ESAME DI COSCIENZA. -
I. NATURA
Esercizio ascetico, nel quale l'uomo desideroso di perfezionamento spirituale, mediante riflessione sulle proprie operazioni, le corregge dei difetti e le eleva a maggior perfezione.Già gli antichi filosofi stimarono necessario per il miglioramento della vita l'impiegare qualche spazio di tempo a chiedersi conto dei propri pensieri, parole ed azioni. Pitagora prescrisse l'o. di c. a. suoi discepoli, e Cicerone affermava d'aurato ogni sera circa quel che aveva detto, udito e operato nella giornata. E celebre la frase di Seneca: «Quodique apud me causam dico, totum diem mecum scrutor facta et dicta remetior. Nihil mihi abscondo; nihil transeo!» (cf. Ep. 83, 2; De ira 3, 36, 1).
L'uso però dell'e. di c. in senso strictamente ascetico si diffuse con la vita ermetica e cosmobtica dei primi secoli dell'era cristiana. I SS. Padri in pagine eloquenti commemorano che Iddio scruta le reni e il cuore (Ps. 7, 10), che anche ogni parola oziosa, secondo il detto di Gesù Cristo, sarà esaminata nel di del giudizio (Mt. 12, 36). E prima di loro s. Paolo diceva che se giudicassimo noi medesimi, eviteremmo il giudizio divino (I Cor. 11, 31). Era molto raccomandata l'espiazione volontaria come preservazione della punizione di Dio. I Padri generalmente ricordano che l'umiliazione porta all'esaltamento, il pentimento al perdono, come per il pubblicano della parabola evangelica che da sé era riconosciuto peccatore ed aveva con cuore contrito il plorato la misericordia di Dio, ottenendolo. S. Agostino scrive: «Prima di giudicare gli altri, sii giudice di te stesso. Rientra tu in te stesso, rivolgi l'attenzione sulle tue opere, discutite, ascolta la tua causa... Tu ti sei esaminato, giudicato, punito? Eccoti risparmiato» (PL 38, 110).
La prassi dell'e. di c., dal monachesimo, sia orientale che occidentale, passò nella vita spirituale medievale; fu intensamente raccomandata da S. Bernardo (1000-1153) e molto praticata dalle famiglie d'ispirazione benedettina, certosina, vittorina, domenicana. Nell'eco moderno essa diviene generale, moltiplicandosene i metodi. Particolare importanza ebbe nella spiritualità ispirata dagli Esercizi Spirituali di s. Ignazio di Loyola (1491-1556); l'autorità ecclesiastica l'introdusse nei seminari; il suo uso oggi è universale nei collegi, educandati ed istituti religiosi, e suoi farsi ad ora fissa per un tempo che varia da un mezzo quarto ad un quarto d'ora. Tale università indica il pregio in cui esso è tenuto nella Chiesa per la sua salutare influenza nella vita cristiana.
I vantaggi dell'e. di c. sono specialmente in rapporto alla «puraità di coscienza ed al raggiungimento di determinate virtù» (G. B. Scaramelli, Dirett. ascetico, I, trat. 3, a. IX). Per ottenere la purità dell'anima è necessario, oltre al conoscere le proprie mancanze le occasioni esteriori che le fanno commettere, concepire un vero dolore ed il proposito di emendarsene. Ora la conoscenza delle cattive inclinazioni, dei mancamenti e delle loro radici, è pressoché impossibile per chi non riflette mai o quasi mai sullo stato della propria anima.
L'acquisto delle virtù dipende essenzialmente da una intima riflessione su se stesso: sullo circostanze in cui si vive. Cominciando dalla virtù dell'umiltà,

Esacordo - Gli esscordi naturale, molle, dorato sono indicati nella linea superiore. Verticalmente in margine sono segnate le lature affibturche che corrispondono al diagramma musicale. Orizzontalmente sono segnati 2-3 monosillabi (es. G. sol. fa. ut) che ogni cosa
base e fondamento d'ogni vero perfezionamento, definita da S. Bernardo a quella virtù per la quale l'uomo per la verissima cognizione che ha di sé, si tiene a vile, essa nasce da frequenti e, di c. i quali dimostrano che l'uomo senza Dio è nulla, non può nulla, e corrompe e guasta i doni del Signore; sicché da tale conoscenza l'anima arriva al sentimento di confusione che le impedisce d'insuperbirsi, distaccandola dall'orgoglio cieco, dall'aspirazione al sopraffare, da credersi più di quel che è.
La pratica dell'e. di c. evidentemente è utilissima a disporre meglio alla Confessione sacramentale ed a ricavare maggior frutto dal Sacramento, favorendo un'accusa dei propri peccati più precisa e un dolore e proposito d'emendazione più attuale ed intenso. Eseguito seriamente ogni giorno diventa pure un'eccellente preparazione alla morte ed al giudizio di Dio.
Si distinguono due specie di c. di c., il generale ed il particolare.
Il primo verte essenzialmente sulle mancanze commesse in una giornata (o mezza giornata) a cominciare dall'ora della leva fino al momento dell'esercizio, percorrendo le varie ore ed occupazioni. Vari sono i metodi proposti (v. sotto). Gli autori ascetici si trattengono, però, soprattutto nel raccomandare di formulare durante l'e. atti di corruzione, insistendo sui motivi più perfetti di detestazione del male commesso. Il pentimento sincero di perfetta corruzione ottiene infatti subito il perdono delle colpe e restituisce la modesta dell'anima, ancorché resti nella persona rea di peccato mortale il grave obbligo di esporlo nella successiva Confessione sacramentale, sotto condizione di ricadere altrimenti in disgrazia di Dio per la trasgressione di una grave obbligazione imposta da lui. Se il dolore è quale deve essere, non mancherà il proposito di fuggire i peccati in avvenire. Ma poiché la volontà umana è faccia e debole, si raccomanda di finire l'esame ricorrendo all'orazione per ottenere la Grazia divina che la fortifichi.
L'e. di c. particolare è il concentramento dell'attenzione e degli sforzi sopra un punto speciale. È un'applicazione alla vita morale del principio strategico dell'evitare la dispersione delle forze. Esso è quindi indirizzato ad estirpare uno per volta i difetti principali dell'individuo, secondo la celebre frase dell'Imitazione di Cristo: «Se ogni anno estirpassimo un vizio, presto saremo perfetti». Ogni uomo ha, d'ordinario, uno o più punti deboli, ovvero passioni predominanti che sono radice delle sue mancanze quotidiane. Precisamente contro queste tendenze va praticato un c. di c. particolare, ossia una vigilanza speciale e propositi più intensi e circonstanziati. È questa un'industria molto ragionevole, già uno spesso i saggi dell'antichità. Plutarco l'adoperava per vincere la collera e lo sdegno. Per agevolare la pratica, i maestri spirituali consigliano di cominciare dai difetti più facili a vincersi per passare poi ai più difficili; prendere prima di mira gli esteriori, che offendono anche gli altri, poi quelli puramente interni. Per quel che riguarda il proposito di emendazione, elemento principale dell'esame particolare, si deve procurare che sia veramente serio ed energico, perché le velleità o mezze misure non valgono a raggiungere lo scopo.
Sull'e. di c. particolare: J. Deharbe, Examen ed usum Cleri in gratiam praecipue sacerdotum sacra exercitia obeuntium, Rett. 1906; P. Fontana, Novena in triduo d'examen particulare, Bruxelles 1912; L. Sempe, Ascèse et mystique. L'examen particulare, principe, méthode, origine, Tolosa 1923; A. J. Willwerding, Examinations of conscience for boys and girls, St. Louis 1927; C. Imba, A Particular Examen. A constructive method, 1917; P. Gocke, Der asztische Wert des Particularexamens, Glossar 1938; O. Marchetti, E. di c. per il clero durante i santi esercizi, Roma 1934; id., E. di c. per i giovani, 1919; id., E. di c. per gli adulti, 1914; W. Sierp, Nüher, mein Gott, zur Hilfe! Handbüchlein für die tägliche Geissenerforschung, Warndorf in W. 1940.
Il. Precetto e metodo, — Specialmente, dopo i richiami alla vita spirituale di Pio X (Haerent animo: cf. Acta Pii X, 4 [1908], pp. 237-64) e di Pio XI (Ad catholici Sacerdoti, 20 dic. 1935, in AAS, 28 [1936], pp. 5-53), l'e. di c. è divenuto una delle pratiche più importanti della vita religiosa. Il CIC lo comanda indirettamente a tutti i chierici: «Curent locorum Ordinarii ut clerici omnes... quotidie... conscientiam suam discutiunt» (can. 125).
Il metodo dell'e. di c. è lasciato del tutto libero dal legislatore.
L'e. di c. generale secondo il metodo di s. Ignazio contiene cinque punti: il ringraziamento a Dio, la domanda di grazia, un'indagine accurata sulla nostra condotta dal primo risveglio al martirio fino al momento dell'esame, la domanda di perdono ed il proposito (Modus facienda examen generale et coniuncte quinquae puncta). Il metodo dell'e. di c. particolare è più complesso. Esso s'inizia con il primo dettarsi al mattino (esame preventivo) e si compie in due momenti, prima del pranzo e dopo la cena. Vuole anche l'annotazione scritta delle mancanze (una specie di bilancio delle perdite e dei guadagni) per poter fare i confronti tra un giorno e l'altro, tra una settimana e l'altra. Questo sistema complesso rese l'e. particolare secondo s. Ignazio meno accetto a diversi maestri di vita spirituale tra i quali s. Francesco di Sales (Lettere alla suora di Sostifour, in Oeuvres de st François de Sales, XII, Annecy 1902, p. 167 sg.) e s. Alfonso (La vera sposa, ed. Roma 1935, cap. 24).
Il metodo ignaziani per l'e. di c. tanto generale che particolare risentono dello spirito di s. Ignazio, spirito metodico, nemico dell'astratto, che si rappresenta la vita spirituale come una lotta ed una conquista. Non si propone di rinunciare genericamente al peccato, ma a questo peccato; né di voler essere perfetti, ma di conquistare questa o quella virtù. Egli parte dal principio che l'uomo deve fare tutto come se tutto dipendesse da lui.
Accanto ai metodi ignaziani ci sono altri metodi e tra questi hanno una particolare importanza i metodi detti sulpisiani, le cui idee madri ci vengono dal card. De Bérulle, dal De Condren e dall'Ollier. Poiché l'idea centrale del metodo sulpisiano è l'unione e l'adesione al Verbo Incarnato, per porgere a Dio gli atti di religione che gli sono dovuti, i ritrarre nell'anima le virtù di N. S. Gesù Cristo, ai cinque atti dell'esame generale di s. Ignazio si aggiunge l'adorazione ed il mettersi al cospetto di Gesù modello e giudice: l'esame inoltre non avrà per oggetto diretto il togliere un difetto determinato o l'acquisto di una determinata virtù ma bensì l'abuso delle disposizioni alla virtù che Gesù Cristo ci ha dato, rigettando le sue ispirazioni e impedendo le sue ispirazioni e mozioni (cf. M. Ollier, Lettres, ed. E. Levesque, I, Parigi 1933, pp. 31-17). La Chiesa, raccomandando, come si è detto, l'e. di c. è tutto il clero, non ha inteso di imporre un determinato metodo, ma lascia a ciascuno la più ampia libertà di spirito.
III. Atto del penitente
L'e. di c. come atto del penitente, presupposto all'accusa dei propri peccati, è detto dal Concilio Tridentino (sess. XIV, cap. 5) diligens sui discustis (can. 901). La dottrina dei più accettati moralisti lo ritiene necessario anzitutto come un mezzo per soddisfare al dovere di una eccessa integrale di tutti i peccati mortali, ed inoltre come un mezzo per rendere spiritualmente più frustuosa la confessione. Però commetterà colpa grave solo colui che lo dovesse trascurare pur avvertendo il pericolo di omettere poi di accusare dei peccati mortali. La diligenza richiesta è la diligenza normale che gli uomini sogliono mettere in quelle cose cui dannouna vera importanza; non occorrerà quindi la massima diligenza, e nemmeno una diligenza che abbia
dello straordinario. Per questo si ritiene, in dottrina,
che nessun penitente sia obbligato a mettere in scritto
i propri peccati o a far uso di un interprete quando
non dovesse conoscere la lingua del confessore; per
questo ancora agli scrupolosi l'è. di c. potrà essere
vietato o ridotto al minimo. Di fronte ad un peni-
tente che ha mancato gravemente nel fare l'è. di c.,
il confessore, in linea di principio, avrebbe anche il
diritto di rimandarlo come indisposto; in pratica,
la dottrina dei più accreditati moralisti raccomanda
di non farlo, perché coloro che non l'hanno fatto
per incapacità, lasciati da soli, saranno ancora da
capo; e il riguardo di quelli che l'hanno omesso per
indisposizione si corre il pericolo di spegnere il lu-
cignolo fumigante. Il Catechismo romano (De Poenit.,
n. 60) si ispira ad un criterio di larghezza dove as-
serisce: «Si audita confessione iudicaverit (confes-
sarius) neque in enumerandis peccatis diligentiam,
nec in detestandis dolorem poenitenti omnino de-
fuisse, absolvi poterit».