GANDHI, MOHANDAS KARAMACHAND

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GANDHI, Mohandas Karamachand. - Uomo politico indiano, n. a Potbandar (golfo di Oman) il 2 ott. 1869, m. a Nuova Delhi il 30 genn. 1948. Nel 1888 partì per Londra per completare i suoi studi e conseguiti la laurea in giurisprudenza; tre anni dopo ritornò in India. Nel 1893 si recò nel Sud-Africà, volendo difendere i 15.000 lavoratori indiani immigrati colà e che trovavano in condizioni di vita difficile. Nel 1899, durante la guerra contro i Boeri, non dimenticò di essere sudito dell'Inghilterra e compì il suo dovere, a fianco delle truppe inglesi, organizzando la Croce Rossa indiana. Quasi

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GANDHI, Mohandas Karamachand - G. a Roma nel 1931.

contemporaneamente iniziò la pubblicazione *In-dian opinion*. Con questa attività incominciò la missione di redenzione sociale della sua gente, che continuò in seguito attraverso *Young India*.

Nel 1904 a Phoenix, presso Durban, fondò una colonia agricola. Indiani di casta e di religione diversa dovevano trovare, sotto la sua guida, quell'intesa ch'egli si sforzò di procurare all'India. A Johannesburg apri un ospedale per gli appestati. Nel 1906 cooperò con gli Inglesi contro gli Zulu ribelli; ma si oppose energicamente alla politica del governo sud-africano contro la tassa di capitazione e proclamò, per la prima volta, il *satyagraha* (insistenza per la verità), inesattamente detta resistenza passiva.

Dal Sud-Africa ritornò ad Ahmedabad e nell'Afram (meditazione) cercò di compiere opere di bene e di pace fino al 1918, quando riprese attivamente l'azione politica del Congresso indiano e promosse, contro le leggi di repressione di Rowlatt, l'unione degli indù e dei musulmani. Nel 1920 successe a Tilak come capo del Congresso proclamò la non cooperazione (*swadesi*), che provocò ribellioni, violenze, repressioni e il pentimento di G. Nel medesimo anno, in nov., apri l'Università del Gujarat ad Ahmedabad: eletto presidente del Congresso nazionale indiano a Delhi, fece proclamare la disobbedienza civile. Arrestato nel marzo 1922, fu condannato a sei mesi di carcere; ma il 4 febbr. veniva graziato e nel ritiro di Ahmedabad proclamò «le Beatitudini del Vangelo le pagine più belle ch'egli avesse mai conosciuto».

Nel dic. del 1929 riprese l'attività politica ed al Congresso di Lahore propugnò la volontà indiana di completa indipendenza; tre mesi dopo incitò le genti dell'India alla disobbedienza civile senza violenze, condanne l'esempio con la «marcia dei martiri» e l'infrazione della legge sul monopolio del sale a Dandi il 5 apr. 1930. Di nuovo incarcerato, fu liberato il 25 genn. 1931 e prese parte alla seconda Conferenza della Tavola Rotonda a Londra per elaborare lo statuto della Federazione indiana. Fallita la conferenza, ritornò in India nel genn. 1932 ri-vide il carcere. Iniziò allora i famosi digiuni, che riuscirono a piegare la volontà del governo inglese e ad assopire le discordanze tra indù e musulmani per una maggior giustizia sociale.

Nel 1934 rinunciò alla presidenza del Congresso nazionale indiano; ma ne rimase sempre il capo spirituale.

Nel 1944 divenne, attraverso il digiuno, consigliere e mediatore tra il suo popolo e il governo inglese, al quale, nel 1942, in occasione della missione Cripps, aveva opposto un deciso rifiuto a collaborare.

Nel 1947 affermò la volontà unitaria dell'India; solo per evitare una guerra civile tra indù e musulmani accettò la proposta del viceré Mountbatten, pianse sulla divisione tra Indostan e Pakistan e predicò la pace. Il 5 ag. dello stesso anno l'India fu proclamata indipendente; ma con la tragedia della sua patria, fu la tragica fine di questo singolare agitatore: il 30 genn. 1948 a Nuova Delhi fu colpito contro l'addio fanatico dell'indù Mahasabha.

Mahatma, la grande anima, lo chiamarono in vita, e le folle andarono a intingere pezzuole nel suo sangue, come nel sangue di un martire; sull'urna delle sue ceneri i capi dell'India indipendente e libera fecero incidere la parola «Dio, Dio». Romani Roland lo disse «santo del cristianesimo» all'ali del cristianesimo lo dissero «nemico».

G. è una delle figure più difficili a studiare e definire. Egli fu un indù autentico, un mistico oriente.

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**Gandolfi** - Un santo vescovo. Dipinto di Ubaldo G. Bologna, Pinacoteca.

tale, tinto da forti influssi cristiani. Si sforzò di rendere meno penosa l'esistenza degli umili e degli oppressi; di fare gli uomini buoni, perché nella bontà e nel vero avessero serena l'esistenza; di spingere a credere in un Vero Supremo per non pensare a salvezza alcuna in ciò ch'egli chiamava «il deserto dell'ateismo». Per questo ammirò la dottrina morale del cristianesimo e il discorso della montagna: ma non accettò i dogmi delle fede cristiana, perché per lui la religione rimaneva sempre una filosofia ed un rituale.

Bril. R. Rolland, *Mahatma G.*, Parigi 1924; C. F. Andrews, *Mahatma G.*, *Ideas*, Londra s. d.; M. E. Modaelli, *L'India*, Milano 1937. Autobiografia a cura di F. Andrews, trad. it., 1931. Mario E. Modaelli.

**Gandolfi, Famiglia.** - Pittori bolognesi. Durante la seconda metà del Settecento ed oltre, i fratelli Ubaldo G. Gaetano G. e quindi Mauro, figlio di Gaetano, svolsero in patria una singolare attività artistica, nella quale, sui residui della tradizione barocca locale, s'intestano piacevolmente motivi accaduti veneti, soprattutto tipologici, e, da ultimo, suggerissi del neoclassicismo internazionale.

Ubaldo, n. a S. Marte della Decima, presso Bologna, il 28 apr. 1728, e m. a Ravenna, il 21 luglio 1781, ad una pratica di pittore fluido e di calde tonalità, soprattutto nelle opere di cavalletto, congiunse un'attività disegnativa molto varia e abbondante; modellò, inoltre, in gesso i due profeti Isaia e Geremia per la chiesa bolognese di S. Giuliano. Particolarmente apprezzabili la tela *Diana ed Endimione*, nel Palazzo comunale di Bologna, a alcune teste muliebri e infantili in collezioni private.