ESILIO D'AVIGNONE. - Si usa paragonare ingiustamente all'esilio degli Ebrei in Babilonia il soggiorno in Avignone (1305-76) dei papi Clemente V, Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V, e Gregorio XI. Lungi dall'essere prigioniero sulle rive del Rodano, il papato godette di una piena libertà in una città che dipendeva dal suo vassallo, il re di Sicilia, e che divenne di sua proprietà nel 1348.
A cosa deve attribuirsi una si lunga assenza da Roma, sua sede naturale?
Il 9 giugno 1305, i cardinali riuniti a Perugia scrivevano a Clemente V, subito dopo averlo eletto papa: « La barca di Pietro minaccia di affondare e la rete del pescatore rischia di rompersi. Invece di una pace sicura si annunziavano nuvole tempestose; guerre calamitoso devastano le terre della Chiesa romana; il seminatore di sizzania lancia contro di essa i suoi strali pungenti » (Mansi, XXV, 127). Questo linguaggio patetico dipingeva, in un riassunto veristico, la triste situazione che si presentava in Italia all'inizio del sec. XIV.
Mentre inferiva la lotta tra guelfi e ghibellini, il partito guelfo, in Toscana, si era scisso in due fazioni: bianchi e neri. Invano Benedetto XI aveva tentato di riappacificare i fratelli nemici. Egli stesso non si era sentito sicuro a Roma, ove i Colonna e gli Orsini si facevano guerra, e aveva cercato un rifugio provvisorio a Perugia. I cardinali consigliavano di accorrere immediatamente sul posto. Clemente V spesso annunciò questa decisione, ma circostanze indipendenti dalla sua volontà lo trattevano lontano da Roma: dapprima la necessità di una riconciliazione tra Francia e Inghilterra per l'organizzazione di una crociata; poi la pressione esercitata da Filippo II Bello, che esigeva la ripresa del processo intentato alla memoria di Bonifacio VIII e la condanna dei Templari. Clemente V, dopo aver decretato la riunione di un Concilio generale a Vienna, nel Definato, non poteva pensare a tornare in Italia; nel marzo 1309 entrò ad Avignone. Dopo la chiusura del Concilio (6 maggio 1312) si ammalò, e morì il 14 apr. 1314. Del resto, anche se non si fosse ammalato, non avrebbe potuto rientrare in Roma: vi inferivano battaglie sanguinose fra le truppe di Arrigo VII e quelle del re Roberto di Napoli.
Giovanni XXII (e i suoi successori seguirono tutti la stessa politica) pensò che, prima di avventurarsi al di qua dei monti, era meglio rappacificare gli Italiani e stabilire solidamente l'autorità della Chiesa nei suoi propri
domini. La realizzazione di questo programma incontrò numerosissimi ostacoli: anzitutto essa urtava troppo le mire sull'Italia del Re dei Romani, degli Angioini di Napoli e dei sovrani di Ungheria; inoltre, essa ostacolava i progetti della Repubblica di Venezia, di Firenze, dei Visconti di Milano, e i calcoli dei fortunati avventurieri che speravano di crearsi delle signorie a detrimento dei Comuni e del papato. Dopo aver tentato invano ogni mezzo di riconciliazione, la S. Sede iniziò la guerra contro i suoi rivali, piccoli e grandi, rischiando di compromettere gravemente l'avvenire del potere temporale. Dal 1320 al 1334 il legato Bertrando del Poggetto condusse rigorosamente le operazioni militari contro i ghibellini dell'alta Italia. I successi riportati indussero Giovanni XXIII a scegliere, quale residenza transitoria, Bologna, dove si eresse per lui una cittadella, vicino alla porta Galliera. Ma le sconfitte subite sotto le mura di Ferrara (14 apr. 1333), ad Argenta (8 marzo 1334) e l'insurrezione di Bologna (17 marzo) fecero fallire i suoi progetti.
La situazione politica non migliorò sotto il pontificato di Benedetto XII: Bologna si riconciliò tardivamente con la Chiesa, ma in Romagna alcuni tiranni locali si resero indipendenti. Clemente VI dove ricorrere alla guerra che ripugnava al suo predecessore e che si volse a suo svantaggio. Per colmo di sventure, Giovanni Visconti acquistò Bologna (16 ott. 1350) dei Pepoli. Incapsò di ottenere la restituzione della città, il Papa si rassegnò a concedersi il titolo di vicario mediante il pagamento di un censo. A Roma la rivoluzione durò dal 1347 al 1354: Cola di Rienzo, Giovanni Cerroni, Francesco Baroncelli salirono volta per volta al potere.
Occorreva in Italia un'azione vigorosa. Innocenzo VI affidò la riconquista degli Stati pontifici a un cardinale di genio, Egidio Albornoz. Dopo alterne vicende di successi e insuccessi, l'armata pontificia ridusse all'impotenza i suoi avversari. L'Albornoz non abusò della vittoria e esigì solamente dai vinti il riconoscimento della supremazia pontificia; inoltre, pubblicò alcune costituzioni conformi agli usi locali che, in gran parte, restarono in vigore fino alla fine del sec. XVIII.
Urbano V comprese la necessità di consolidare con la sua presenza l'ordine instaurato dall'Albornoz in Italia. Incurante delle recriminazioni dei cardinali francesi e degli intrighi del Re di Francia, entrò a Roma il 16 ott. 1367. Checché ne abbia detto A. Alessandrini (Il ritorno dei papi da Avignone e s. Caterina da Siena, in Archivio della Società romana di storia patria, 56-57 [1933-34], p. 15) il modo di agire dei romani non tardò a turbarlo: nella primavera del 1370 essi favorirono le mene dei perugini rivoltatisi contro la Chiesa; d'altra parte il prefetto di Vico fomentò dei disordini nel Patrimonio di s. Pietro e le truppe mercenarie di Hawkwood, assoldate da Perugia, marciarono su Viterbo, residenza del Pontefice. La corte pontificia raggiunse nuovamente Avignone il 16 sett. 1370. Qualche tempo prima, il 26 giugno, Urbano V aveva scritto ai romani una lettera che cominciava con delle lodi e che terminava con dei velati rimproveri e faceva loro intravedere il suo ritorno se nella città fosse durata la pace (O. Raynaldi, Annales ecclesiastici ad annum 1370, VII, Lucca 1752, p. 190 sgg.).
Gregorio non stimò prudente lasciare Avignone prima del 1374, fintantoché non si fosse conclusa una tregua con Bernabò Visconti. Non appena ebbe ottenuta tale tregua, annunciò la sua partenza. Ma i negoziati diplomatici che precedettero e seguirono la tregua di Bruges fra Inghilterra e Francia (27 giugno 1375) in-tralciarono i suoi disegni. Gli Italiani immaginarono che il Papa li abbandonasse; gli Stati della Chiesa, unitisi con Firenze, gelosa delle conquiste dell'Albor-
noz, si rivoltarono. Gli Otto Santi dichiararono la guerra, invocando falsi pretesti: in realtà essi agognavano alla Toscana e temevano la vicinanza della S. Sede. Gregorio XI decise di accorrere a Roma ove giunse il 17 genn. 1377.
Così ebbe termine il cosiddetto e. di A. occasionato dall'insicurezza che il suolo italiano offrì per ca. 70 anni.