ECONOMIA. - Amministrazione retta e prudente dei beni. Etimologicamente (dal greco ακροκοπία; ολικός = casa; νέμεται = amministrare) e, sebbene significare amministrazione della casa, cioè dei beni, del patrimonio e delle risorse familiari. Ma il significato andò ampliandosi e accolse anche, oltre alla nozione di società domestica, anche la nozione di città e di Stato. Anzi, fino a non molto tempo fa, l'e. era considerata soltanto in rapporto con lo Stato e la ricchezza pubblica (e. politica); ora invece la si considera anche in rapporto alla società e alle classi sociali (e. sociale) e ai vari campi, in cui viene eserciata (e. rurale, industriale, ecc.) e finalmente in rapporto alla famiglia (e. domestica).
L'e., pertanto, abbraccia il complesso dei beni utili e adatti a soddisfare alle nostre necessità, allo scopo di conservare e migliorare la nostra esistenza; e si attua con l'esercizio volontario delle forze fisiche e intellettuali per la conquista di essi. Ora, questi beni (chiamati con termine generale: ricchezza) non solo si producono; ma, una volta prodotti, circolano si distribuiscono nella massa sociale e vengono applicati a soddisfare alle nostre necessità (consumo); donde quattro fenomeni economici primordiali e produzione, circolazione, distribuzione, consumo.
E. sarà, perciò, il complesso sistematico delle condizioni sicure riguardanti l'ordine, l'attività, i fenomeni economici; e può considerarsi come scienza (esposizione, riscontro, sistemazione delle leggi generali della produzione e del consumo dei beni) e come arte (applicazione delle leggi alla vita individuale, familiare, sociale e nazionale).
In quanto attività umana, l'e. non può pretendere di essere autonoma, ma deve necessariamente sottostare alle leggi normali che regolano la vita e le relazioni degli uomini, sotto pena di produrre tristi e deplorevoli conseguenze.
E. E MORALE. - La scienza economica nacque amorelle con Adamo Smith (An inquiry into the nature and cause of the wealth of nations, 1776). In seguito - per merito di altri illustri maestri - sempre sul piano dell'assoluta libertà, ebbe sviluppi fondamentali. Scesa quindi dalle sfere della speculazione sul campo pratico, anche qui, potenziata dalla tecnica perfezionata e senza freni etici, dominò libera, fino a degenerare in tirannia. L'e. pubblica, specie in Gran Bretagna e, un po' dovunque, anche l'e. privata, soprattutto nel settore industriale, favorì immensamente lo sviluppo del capitale; ai danni però del lavoro umano. Il quale, non considerato affatto come fattore di produzione al fine del capitale ingigantito, da questo fu ridotto a miseria schiavitù. Nella fase di produzione fu sfruttato con il massimo di 14 e fino di 16 ore giornaliere; nella fase di distribuzione delle ricchezze prodotte fu tacitato con il compenso minimo del salario di fame.
Questi eccessi, un po' generalizzati ed anche giustificati dalla dottrina liberistica, esasperarono i proletari, i quali, forti della sola forza del numero, si unirono per scattare alla rivolta. La lotta fu aperta con il celebre manifesto di C. Marx del 1848; fu proseguita abilmente al comando del socialismo; oggi è insidiosa ed aspra più che mai. Nonostante le molte rivendicazioni assicurate, il lavoro umano si batte ancora ad oltranza o non più soltanto contro il capitale. Molti altri oscuri elementi si sono insinuati nella lotta. La forza numerica dei lavoratori è solcernata dalla pederosa macchina politica del comunismo russo, al quale però essi devono pagare il tributo di un'altra forma di schiavitù.
I cattolici, mentre sempre ed in tutti i modi si sono adoperati di riportare capitale e lavoro sulla loro posizione naturale di collaborazione, in sede scientifica hanno presto riconosciuto all'e. il carattere di scienza propria, pur sostenendo insieme la sua subordinazione nella morale.
Solo pochi autori della seconda metà del secolo scorso, p. es., il p. M. Liberatore, spinsero agli estremi questa subordinazione, riducendo l'e. ad un semplice capitolo dell'etica. Fu forse la spontanea reazione alla tirannia capitalistica, figlia del liberalismo dilagante, combattuto in tutti i settori con la intransigenza dei primi fervori dalla rinascita scolastica. Oggi, la costante tesi cattolica è espressa in termini limitati e sancita dalla supremazia autorità nella Quadragesimo anno: «Sebbene l'e. e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggia su principi propri, sarebbe correre affermare che l'ordine economico e l'ordine morale siano così disparate ed estranei l'uno dall'altro, che il primo in un modo dipenda dall'altro».
Sulla sponda opposta non si difende più l'assoluta libertà economica, ma neppure ci si rinunzia del tutto. Si accetta generalmente una posizione, che, nell'età d'oro del liberalismo, sapeva di compromesso. Si distingue cioè tra e. speculativa ed e. pratica, e si ammette che questa debba sottostare ai precetti etici, quella no. E così la prova di grandi disordini, da esso stesso provocati, ha costretto il liberalismo economico a battere ritirata sul campo pratico e difendersi almeno sulle alte vette della speculazione. Ma anche qui è impossibile la sua resistenza. Apparirà chiaro da quanto sarà detto in giustificazione della tesi cattolica.
Come l'e. provvede ai bisogni materiali, così l'etica ai bisogni spirituali dell'uomo, in quanto persona cosciente e libera e quindi responsabile dei suoi atti. Nell'evidente distinzione e differenza delle loro finalità si giustifica la distinzione e la differenza delle due discipline e dei loro relativi principi e procedimenti. Ma tale differenza non riesce a rompere il loro contatto su un punto comune.
I bisogni, cui rispettivamente provvedono, benché differenti nel loro contenuto, sono pure egualmente bisogni umani. È evidente. E questo carattere umano è essenziale all'etica non solo, ma anche alla scienza economica. È tanto vero che essa è scienza esclusivamente umana; né esiste una scienza economica per le bestie o per le energie naturali. Queste hanno un loro posto nell'e.; ma, senza prendere parte nella sua fase finale, esauriscono il loro compito nella sua fase strumentale. Tutt'altra cosa è per l'uomo. Anche le forze fisiche e psichiche dell'uomo, secondo le leggi proprie del loro rendimento, sono impegnate alla produzione delle ricchezze; e, fin qui, l'uomo è sullo stesso piano strumentale delle forze fisiche ed animali. Ma l'e. non è tutta nella produzione, la quale ne rappresenta solo una delle fasi neppure la più importante. Le è essenziale anche l'altra fase della circolazione e distribuzione delle ricchezze, in vista del loro consumo. Questa seconda fase costituisce il fine dell'e., mentre la prima ne è solo il mezzo. E si sa che i mezzi debbono proporzionarsi al fine. Nell'e. dunque la fase di
stributiva, non solo è essenziale, ma anche la principale, perché è la fase finale, dalla quale deriva alla fase strumentale della produzione e la ragion d'essere e la natura e i limiti.
Ora è proprio in questa fase finale della distribuzione che l'è. Si afferma come scienza esclusivamente umana, perché in essa prende parte solo l'uomo; macchine, bestie no. Certo anche le macchine sono ripartite e lo bestie nutrite; ma a quale titolo? Non a titolo di retribuzione e distribuzione delle ricchezze realizzate nel ciclo produttivo precedente; ma soltanto per conservare, quali mezzi efficienti, per un successivo ciclo di produzione. Per l'uomo non è così. Egli prende parte alla distribuzione delle ricchezze, in vista delle quali si aprì il ciclo produttivo precedente, il quale ora, in essa, raggiunge la sua finalità, cioè: procurare all'uomo i mezzi necessari al suo sviluppo, secondo le esigenze della sua natura. Anche l'uomo ripara la macchina del suo corpo, più o meno logorata in un ciclo produttivo; ma ciò non fa solo per conservarsi come valido strumento di produzione ulteriori. Per lui, conservare le forze fisiche è, nella scala dei suoi umani bisogni, il meno nobile, ma il più necessario. Quindi con i beni prodotti e divenuti propri con la distribuzione egli immediatamente ripara le forze fisiche; onde procedere poi a soddisfare i suoi bisogni superiori, fino a raggiungere, per quanto gli sarà possibile, la perfezione completa della sua natura, cosciente e libera.
Chi non vede così che l'è. è essenzialmente ed esclusivamente scienza dell'uomo, in quanto egli si distingue e si eleva al di sopra degli altri esseri?
Segue, tre conclusioni evidenti:
1) Poiché l'uomo è un ente unitario, nonostante la dualità delle sue parti integranti, corpo e spirito, è chiaro che le esigenze del corpo vanno soddisfatte senza contrasto, anzi in armonia positiva con le esigenze dello spirito. Conseguentemente la scienza economica, che provvede ai bisogni materiali, è inferiore e subordinata alla morale, che provvede invece ai bisogni superiori dello spirito. Perciò essa in senso negativo ne deve accettare i limiti; in senso positivo ne deve adottare le direttive.
2) Non può ammettersi la distinzione tra e speculativa e pratica. Quella sarebbe il complesso dei rapporti di causa-effetto, relativi alla produzione, circolazione, distribuzione e consumo delle ricchezze; tali rapporti però sarebbero considerati nel loro valore assoluto, indipendentemente da ogni relazione con l'uomo. Gli stessi rapporti invece, visti operanti nella vita umana, costituirebbero l'opera pratica, la sola soggetta alla morale.
Ma è stato constatato sopra - tutta l'è. è scienza umana, cioè in relazione con l'uomo e quindi dipendente dalla morale. Sì, ci sono nell'è. delle parti, le quali, staccate dalle altre e considerate isolatamente, possono prescindere da ogni relazione con l'uomo: p. es., i rapporti di produzione e circolazione come tali. Ma così considerati sono solo rapporti matematici o meccanici o tecnici, sfruttabili dell'è. senza essere ancora rapporti formalmente economici. La scienza economica non è nella somma delle sue parti, ma nell'armonia di tutte quelle; e tale armonia le deriva dalla sua finalità ultima, che è certamente nel provvedere all'uomo i mezzi materiali per il suo sviluppo completo, materiale e spirituale.
Quindi ogni parte dell'è., come ogni somma delle sue parti, o la si considera avulsa da questa finalità ed allora non è l'è., ma solo elemento pre-economico; o la si considera in funzione di questa finalità, ed allora essa diviene nello stesso tempo scienza economica, umana, e in quanto tale, subordinata alla morale.
3) La morale, cui l'è. deve subordinarsi, non può essere una morale qualsiasi, ma deve essere la vera morale. Ora l'unica vera morale - dopo la redenzione di Gesù Cristo - è quella che si eleva alle altezze della teologia ed in essa si trasfigura. Oggi l'è. deve procurare i mezzi materiali, con i quali l'uomo possa soddisfare ai bisogni del corpo e dello spirito, naturali ed anche soprannatural