DISOCCUPAZIONE

DISOCCUPAZIONE. - Intendesi la condizione del lavoratore che, contro volontà, si trova senza occupazione remunerata. Il fenomeno assume rilevanza di problema sociale nell'età moderna particolarmente nei paesi industriali, organizzati ad economia di mercato.

Il termine generico può essere opportunamente precisato distinguendo: 1) la d. normale o di fondo, costituita dai lavoratori che hanno abbandonato una precedente sistemazione ed ancora non ne hanno trovata un'altra adeguata, e da lavoratori che non hanno i requisiti richiesti per il lavoro ancora disponibile. Per i singoli ha carattere temporaneo, nel complesso forma una specie di riserva di lavoro che non scende sotto un certo livello anche nei momenti di più forte ricerca di lavoratori. 2) La d. stagionale, caratteristica di alcune attività che si svolgono saltuariamente nel tempo (ad es., edilizia, bracciantato agricolo). 3) La d. tecnica connessa con trasformazioni degli strumenti tecnici di produzione, che permettono una diversa combinazione di capitale e lavoro, sostituendo la mano d'opera con mezzi meccanici. Di solito questa forma di d. ha carattere temporaneo. 4) La d. congiunturale, connessa con le fasi cicliche di espansione e di depressione dell'attività produttiva che hanno preso particolare rilievo a partire dalla prima guerra mondiale nei paesi a regime capitalistico. Nei momenti di depressione la collettività impiega in investimenti meno di quanto risparmia, lasciando inutilizzati beni strumentali e forze di lavoro. 5) La d. strutturale, di carattere permanente, la quale si verifica nei paesi nei quali difettano, in confronto alle forze di lavoro disponibili, beni strumentali cui applicarle. Essa può essere connessa con uno sviluppo della popolazione più rapido di quello del reddito, e quindi ad una insufficiente formazione di risparmio e di investimenti produttivi.

Dall'elencazione fatta risulta che molteplici sono le cause del permanere di una forte d.

Oltre alle circostanze sopra indicate, essa può dipendere da una difettosa distribuzione di lavoro, connessa con l'ignoranza circa la domanda di lavoro nei vari settori, e con i costi di trasferimento; può dipendere anche da una eccessiva rigidità dei salari, caratteristica delle zone ove è molto forte l'organizzazione sindacale, e che, in regime di mercato, limita le occasioni di lavoro. In questo caso il mantenimento di un alto livello dei salari si può tradurre in una minore occupazione.

Non si deve infine dimenticare che la gravità del fenomeno nell'attuale periodo è accentuata dagli

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DISMAS, santo. - Morte di D. Particolare della Crocifissione di G. Ferrari (1523) - Varallo Sessa, chiesa della Madonna delle Grazie.
ostacoli di varia natura che nell'ultimo cinquantennio hanno sempre più intralciato i movimenti di persone, di merci, di servizi e di capitale fra paese e paese.

D'altra parte, la stessa rigidità del sistema capitalistico nella sua forma moderna, ben lontano dall'ideale economia di mercato, rende difficili soluzioni adeguate, senza l'intervento dello Stato o degli Stati interessati; questo fatto complica il problema economico-sociale con difficili questioni politiche.

Gli effetti della d. sono gravissimi, sia dal punto di vista economico sociale, sia da quello politico, oltre che per l'individuo che la subisce.

In particolare: 1) Essa costituisce uno spreco di forze di lavoro e quindi incide sul reddito delle collettività. 2) Pesa come una continua minaccia sul lavoratore e spesso ne conferma l'inferiorità rispetto agli altri operatori economici. 3) È la base del pauperismo nella società moderna, in quanto colpisce in modo sistematico determinati gruppi, ai quali la precarietà del lavoro e del guadagno impedisce l'elevazione sociale ed economica, mantenendoli ai margini della vita produttiva. 4) È elemento di instabilità sociale, in quanto esaspera la sfiducia nel sistema economico che la sopporta, e spinge verso soluzioni sovvertitrici del sistema stesso. 5) Pesa sulla collettività con oneri di assistenza sempre più gravi. 6) Disgrega la saldezza familiare, costringendo al lavoro donne e ragazzi, per integrare o talora sostituire totalmente il mancato guadagno del capo famiglia disoccupato. 7) Essa è una delle più pericolose forze diseducatrici e demoralizzatrici che operano nella società moderna. Mentre offende la dignità del lavoratore, abbandonato alle conseguenze della miseria non solo materiale, lo distacca da ogni interesse costruttivo nei riguardi della società, verso la quale il disoccupato si

sente spesso vittima di un'ingiustizia. L'impresa nella quale può trovare saltuariamente lavoro non lo interessa più se non per l'occasionale guadagno; si accentua così quel forte distacco tra lavoratore ed impresa che caratterizza oggi, anche per altre ragioni, i difficili rapporti tra imprenditori ed operai.

Il problema della d. affatica da tempo i sociologi e gli economisti, e soffonde di sé le preoccupazioni dei politici. Specialmente nell'ultimo decennio, di fronte alle conseguenze della guerra ed alle soluzioni, sia pur discutibili, date nei paesi ad economia controllata, si sono formolati, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America, programmi conosciuti sotto l'indicazione corrente di « pieno impiego ».

Tali programmi si riferiscono di solito a paesi nei quali la d. dipende non tanto da carenza di beni strumentali e naturali, quanto da difetti di funzionamento del meccanismo economico. Essi sono basati su di una azione dello Stato, tendente a mantenere, costantemente, gli investimenti produttivi al livello richiesto per raggiungere l'occupazione totale. Questo risultato può essere ottenuto, a seconda delle circostanze, con l'incoraggiamento alle imprese private, con la manovra monetaria, con gli investimenti pubblici.

Più difficile è la soluzione per i paesi ove la d. ha carattere cronico e dipende essenzialmente da carenza di risparmio e da povertà dell'ambiente.

Le soluzioni di emergenza, imponibile di mano d'opera, divieti all'impiego di macchine, limitazioni negli orari di lavoro, e simili, anche se si presentano talora come inevitabili, non raggiungono lo scopo di assorbire permanentemente i lavoratori disoccupati, e possono aggravare il problema per il futuro. Esso non ha definitiva soluzione che nell'aumento di efficienza del lavoro e nell'aumento del reddito e della quota di esso risparmiata per investimenti produttivi. Quando ciò non sia possibile è inevitabile il trasferimento delle forze di lavoro eccedenti in zone ove esse difettino.

Quale sia la soluzione da scegliersi, lo Stato ha fra i suoi compiti quello di facilitarla. Con opere di bonifica e di valorizzazione di eventuali risorse naturali non adeguatamente utilizzate, anche perché temporaneamente non remunerative all'iniziativa privata, lo Stato deve creare nuove occasioni di lavoro; o, in difetto di questa possibilità, si deve assumere l'assistenza dei disoccupati, anche se questa azione implica una redistribuzione del reddito. Tale assistenza si attua oggi normalmente con lo sviluppo di forme assicurative con carattere obbligatorio.

Si deve rilevare che l'intervento pubblico è estremamente delicato perché se eccessivo può determinare una flessione del reddito totale della collettività. La via naturale per dare allo Stato i mezzi necessari allo scopo è quella fiscale, avvertendo peraltro che essa non deve essere tale da mortificare il risparmio ed il suo investimento produttivo. In casi eccezionali, e quando l'interesse dei privati contrasti con l'utilizzazione dei fattori naturali più favorevole ad un permanente maggiore impiego di lavoratori, possono essere imposte limitazioni al diritto di proprietà: è il caso delle riforme agrarie destinate ad una migliore utilizzazione del patrimonio terriero.

La soluzione di tipo liberistico, che attende l'assorbimento della d. attraverso i naturali movimenti del mercato, è utopistica nelle attuali condizioni dell'organizzazione economico-sociale, perché suppone una perfetta mobilità dei fattori di produzione, mobilità che non esiste se non parzialmente, e trascura le gravi sofferenze alle quali sono costretti a soggiacere estesi strati della popolazione.

L'aggravarsi del problema della d. potrebbe giungere a tanto da imporre sul piano politico ed economico soluzioni più radicali, quale l'accentramento dei mezzi di produzione nelle mani dello Stato, se lo Stato stesso non si assumesse il compito di fronteggiare le conse-

guenze sociali della d. Quando poi il fenomeno della d. raggiunga entità eccezionali ed abbia carattere permanente in un determinato paese, esso non può avere stabile soluzione se non attraverso intese internazionali, tendenti a favorire lo spostamento di lavoratori da un paese all'altro e l'afflusso di capitali per valorizzare quelle forze di lavoro che potessero essere utilizzate in nuove sedi.

Questa soluzione interessa particolarmente l'Italia ove la d. ha in gran parte carattere strutturale: vi si nota infatti, in un ambiente naturalmente povero e già densamente popolato, uno sviluppo della popolazione più rapido di quello del risparmio necessario per impiegare le forze di lavoro che via via si rendono disponibili: esse si valutano annualmente a 200 mila unità.

Prima del 1914, questo incremento era assorbito in parte dall'emigrazione, successivamente, rallentato il ritmo delle emigrazioni e nonostante la notevole espansione della produzione, il numero dei disoccupati si mantenne sempre alto e nel periodo 1936-39 toccò in media le 700 mila unità.

Alla fine del 1947 i disoccupati risultarono 1.778.820. Cifra superiore al vero, se la si riferisce al numero di lavoratori totalmente disoccupati; ma essa è comunque sintomo di una situazione grave, tanto più che moltissimi lavoratori hanno un'occupazione parziale e saltuaria, mentre in molti settori il numero dei lavoratori addetti eccede i limiti di una economica combinazione con gli altri fattori produttivi.

Alla d. italiana si applicano in particolare le considerazioni relative alla d. strutturale, sulla necessità dell'intervento dello Stato e di intese internazionali, tendenti allo sviluppo della colonizzazione in territori non ancora aperti ad un adeguato sfruttamento ed all'assistenza dell'emigrazione.

BIBL.: Bureau intern. du travail, Bibliographie du chômage, Ginevra 1930; A. C. Pigou, The Theory of unemployment, Londra 1933; I. M. Keynes, General theory of employment, interest and money, Londra 1936; Le chômage et ses remèdes, in Travaux du Congrès international des sciences économiques, II, Économie sociale, Parigi 1937; F. Vito, L'economia a servizio dell'uomo, Milano 1945.
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“DISOCCUPAZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 1004. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/disoccupazione.