzanti e progressive della gioventù. Nel 1857 si ammogliò con una vedova, la quale morì nel 1864. Nel 1859 poté finalmente stabilirsi a Pietroburgo, dove scrisse «frutto della tragica esperienza dell'ergastolo - le Memorie dalla casa di morti (1861-62). Seguirono Umiliati e offesi (1862) e Le memorie dal sotto-suolo (1863). Sempre più si delineava nella mente dello scrittore un tentativo di conciliazione tra slavofilismo ed occidentalismo («conciliazione della civiltà col principio popolare, sintesi della classe colta russa con le forze delle classi popolari, sintesi di tutte le idee sviluppate singolarmente nei vari paesi d'Europa in un'idea di umanità universale»). Tale indirizzo fu infine sviluppato pienamente da D. nel suo famoso discorso su Puškin nel 1880, con un accento sempre più religioso.
Il romanzo Delitto e castigo (1865-66) contribuì potentemente all'universalità della sua fama. Nel 1867 si riammogliò e, perseguitato dai creditori, spesso malato (egli soffriva anche di epilessia), lasciò con la nuova moglie la Russia. Soggiornò all'estero per quattro anni (dall'aprile del 1867 al luglio del 1871). Fu appassionato giocatore. All'estero scrisse Il giuocatore, L'idiota (1869), L'etero marito e I demoni (1870 sgg.). Di nuovo in Russia com- parvero L'adolescente (1875) ed I fratelli Karamazov (1878-80), romanzo concepito come parte di un'opera più vasta. Riprese pure la sua attività giornalistica e cominciò a pubblicare, continuandolo fino alla morte, il Diario di uno scrittore. Tornato a Pietroburgo, D. vi morì. Considerato da certa critica russa come mistico rivelatore di un grande ideale tipicamente russo e slavo, frainteso da altri come «artista del caos», universalmente ammirato per la sua profonda introspezione dell'anima umana nel bene e nel male, la critica italiana più recente ha ravvisato in lui il grande classico.
Problemi principali per D. sono Dio e l'uomo. D. è tormentato dal problema dell'esistenza di Dio e dell'ateismo (cf. la dialettica e psicologia dell'eroe di De-litto e castigo, Raskol'nikov, degli eroi de I demoni, Kirillov e Stavroghin, di Ivan Karamazov, ecc.). Partendo, come Gogol', dall'analisi dell'uomo russo, della vita russa politica e sociale, arriva a scrutare l'uomo in generale e l'umanità. D. studia l'uomo, non soltanto cosciente, ma anche nel subcosciente, l'uomo tra il bene ed il male, nella duplicità della sua esistenza che ha la scelta tra fede ed ateismo, Dio e sé medesimo, l'unità totale o l'isolamento interiore. Per D. cristiano vale l'alternativa: o l'uomo-Dio (cf. il superuomo di Nietzsche) o il Dio-uomo Cristo. Secondo D. sono vani tutti i tentativi meramente naturali di organizzare la società secondo i piani prestabiliti, data la natura irrazionale dell'uomo, il quale cerca di affermare illimitatamente la propria libertà, anche per la distruzione ed il caos. Onde la sua avversione per il socialismo, la Chiesa cattolica e specialmente il papato, che andrebbero d'accordo nell'attuazione di una società scristianizzata uniforme, dominata con misure di forza e con autorità puramente esterna (un «formicaio», un «palazzo di cristallo», un «pollai»). Ma, conducendo una tale lotta contro «l'armonia del mondo» (cf. Ivan Karamazov) e la Chiesa cattolica, non vede che egli si ribella indirettamente contro Dio, l'autore di un tale ordine. Perciò D., sebbene l'umanesimo puramente naturale abbia raggiunto in lui il suo culmine e la sua crisi - che consiste nella conoscenza che la pura umanità arriva a distruggersi da sé, a compiere un suicidio, se non viene illustrata dal di sopra, rigenerata, redenta da Cristo -, rimane incapace di confutarlo e di superarlo interamente.
Nel suo messianismo slavofilo D. mostra assai stretti legami con Ivan Kirčevskij e con i Chomjakov. Da Gogol' prese vari spunti nei suoi racconti giovanili, specialmente in Povera gente e nel Sosa (Dvojnik). Stretta fu l'amicizia di D. col giovane Soloviev (dal 1873 in poi) e la loro comunione di idee (essa si rispecchia, p. es., nell'applicazione delle tre tentazioni di Cristo alla storia del cattolicesimo, nelle «Lezioni sulla Divino-umanità» di Soloviev e nella «Leggenda sul Grande Inquisitore» di D.; si confronti pure l'idea della Divino-umanità in Soloviev, con l'uomo-Dio e con il Dio-uomo in D.). Da lui si è ispirato il cosiddetto «Rinascimento russo», al principio del sec. XX, al cui centro stavano V. Ivanov, N. Berdjaev, S. Bulgakov, P. Florenskij, ecc. Dervia da D. specialmente la corrente russa dell'esistenzialismo, di cui erano rappresentanti principali N. Berdjaev e Leone Šestov. Da influito notevolmente sulla nuova soteriologia russa modernistica (specialmente su quella insegnata da M. Taršev, dal metropolita Antonio [Chrapovitskij], da N. Berdjaev, N. Arsenjev e altri).
II. D. DAL PUNTO DI VISTA CATTOLICO. - Personalmente D. aveva una fede profonda e sentiva intimamente Cristo. Vedevia Cristo al centro di tutto il mondo («cristo-centrismo»). Cristo per lui è tutto amore, mansuetudine, mitezza, libertà; esclude da Cristo, come dalla Chiesa, tutto ciò che è autoritario e giuridico. Nel mistero della Redenzione egli mette in rilievo esclusivamente l'esempio di Cristo e la sua influenza rigenerativa psicologicamente cosciente (passando sotto silenzio la parte oggettiva). Il cristianesimo di D. è unilaterale, troppo ideale, astratto e non privo di un certo accento sentimentale. Vi sono tracce di paganesimo (p. es., il culto della terra madre). Il suo cristianesimo è decisamente nazionale.

ufficiale. Il suo soggiorno nell'esercito, peraltro, non fu lungo. Infatti poco dopo cominciò a dedicarsi interamente alla letter