ENTELECHEIA. - Da ἐντελές, «perfetto, compiu-
to, finito» : ἐν «in», «τῶος» «fine», ἔχει «ho». Concetto
centrale in Aristotele, nel quale significa la perfezione
finale dell'essere. Mentre l'atto, dal quale non è sempre
chiaramente distinta, dice perfezione semplicemente,
l'e. dice attuazione finale della perfezione, aggiun-
gendo il concetto di dinamicità realizzata. Antitretica
alla potenza, che è l'esperfezione, passività, essa e-
sprime la realizzazione finale della potenzialità. In
ciò si avvicina alla forma, senza identificarvisi.
In intima connessione con il finalismo aristotelico,
supera il meccanicismo democratico, nell'unità finale valo-
rizante il processo armonico ed unitario a carattere fina-
listico, intrinseco ed essenziale, di ogni ente diveniente.
In psicologia, l'e. segna lo stadio conclusivo dell'evoluzione
di Aristotele, cui giunse dall'originario dualismo
platonico, attraverso lo stadio intermedio dell'«endele-
cheia» (continuità se movente). Leibniz (v.) la attribui
alle sue monadi, per il loro sviluppo finalistico intrinseco, intendendola come l'attività dinamica della monade stessa. H. Driesch la ridusse al principio vitale organico individuale; in tale significato venne intesa ad usata dal vitalismo.
BBL.: Aristotele, Phys., III e VIII; Met., IX; De An., II; E. Bignone, L'Aristotele perduto e la formazione filosofica di Epicura, I, Firenze 1936, pp. 227-72; F. Nuvena, L'évolution de la psychologie d'Aristote, Lovanio 1948, pp. 60-78.