ECONOMIA POLITICA. - Dell'e. p. si sono date tante definizioni quante sono state le sue fasi di sviluppo dottrinario; infatti la natura di ogni definizione deriva dall'intera concezione che in un dato momento prevale in merito all'e. p. Le prime definizioni sistematiche si sono dimostrate tutte insoddisfacenti o perché non a sufficienza comprensiva o per il loro errato fondamento. Un passo decisivo si è compiuto quando si è riusciti ad esprimere le complesse caratteristiche dell'e. p. nei termini di «scienza che studia l'adeguamento di mezzi limitati a fini umani». Tale formulazione è molto più vasta e precisa di quanto non sembri a prima vista, in quanto da essa vengono messi a fuoco gli elementi costitutivi stessi del problema economico: da una parte l'esistenza di fini diversi che i soggetti economici, individui e gruppi sociali, si propongono di raggiungere e, dall'altra, la limitatezza dei mezzi a disposizione per conseguire i fini medesimi.
Fondamentale importanza ha agli affetti della formulazione dell'e. p. la valutazione dei fini. Assumendo fra i termini del problema economico quello del conseguimento di fini umani, e data la natura essenzialmente etica di questi, ne deriva che l'e. p. si trova indubbiamente collegata all'etica e, in particolare, secondo un rapporto di subordinazione a quest'ultima (Vito). Tale concezione rappresenta la fase più moderna dello sviluppo dottrinario dell'e. p. Infatti l'opinione prevalente fino a pochi decenni fa sostenere l'assoluta separazione dell'e. dell'etica o, quanto meno, la neutralità di quella rispetto a queste. Sotto il primo punto di vista si distingueva fra «e. pura» o «scienza economica», di carattere teorico ed avente lo scopo esclusivo di studiare i fenomeni, ed «e. applicata» a «politica economica», di carattere normativo ed avente il compito di indirizzare l'attività economica pratica; l'e. pura sarebbe completamente indipendente dall'etica, dato che si limita a ricostruire la fenomenologia economica così come si realizza, mentre se ne ammette la dipendenza per l'e. applicata, in quanto l'applicazione dell'attività economica non può mai essere contraria ai dettami morali. Ciò sarebbe giusto tuttavia solo se la presunta distinzione fra scienza e politica economica avesse una giustificazione concettuale e non derivasse dalla semplice opportunità di una specializzazione scientifica (in base alla quale si distinguono anche una
statistica e una storia economica e la scienza delle finanze). A sostegno della tesi che propugna la neutralità dell'e. rispetto all'etica si osserva che per il carattere di astrattezza della scienza economica è indifferente che le ipotesi da cui prende le mosse il processo logico deduttivo siano o meno in accordo con i principi etici; ciò che conta è che il processo sia esatto (Pantaleoni). Ma non si può in questo caso che condividere l'opinione di chi obietta che vi sono dei limiti da rispettare anche nell'assunzione delle ipotesi (Vito). Bisogna concludere che effettivamente fra e. ed etica vi è un rapporto di dipendenza della prima di fronte alla seconda, senza che si sia costretti a negare la possibilità di autonomia dell'e. nei riguardi dell'etica. Basta che si attribuisca all'etica il significato di «scienza dei fini» ed all'e. quello di «scienza dei mezzi»; nel proprio ambito ciascuna resta autonoma, avendo uno specifico oggetto di ricerca (Toniolo, Vito).
Non tutti i fini hanno rilevanza economica; vanno considerati come tali solo quelli che vengono più precisamente definiti con il nome di «bisogni», per il cui conseguimento siano disponibili mezzi limitati o capaci di impiego alternativo. In altre parole sono bisogni unicamente quei fini di fronte ai quali sorge un problema di scelta; se i mezzi infatti esistessero in misura illimitata a fossero suscettibili di un unico impiego non vi potrebbe addirittura essere alcun problema. Analogamente non tutti i mezzi hanno rilevanza economica, ma solo quelli che si trovano in quantità limitata e sono capaci di impiego alternativo, ossia quei mezzi a proposito dei quali si impone ancora un problema di scelta. A questi si dà il nome generale di «beni», che compete in senso stretto ai mezzi di natura materiale, mentre a quelli che, pur essendo di natura immateriale come le prestazioni individuali ecc., servono con le stesse modalità al soddisfacimento dei bisogni, si dà il nome di «servizi».
Nella ripartizione di tutte le scienze fra scienze fisiche o naturali e scienze sociali è fuori discussione che l'e. p. appartenga a queste ultime, le quali a loro volta possono essere distinte in storiche o teoriche. L'e. p. ha tutti i caratteri di quelle teoriche; le sue leggi hanno perciò in generale quelle medesime caratteristiche che qualificano le leggi naturali. Le differenze principali risiedono nel fatto che, essendo i fenomeni economici essenzialmente fenomeni umani, le leggi economiche tendono a non avere quel grado di assoluta determinatezza che hanno le altre, a inoltre non sono suscettibili di una precisa riprova induttiva, dato che i fenomeni economici non sono riproducibili sperimentalmente.
Lo sviluppo scientifico dell'e. p. è molto recente e coincide con l'aprirsi dell'età moderna. Fino a questo periodo si sono avute solo delle trattazioni frammentarie; è soltanto nel medioevo che lo studio di argomenti economici si presenta con qualche frequenza, in quanto la concezione cristiana della vita che ne dominava tutti i settori portava naturalmente a discuterne anche gli aspetti esclusivamente economici; temi di notevole interesse pratico, oltre che dottrinario, come il giusto prezzo, il giusto salario e l'usura, erano l'oggetto di larghe analisi e discussioni. La prima trattazione autonoma che va appunto dall'inizio dell'età moderna alla prima metà del sec. XVIII è stata svolta dalla scuola mercantilista, la cui preoccupazione tuttavia si limitava a fornire delle norme empiriche di buon governo economico. La sua posizione era sintetizzata dalla massima «pecania nerbus rei publicae», con la quale si intendeva stabilire che tutta l'attività degli organi responsabili dovrebbe esser rivolta all'aumento della massa di moneta, in quanto questa misurerebbe la ricchezza di un paese. La critica a questa concezione è stata mossa innanzitutto dalla fisiocrazia, che realizza il primo tentativo di trattare l'e. in base ad
un criterio razionale, anche se tale criterio si palesi del tutto inconsistente. Infatti i fisiocratici subordinano all'osservanza di un ordine naturale immanente alla società il buon andamento della vita economica e, poiché l'attività economica conforme a natura è l'agricoltura, tutto il sistema andrebbe costruito su di essa. Spetta ai fisiocratici il merito di aver per primi cercato di riconnettere tutti gli elementi particolari del sistema economico ad un unico fattore ordinatore, e di aver così aperto la strada della trattazione scientifica sulla quale si avviano decisamente gli studiosi inglesi dalla scuola classica. Con questa l'e. p. entra nella fase dell'analisi sistematica. I classici (Smith, Malthus, Ricardo, Stuart Mill ecc.) cominciarono ad individuare alcune fondamentali connessioni tra i fenomeni economici; arrivarono alla formulazione di diverse proposizioni di carattere generale aventi il valore di leggi, e colsero infine l'importanza della funzione del prezzo quale elemento centrale del sistema economico. Il loro massimo interesse fu rivolto infatti alla risoluzione del problema della formazione del valore e del prezzo, che costituirà anche in seguito il problema fondamentale della scienza economica. Il valore dei beni viene interpretato come costituito dal costo di produzione, che a sua volta rappresenterebbe il lavoro incorporato nei beni stessi (da questa enunciazione prenderà la mossa la teoria marxistica). Per il suo ricorso a fattori oggettivi, come il costo di produzione e il lavoro incorporato, la scuola classica è anche definita «ad indirizzo oggettivistico». Fanno parte delle sue premesse le tipiche concezioni fondate sull'utilitarismo, sull'individualismo e sul liberismo. La «scuola storica», ad opera soprattutto di studiosi tedeschi (List, Bücher, Schmoller, ecc.), si propone invece di negare la possibilità di leggi economiche in nome dell'affermato carattere di contingenza di ogni fenomeno e di ogni sistema economico; il loro tentativo risulta però infecondo. Con la «scuola austriaca» si venne a riconfermare il carattere scientifico dell'e. e da allora in poi le indagini si orientarono sempre in questo senso; questa scuola è chiamata «psicologica» perché i suoi seguaci (Menger, Böhm-Bawerk, von Wieser, ecc.) spiegarono il valore dei beni in base al valore attribuito ad essi dei soggetti (criterio soggettivistico). Con tale formulazione è stata resa possibile alla più moderna scienza economica la definitiva spiegazione del valore, in quanto oggi lo si ritiene formato dalla sintesi dell'elemento oggettivo e di quello soggettivo. L'ultima scuola che si possa classificare da un punto di vista sistematico è quella «matematica», che si distingue dalle precedenti, oltre che per aver adottato sul terreno metodologico l'indirizzo matematico, soprattutto per aver sostituito alla ricerca causale dei fenomeni economici l'indagine funzionale. Spetta agli economisti matematici (Cournet, Walras e sopra tutti Pareto) di aver enunciato il principio dell'interdipendenza dei fenomeni economici e la nozione di «equilibrio generale» del sistema, a realizzare il quale concorrono simultaneamente tutti i dati economici. Sarebbe piuttosto difficile cercar di dare un giudizio intorno alle correnti contemporanee; quanto è certo è però che tutte differiscono dalle precedenti nel riconoscere che alla base delle vite economiche non è possibile ammettere momenti utilitaristici o edonistici, ai quali va invece sostituita la concezione delle finalità sociali di natura etica, mentre dal punto di vista delle premesse vengono assunti i postulati della preminenza del lavoro rispetto agli altri fattori della produzione, della necessità dell'intervento dello Stato nella vita economica, e l'obbligo della salvaguardia della personalità umana al di sopra di ogni altra considerazione economica.
