ESAMERONE

ESAMERONE. - Parola tecnica che indica la
narrazione biblica (Gen. 1-2, 3) dell'opera della
creazione, presentata come avvenuta in sei giorni
(γῆς = «sei», ἡμέρα = «giorno»). Strettamente par-
lando escluderebbe perciò le questioni che sorgono
dalla cosiddetta seconda narrazione della creazione,
che si trova in Gen. 2, 4-19, dato che in questa se-
conda narrazione non vi è accennato ad uno sviluppo
in sei giorni. Siccome però questi due racconti hanno
stretta relazione (certamente oggettiva, se non di
fonti e di stile), bisognerà almeno prospettare le
loro relazioni.

I. PRIMA NARRAZIONE

Dal punto di vista sti- listico non vi è dubbio che Gen. 1-2, 3 sia nettamente da separarsi dalle susseguenti narrazioni genesiache. La prima impressione che si riceve è di una spiri- tualità (modo di concepire immaterialmente la Di- vinità e la sua operazione) e di un'arte altissima.

Spiritualità, perché mentre i seguenti racconti si
muovono in mezzo a notevoli antropomorfismi della Di-
vinità, in questo primo brano nulla di tutto ciò. La Di-
vinità, crea, produce, ordina con un solo onnifero
comando della sua bocca (per ben 10 volte ritorna la
forma ναυϊκό με «disse», nel giro di 20 versetti). L'esse-
cuzione delle singole opere non è rappresentata quale
risultato di un'operazione diretta di Dio, ma o quale
immediata conseguenza di un comando, o quale effetto
di una virtù comunicata alle cause seconde.

L'arte sta nel modo di narrare secondo un dato
schema letterario che prescinde per particolari esigenze
da una esposizione che sia strettamente storica in tutti
i suoi elementi. Essa risulta: 1) dal parallelismo delle
opere. I sei giorni sono preceduti dalla creazione pro-
priamente detta. Segue l'opus distinctionis nei primi tre
giorni. In essi si nota come intento dell'autore è di de-
scrivere la produzione dell'ambiente (= quasi le parti
essenziali ed immobili di un edificio). Ogni giorno
un'opera, al terzo giorno due opere. Nei tre seguenti
giorni si descrive l'opus ornatus (= quasi le parti mobili
ed accessorie in una casa). Ogni giorno un'opera, al terzo
(= sesto) due opere. - 2) Dal parallelismo delle forme, in cui
si ha uno schema costante e ripetuto di descrivere le sin-
gole opere di Dio: a) Dio disse; b) sia; c) avvenne; d) ese-
cuzione; e) nome; f) benedizione; g) cosa buona; h) gior-
no. - 3) Dall'uso del numero 7 nella disposizione della narra-
zione: sei giorni di lavoro divino, giorno di riposo divino.

Queste considerazioni, specialmente circa l'indole
artistica, aprono la strada al problema fondamentale:
l'interpretazione di questo racconto. Che cosa è da
ritenere in esso?

Come in tutte le questioni di questo genere, c'è
chi nega ogni storicità al racconto, c'è chi vuole
vedervi l'esatto sviluppo della formazione del mondo.
Non è qui possibile esaminare le singole posizioni.
La storicità del racconto, secondo la dottrina cat-
tolica, deve essere ritenuta e bene interpretata. Gli
antichi, ignari della cosmogonia moderna, interpreta-
rono assai rigidamente le formule del racconto
(teoria concordatoria). Non mancano ancora oggi
quelli che, precisamente in base ai dati moderni
delle scienze, riscontrano un meraviglioso accordo
tra la narrazione mosaica e le scienze (p. es., G. Ar-
mellini, Cosmogonia moderna e cosmogonia mosaica,
in Studium, 42 [1946], pp. 152-56).

Rimangono però gravi difficoltà nel voler am-
mettere questa teoria neoconcordataria. P. es., benché
la Commissione Biblica lasci la facoltà di interpret-
are «giorno» = «epoca», pare evidente che il termine
«giorno» nella narrazione mosaica debba essere con-
siderato quale spazio di 24 ore. La migliore posizione
pare essere quella in cui si ritengano i seguenti
principi:

1) il racconto mosaico e i dati delle scienze si muo-
vano su due piani completamente distinti, ma non con-
trari. Mosè non volle narrare l'intima natura e formazione
dell'universo (non sarebbe stato capito!), ma usando le
cognizioni contemporanee tracciò un quadro con intradi-
menti eminentemente religiosi (soprattutto l'insegnamento
del lavoro settimanale e del riposo sabbatico).

2) Il racconto mosaico è storico, in quanto di fatto
tutto ciò che viene narrato è operato di Dio, o diretta (prima
creazione, la vita), o indiretta (prodotto di forze comuni-
cate alle cause seconde, il quale prodotto, secondo il noto
concetto della Bibbia, è fatto risalire direttamente a Dio).

3) Il racconto mosaico è frammentario. L'autore scelse
solo alcuni interventi di Dio nella creazione e formazione
dell'universo, i quali potevano fornire un ammestrato-
mento religioso o apologetico più appropriato.

4) Il racconto mosaico è da interpretarsi in base
alle nozioni fisiche di quel tempo, quali risultano da altri
documenti biblici (specialmente Salmi e Giobbe). Così
es. es., la concezione del frammento che separa le acque
superiori dalle inferiori.

5) Il racconto mosaico è, come detto sopra, elabo-
razione artistica, con cui si vuol presentare Dio che pre-
para l'abitazione all'uomo, ultimo venuto, ma primo in
dignità. Si vede perché Dio che crea: ma tutto è ancora
disordine; eccolo al lavoro per ordinare la stanza. Si
comincia dal fare la luce per vedere (1° giorno). Segue la
sistemazione delle parti fisse, immobili (a almeno così
concepite): ecco dunque la separazione delle acque su-
periori dalle inferiori (2° giorno), la separazione del mare
dalla terra = la produzione della pianta, le quali godono
di una certa immobilità (3° giorno). Nella seconda serie
di opere si ha l'ornamentazione con cose concepite come
mobili, il sole, la luna, le stelle che percorrono il cielo
(4° giorno), gli uccelli e i pesci (5° giorno), gli animali
della terra ferma e l'uomo (6° giorno).

6) Il racconto mosaico non contiene falsità. Ciò
potrebbe riscontrarsi in due cose: a) nel susseguirsi
delle opere in modo del tutto contrario alla moderna
cosmogonia; b) nel concepire l'intervento di Dio
in 6 giorni di 24 ore. Riguardo ad a) si noti che l'in-
versione dell'ordine non costituisce falsità circa l'og-
gettività del racconto quando dalle circostanze appare
l'intenzione artistica dell'autore, dato che allora il
punto di vista è diverso, quando, umanamente
parlando, non era possibile una cognizione diversa
dalla contemporanea. Si ricordi che Dio, dalla cui

sola Rivelazione si poteva conoscere ciò che avvenne prima dell'uomo, non aveva intenzione di insegnare nozioni di fisica, geologia, ecc., ma si servì del modo comune di parlare; come del resto anche uno scienziato moderno può impunemente parlare di levare e di tramontare del sole. Riguardo a b), non bisogna dimenticare che uno degli scopi di Mosè è di inculcare la settimana lavorativa e il riposo sabbatico. Egli perciò presenta Dio come modello del lavoratore. Dio per sei giorni lavora, al settimo si riposa. Questo lavoro di Dio è un puro antropomorfi smo: Dio creò tutte le cose con un atto semplicissimo della sua volontà, che esiste a aeterno. Orbene, posta la liceità dell'uso di tale antropomorfi smo, l'autore andò oltre e lo completò fino alla costituzione della settimana generosa.

Il racconto mosaico ha per scopo l'affermazione di uno speciale insegnamento teologico. Difatti vi si insegna: a) il più puro monoteismo. Tutto ciò che gli Ebrei potranno vedere adorare da parte degli Egiziani e popoli cananei (sole, luna, animali, piante, ecc.) sono semplici creature: l'unico vero Dio le ha prodotto; non meritano culto divino. b) La creazione dal nulla. «In principio...» assoluto, cioè prima di ogni creatura, quindi dal nulla! c) Il valore e la dignità dell'uomo. Esso è termine di uno speciale consiglio di Dio. Nella spiritualità del primo capo del Genesi, si sente Dio che quasi sprona se stesso ad un'opera di maggiore entità. Si tratta dell'uomo che deve essere creato ad immagine e similitudine di lui. d) Il fine dell'uomo. Esso deve dominare sulle creature irragionevoli: deve propagarsi con generare altri uomini che siano immagine e similitudine sua, quindi di Dio (cf. Gen. 5, 3). L'elevazione al fine soprannaturale appare chiara nella seconda narrazione della creazione dell'uomo. e) L'originaria bontà delle creature. «Vide Iddio che era ben fatto»: è questo il ritornello a ciascuna delle opere dei sei giorni. Perciò l'attuale malizia che si trova in esse non viene da Dio.

Il Seconda narrazione. — Quanto alla seconda narrazione (Gen. 2, 4-19), l'andatura fortemente antropomorfi ca di questo brano, il modo cui comincia: «Quando il Signore Iddio fece la terra...» tanto simile al racconto babilonese Eufima ellis, vocabolosi che riproducono termini simbili, lo distinguono nettamente dal capo precedente. E allora che cosa si ha in questa narrazione? La risposta può forse venire dalla soluzione della composizione letteraria di tutti questi capi del Genesi, che narrano le primissime vicende dell'umanità (Gen. 2-11). Mosè, componendo questi capitoli, si servì senza dubbio di documenti e tradizioni antichissime, che poterono far per una scelta scaturire a babilonese (Abbiamo ora nato di quella regione). In esse si sente appunto lo stile popolare e semplice, pieno di potenti antropomorfi simili. Mosè trovò quindi una narrazione dei primi fatti dell'umanità: creazione dell'uomo, il Paradiso terrestre, la collocazione dell'uomo in quello, la formazione della donna. Tale narrazione era assai utile per Mosè, ma ancora incompleta: mancava la storia precedente. Allora, da quel genio che era, illuminato da Dio, narrò nel primo capo in stile del tutto personale la creazione dell'universo. Per esigenze di tale racconto vi inserì la creazione dell'uomo e della donna, presentandola con la stringa tezza e spiritualità propria del contesto.

Bibl.: Cf. tutti i commenti in Genesi. Inoltre: Theophilus ab Orbiso, Narratio biblica creationis, in Verbum Domini, 11 (1931), pp. 141-153; A. Bea, De Pantateucho, 2a ed., Roma 1933, p. 134 (De historia primordiali); U. Cassuto, La questione della Gesù, Firenze 1934, pp. 255-276; E. Florit, Ispirazione e intervento biblico, Roma 1943, pp. 105-108 (Cosmogonia musica e scienze naturali); F. Salvoni, Il problema cosmologico, in Questioni bibliche alla luce dell'ancestrali Divino Afflante Spiriti, 1, 11 (1940), pp. 141-158.