DISARMO. - Il bene comune, fine essenziale dello Stato, impone all'autorità pubblica il dovere di provvedere all'ordine interno e di difendere contro eventuali aggressioni esterne i diritti della società, alla cui vita presiede. Esso rende quindi legittimo il mantenimento di una forza organizzata a disposizione del potere esecutivo, per comprimere le cause del disordine interno e respingere le aggressioni dall'esterno. L'ammontare però di tale forza pubblica deve essere strettamente adeguato alle richieste dello scopo che si intende conseguire, e pertanto contenuto entro limiti ragionevoli, affinché per altro verso non venga a pregiudicare altri elementi importanti del bene comune. La dottrina cattolica conseguentemente, come non giudica in linea di principio illegittima la guerra, purché risponda a certe condizioni, così non dichiara illegittimo né il mestiere delle armi, né un relativo armamento purché non sorpassi le necessità della difesa.
L'attuazione del d. dipende perciò dalla maggiore o minore sicurezza sulla quale può fare assegnamento una nazione, tanto all'interno quanto all'esterno. D. e sicurezza sono due problemi in

tivamente connessi e inscindibili. Chiaro è ancora come il d. possa soltanto raggiungere un certo grado: avendo sempre lo Stato bisogno di una forza armata, se non altro per la difesa interna, il d. sarà in ogni supposizione parziale. Piuttosto, che di d. si dovrebbe con più proprietà parlare di riduzione e di limitazione degli armamenti, ed i limiti entro i quali questi si dovrebbero contenere dovrebbero dipendere dal principio che lo scopo delle forze armate è essenzialmente difensivo, derivando la loro giustificazione dalla necessità della difesa così dell'ordine interno come del diritto nel campo internazionale.
La dimenticanza di queste norme è stata causa della corsa agli armamenti verificatisi dal secc. XVII in poi. La politica dell'equilibrio, fondata unicamente sulla relazione delle forze, ha costretto le nazioni a stare perpetuamente sul piede di guerra, giacché un assetto appoggiato sopra un fondamento così instabile poteva cedere da un momento all'altro e dare origine a un conflitto armato. A fomentare il processo si aggiunse l'atmosfera di sospetti sulle intenzioni altrui, poiché non ci si arma per tenere poi le polveri asciutte nelle polveriere, e la conseguente sfiducia sulla fedeltà alle stipulazioni internazionali. Un ordine puramente meccanico, costruito senza l'appoggio di alcun principio morale e giuridico valido dinanzi alla forza delle potenze, non può generare sicurezza. Il positivismo giuridico ha contribuito ad alimentare la psicosi delle armi. Se uno Stato, secondo il diritto internazionale interpretato dai positivisti e accolto per comodità dai politici, possiede piena libertà di muovere
guerra per qualsiasi motivo, non rimane agli altri Stati se non premunirsi, confidando la propria sicurezza alla forza e non al diritto.
Tutte queste cause ed altre ancora condussero gli Stati ad adottare la formula della nazione armata, mantenendo eserciti permanenti, introducendo la coscrizione obbligatoria e aumentando progressivamente i loro effetti, in una gara vertiginosa di spese dannose all'economia generale del paese, le cui risorse vennero in buona parte inghiottite dai bilanci militari.
La voce della Chiesa non ha mancato di ammonire i popoli sui pericoli di una tale rovinosa politica. Le cose XIII, nella lett. apost. Pervenuti all'anno vigesimo quinto, del 9 marzo 1902, deplorava «i criteri funesti che consacrano le forze materiali quasi legate suprema del mondo: donde l'aumento progressivo e smisurato degli apprestamenti bellici, ossia quella pace armata paragonabile per molti riguardi ai più disastrosi effetti della guerra». Pio X, in una lettera inviata l'11 giugno 1911 al delegato apostolico degli Stati Uniti, lodava l'iniziativa della dotazione Carnegie in favore del d., necessario, gli diceva, «maggiormente in questo tempo in cui l'importanza numerica degli eserciti, la potenza degli apparecchi guerreschi, e la scienza militare contano progredita, lasciando intravedere la possibilità di guerre, che dovrebbero incutere vivo in morte anche ai principi più potenti». Note sono le proposte di Benedetto XV ai popoli belligeranti della prima guerra mondiale, rese pubbliche il 19 ag. 1917. Per il conseguimento della pace, tra l'altro il Papa consigliava «un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, secondo norme e garanzie da stabilire nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati». Nello stesso senso si è espresso Pio XI nella cenci. Ubi Arcano Dei del 23 dic. 1922. La Chiesa ha, dunque, fatto sua la causa del d.
Tentativi per raggiungere un accordo su tale oggetto non sono mancati nella storia delle relazioni internazionali. L'aspirazione a diminuire i mezzi di offesa a beneficio dell'umanità è stata sempre viva nei popoli e presso alcuni uomini di Stato, ma non è riuscita mai a concretarsi. Nel 1814, mentre si negoziava il trattato di Parigi, Talleyrand proponeva alle potenze vittorie di esaminare seriamente la possibilità di ridurre gli eserciti in tempo di pace. La proposta intensiva non venne accolta, perché la Francia, esaurita da venti anni di guerra, non godeva allora di sufficiente prestigio. Nel 1831 la stessa Francia prese l'iniziativa di un'equale proposta, alla quale il principe di Metternich oppose che il ritorno degli eserciti su piede di pace poteva solo essere conseguenza della sicurezza e della confidenza raggiunta nella buona volontà degli Stati di rispettare gli impegni assunti.
Più serio fu il tentativo dello zar Nicola II, che riprese l'idea di una riduzione generale degli armamenti, invitando nel 1898 gli Stati a una conferenza per discutere la questione. Le piccole nazioni risposero favorevolmente all'invito, accolto freddamente dalle grandi potenze, le quali nella conferenza dell'Aia del 1899 fecero fallire definitivamente la proposta, nonostante che la Russia avesse limitato il programma originario alla modesta proporzione di un impegno generale a non aumentare gli armamenti per lo spazio di pochi anni. Questi rispettati tentativi infruttosi manifestano come sia impossibile risolvere il problema del d. materiale, senza un precedente d. morale e la trasformazione di quella mentalità egoistica, unicamente intenta al trionfo degli interessi particolari di ciascuna nazione.
La persistenza di tale atteggiamento mentale e le non mai abbandonate mire egemoniche delle grandi potenze resero vivi gli sforzi più di recente compiuti dalla
Società delle Nazioni, per raggiungere un accordo collettivo sulla riduzione degli armamenti. Alla fine della prima guerra mondiale, gli Stati, edotti dalla recente esperienza, si mostraron più disposti ad accettare, con l'art. 8 del Patto, il principio che era un'esigenza della pace: ridurre gli armamenti nazionali «al minimo compatibile con la sicurezza nazionale e l'esecuzione delle obbligazioni internazionali imposte da un'azione comune», incaricando il Consiglio di preparare i piani da sottoporre poi all'approvazione dei governi. Intanto si impegnavano a scambiarsi tutte le informazioni relative al grado dei loro armamenti e ai programmi militari, navali e aerei. Le prospettive di un d. vennero confermate dal preambolo della parte 5° del Trattato di Versailles (1919), nel quale era detto che la Germania si impegnava a osservare strettamente le clausole militari, navali e aerei ad essa imposte, «in vista di rendere possibile la preparazione di una limitazione generale degli armamenti di tutte le nazioni».
Dovettero però trascorrere 12 anni, prima che si convocasse la Conferenza plenaria per la riduzione e limitazione degli armamenti. Questa, inaugurata nel 1932, svolse i suoi lavori tra insuperabili difficoltà sollevate dalle direttive contrastanti delle potenze, dovette essere sospesa nel 1933 a causa del ritiro della Germania, che già segretamente armava, e chiuse i battenti con un nulla di fatto. La corsa agli armamenti ricominciò sfrenata fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, alla fine della quale le potenze vincitrici, che hanno elaborato lo Statuto delle Nazioni Unite, hanno concesso al d. soltanto qualche accenno, come oggetto sulla posibilità potrà fermarsi l'attenzione dell'Assemblea generale e del Comitato degli Stati maggiori militari (art. 1 e 47), senza prendere nessun impegno formale per la sua attuazione.
La necessità di addivenire a una riduzione degli armamenti rimane tuttavia impellente. Su di essa ha insistito ripetutamente Pio XII durante gli anni dell'ultimo conflitto. Nel messaggio natalizio del 1939, ammoniva che «conclusioni di pace, che non attribuiscono fondamentale importanza ad un d. mutualmente consentito, organico, progressivo, sia nell'ordine pratico che in quello spirituale, e non curassero di attuarlo lealmente, rivelerebbero, presto o tardi, la loro inconsistenza e mancanza di vitalità». Sullo stesso argomento ritornava ancora nel Natale del 1941.
Il conseguimento di questo alto scopo non sarà possibile, senza la previa attuazione di alcuni presupposti. Al d. morale, di cui si è fatto cenno, deve accompagnarsi il rinato senso del carattere sacro del diritto, con l'abbandono del principio fatale che la forza lo sostituisca o lo produce; una conseguente fiducia reciproca degli Stati, fatti sicuri che i loro diritti non saranno impunemente violati; la costituzione di un organismo internazionale efficiente, al quale sia confidata la difesa delle piccole e delle grandi nazioni e il controllo dei loro armamenti. Arduo certamente il raggiungere queste mete ma l'evoluzione del diritto e delle istituzioni internazionali deve tendervi con costanza, per liberare i popoli dallo spettro della guerra e dal peso insopportabile di spese improduttive, che divorano le risorse nazionali e impoveriscono l'economia dei popoli.