ERODE I detto il Grande, re di Giudea. - Antipatro (v.), prefetto di palazzo di Ircano II, e dell'araba Cipro, nacque ca. il 73 a. C. ed ebbe in Gerusalemme ottima educazione. Nel 47 a. C., quando Cesare dette la Palestina ad Ircano II con il titolo di etnarca, Antipatro fu nominato *ἐπιστοποι* 'Ioudakes, Fasael suo primogenito *σφάσχη* della Giudea, ed E. della Gallica. Entrato in carica. E. purgò i suoi domini dai briganti (in realtà partigiani del defunto re Aristobulo II) uccidendo anche il loro capo Elcazaro senza il giudizio del sinedrio; onde fu condannato da questo consesso, ma, salvato da Ircano II, si rifugiò presso Sesto Cesare legato di Siria, e fu nominato anche *σφάσχη* di Celesiria. Nel 45 aiuto presso Apamea i cesariani; dopo la morte di Cesare passò dalla parte di Cassio ed infine dopo la battaglia di Filippi fu accusato presso Antonio insieme a Fasael, ma ambedue su lo ingraziarono con ingenti doni e furono nominati nel 47 tetrarchi dei rispettivi territori, restando ad Ircano II il sommo sacerdozio. Quindi E. s'imparentò con gli Asmonei sposando Marianne, nipote di Ircano II.
Nel 40, in seguito ad una invasione di Parri, Antigono fu da essi eletto re. E., Fasael ed Ircano sono assediati in Gerusalemme. E. riuscì a rifugiarsi in Idumea e con un fortunoso viaggio giunse a Roma sulla fine del 40; ivi fu proclamato re.
All'inizio del 39 sbarcò a Tolemaide, e raccolto un esercito di Idumei e di mercenari, occupò gran parte della Gallica, Samaria ed Idumea. Sulla fine dell'inverno del 37 assedìo Gerusalemme e con l'aiuto dei Romani la prese 5 mesi dopo. Padrone della città, E. mise a morte 45 maggiori seguaci di Antigono, ne confessò i beni ed elisse sommo sacerdote un certo Annal che poco dopo sostituì col proprio cognato, il giovanissimo Aristobulo (III). Essendo però stato Aristobulo troppo entusiasticamente acclamato dal popolo nella festa dei Tabernacoli, E. lo fece soffocare nel bagno dopo un banchetto a Gerico (33 a. C.). Chiamato da Antonio a Laodicea per giustificarsi, ne ritornò assolto.
Dopo la battaglia di Azio (2 sett. 31 a. C.) E. abbandonò Antonio e, presentatosi ad Ottaviano in Rodi nella primavera del 30, riuscì con molta abilità a farsi confermare il Regno. Accade regalmente Ottaviano a Tolemaide, vettovagliò il suo esercito in Egitto. Racendosi a Rodi da Ottaviano egli aveva lasciato la moglie Marianne e la suocera Alessandra nella fortezza di Alexandrien, affiancata alla custodia di un certo Soemo.
Al ritorno di E. il custode, sospettato di adulterio, fu ucciso e la stessa Marianne condannata a morte. Eseguita la condanna E. per poco non impazzì dal dolore. Durante una sua grave malattia fece uccidere anche Alessandra che aveva tentato di impadronirsi dei luoghi fortificati di Gerusalemme. Nel 7 a. C. fece strangolare in Samaria, ove erano prigionieri, i due figli avuti da Marianne, Alessandro ed Aristobulo; costoro, già accusati da E. stesso presso Augusto in Aquileia nel 12 a. C. ed ivi assolti, erano stati in seguito condannati in Berio in un regolare processo, in cui furono vittime delle calunnie di Salome sordella di E. e del loro fratello primogenito, Antipatro, figlio d'altra madre. Ben presto lo stesso Antipatro, reo di un reale tentato parricidio, fu processato davanti a Quintilio Varo e condannato. Subito E. inviò
legati ad Augusto per ottenere l'approvazione di questa sentenza, ma poco dopo, nell'autunno del 5 a. C., si ammalò; si recò allora alle terme di Callioc sulla sponda orientale del Mar Morto, e poi a Cireio; giuntagli la conferma imperiale della condanna di Antipatro, lo fece uccidere. Cinque giorni dopo, poco prima della Pasqua del 4 a. C., anche E. morì. Fu sepolto a Herodium, vicino a Betlemme.
Eletto re dal Senato, E. non fu un rex socius nel senso giuridico dell'espressione; fu però considerato "amico ed alleato" (Antiq. Jud., XVII, 9, 6, § 246) sebbene in tutto soggetto al velere di Roma di Augusto. Pur godendo nel suo regno di piena autonomia, egli non poteva battere monte d'oro e d'argento (infatti restano di lui solo monte di bronzo), non godeva di piena autorità giudiziaria sui membri della propria famiglia, non poteva designare il proprio successore senza l'approvazione di Roma; inoltre verso la fine del suo regno i sudditi dovettero giurare fedeltà a Cesare, come si faceva in tutte le province romane fin dal 15 a. C. Non gli era neppure permesso intraprendere guerre per proprio conto; poiché una volta E. violò questa proibizione, conducendo una breve guerra contro gli Arabi nel 9 a. C. Con il consenso del legato di Siria Senzio Saturnino, ciò suscitò lo sdegno di Augusto, il quale minacciò che se fino allora lo aveva trattato da amico, da allora in poi lo avrebbe trattato da suddito (Antiq. Jud., XVI, 9, 3, §§ 286-99). Del resto E. dimostrò verso l'imperatore la più umile soggezione ornandosi di epiteti adulatori (ἀλληλοκύκλοι, φιλοκυκλικοί), imponendo a città da lui costruite i nomi di Κωνσταντίνος, Σβάρτης, Ἀγίστατος, recandosi egli stesso due volte almeno a Roma (18-17 a. C.). La sua devozione fu ricompensata da Augusto nel 30 con la restituzione dei territori occupati da Cleopatra e con la donazione di Gadara ed Hippos, nel 24 con la donazione delle parti della terracchia di Zenodoro situate ai piedi del Libano, della Batanea, della Traconitide e dell'Auranitide. I legati di Siria avevano l'ordine di agire sempre con il suo parere; Augusto stesso si addossò le spese di un sacrificio quotidiano da offrirsi nel Tempio di Gerusalemme per sé e per il popolo romano (Filone, Legatio ad Gaium, 23, 156; 36, 291; 40, 312).
E. fu amante di grandioso costruzioni. Edificò intere città, tra cui Cesarea, con ottimo porto, un tempio ad Augusto ed il Palazzo reale, Antipatriide, tra Cesarea e Gerusalemme, in onore di suo padre, e Fassalide nella valle del Giordano. Ricostruì interamente il Tempio di Gerusalemme, raddoppiandone quasi l'area a nord e sud con ampie sottostazioni; ampliò la fortezza che sovrastava il Tempio e la chiamò Antonia; nella parte occidentale della città costruì il Palazzo reale. Nel 27 rinnovò Samaria, ed in onore di Ottaviano restò proclamato "Augusto" la chiamò Σβάρτης, costruendo anche in onore di lui un tempio sul monte sovrastante. Adornò di costruzioni anche città straniere: a Rodi costruì a sue spese il tempio di Apollo e contribuì alla costruzione di Nicopoli. Si calcolò che le sue rendite si aggirassero sui suoi talenti annui, pari a ca. 17 milioni di lire in oro.
Fu praticamente scettico in religione, tanto che iniziò a Roma il suo regno con un sacrificio a Giove, costruì o restaurò in vari luoghi templi pagani e saccheggiò in Gerusalemme il sepolcro di David; tuttavia rispettò il sentimento religioso del popolo in cose per lui non troppo gravose. Pur ricostruendo il Tempio di Gerusalemme, non entrò mai nell'atrio dei sacerdoti, nel Santo e nel Santissimo, perché non era del ceto sacerdotale; proibì che sua sorella Sionne sposasse l'arabo Silico, perché questi non volle accettare la circoncisione. Ma queste formalità non valsero a conciliargli l'affetto del popolo, che l'odio per la sua vita licenziosa e per le sue crudeltà.
Batt.: Ponte quasi unica sono gli scritti di Flavio Giuseppe, che attinse dalle memorie di Nicola di Damasco ministro d'E. Anig. Jud., XIV, 8-16; XV: XVI, XVII, 1-8; Bell. Jud., I, 9-33; M. Caraccio, E. I re degli Ebrei, Padova 1903; M. Will.

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**ERODAE - E. riceve la lista di s. Giovanni Battista. Particolare dell'afresco di Masolino da Panicale (1435) - Castiglion d'Olona, Collegiata.**
rich. Das Haus des Herodes, Roma 1929; H. Duesberg, Le roi Hérode, Maredsous 1932; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, 5ª ed., Torino 1947, passim. Giuseppe Ricciotti