FENOMENOLOGIA. - Termine usato, pare, la prima volta da J. H. Lambert (1764) e poi da Kant, per indicare quella particolare scienza filosofica il cui compito sarebbe di separare il vero ed il reale dal fenomeno e da ciò che è soltanto apparente. Significato piuttosto ambiguo che non sparì neppure nella prima grande opera sistematica di Hegel, la Phenomenologie des Geistes (1807), ove si dava «la esposizione della coscienza nel suo avanzare della prima e immediata opposizione di sé e dell'oggetto fino al sapere assoluto».
La f. doveva quindi essere l'attrio e l'introduzione obbligata al grande tempo del sistema di cui anticipava, geneticamente, oggetti, analisi e problemi. Con l'affermarsi del sistema, invece, la f. se non fu da Hegel senz'altro abolita, in omaggio all'esigenza dell'inizio assoluto del filosofare, fu però molto ribassata d'importanza così da essere inglobata nel sistema come una sezione della «filosofia dello spirito» (Encyclopedia, § 413 agg.). Incertezza che costituì uno dei punti più dolenti dell'idealismo posteriore sul quale non fu mai possibile accordarsi: in Italia, p. es., mentre lo Spaventa difese con calore ed acume la necessità della f. (cf. Scritti filosofici, ed. G. Gentile, Napoli 1900, p. 235 agg.), i suoi migliori discepoli l'abbandonarono perché in contrasto con il principio stesso del filosofare secondo il quale il pensiero non può essere che «atto puro» (Gentile).
E. Husserl, muovendo dal concetto scolastico, BRENTANO, FRANZ (v.), di intenzionalità, concepì la f. come scienza pura a priori a cui spetta di operare la ἐποχή cioè il «mettere fra parentesi» la concretezza esistenziale onde poter fissare nell'intuizione eidetica le pure essenze (... il colore, il suono, la vita, il volere in generale) come forme di attuarsi della coscienza in generale. In sostanziale accordo con il maestro Husserl, M. Heidegger precisa che il compito della f. non riguarda tanto l'oggetto come tale, il «ciò» di cui si ha da trattare, quanto invece il «come» esso va trattato. Per lui, siccome la filosofia ha per oggetto la verità dell'esistente nascosta nella realtà, tocca alla f. disvelarla e articolarla nelle sue categorie. Così la f. torna ad essere la via di accesso obbligato all'oggetto stesso della ontologia fondamentale con la quale anzi, nell'esistenzialismo fenomenologico di Heidegger, finisce per identificarsi.
Sarebbe opportuno evitare il termine di f. per indicare senza distinzione le ricerche descrittive nell'ambito dei fatti psicologici, dell'etica, della storia delle religioni e dell'etnologia, riservandolo per quel momento della riflessione filosofica nella quale il contenuto concreto del pensiero si presenta nelle sue forme più stabili e universali. Nel quale senso non si vede perché non debba essere accettato anche dalla filosofia tradizionale.