GETINO, LUIS ALONSO. - Scrittore di storia ecclesiastica, n. a Lugüeros (Spagna) il 12 nov. 1877, m. a Salamanca il 9 luglio 1946. Domenicano nel Convento di Padron (Coruña) il 14 nov. 1893, fu professore di storia ecclesiastica e luoghi teologici nel Convento di S. Stefano a Salamanca (1901-1909).
Fondò la rivista teologica La ciencia tomista, di cui fu il primo direttore (1910-13). Divenne rettore del Collegio di S. Domenico a Oviedo dal 1913 al 1916, poi di nuovo direttore de La ciencia tomista (1916-22) e infine provinciale di Spagna (1922-26).
Lavoratore infaticabile, fu scrittore fecondo e forbito. Collaborò a varie riviste spagnole, specialmente a La ciencia tomista. Fra i suoi volumi si ricordano: Vida y procesos del maestro fr. Luis de León (Salamanca 1907); Historia del convento de S. Domingo el Real de Madrid (Madrid 1919); Documentos legislativos y históricos de las provincias hispano-americanas Ord. Praed. (2 voll., iv 1929). Pubblicò pure varie opere di G. Taulero, di D. Soto, di Ludovico da Granata, di Francesco de Vitoria e di altri domenicani. Con decreto del 19 febbr. 1936 veniva posta all'Indice l'opera del gran numero de los que se salven y de la mitigación de las penas eternas.
GETTO (FUSIONE A

Gethsemani - Veduta.
CERA PERDUTA). - Il g., o colata, è in genere l'operazione che si compie in scultura per ricavare dalla forma matrice l'opera defi
nitiva, sia che si tratti di trasferire in altro materiale la prima concezione dell'artista, sia che si tratti di riprodurre un'opera già realizzata. Nel primo dei due casi il procedimento del g., detto «fusione a cera perduta», fu quello usato dal Rinascimento fin quasi ai giorni attuali.
Intorno ad un sostegno di terra refrattaria, l'artista con la cera modellava la scultura, quindi la rivestiva di una camicia in terra anch'essa refrattaria, detta terra da fonditori, di facile solidificazione. Una volta ottenuto questo duplice involucro interno ed esterno, con l'intervento di un gran fuoco lasciava sciogliere la cera che mediante opportuni canali colava all'esterno. Nel lo spazio vuoto veniva gettato da un foro nell'alto il metallo liquido, fuso ad alta temperatura. Le sculture così ottenute avevano però rilevante peso per il grande ed irregolare spessore del metallo all'interno. Più tardi, entrato l'uso di formare prima gli originali nell'argilla e di tradurli poi nel gesso, l'artista rivestiva la forma di un sottile procedimento antico, riusciva ad ottenere sculture in cui il metallo si riduceva ad una lamina sottile e leggera dello spessore di pochi millimetri. L'impiego della cera obbligava l'artista anche in questo secondo caso a modellare l'opera nei suoi dettagli, cosicché nel g. a cera perduta si può parlare sempre di originali, poiché, anche se si fossero tratti più esemplari da una sola forma, l'artista era costretto ad eseguire ogni volta il modello in cera.
Non altrettanto avviene invece nel procedimento moderno, detto «a staffa», che consiste nel gettare il metallo fra due involucri predisposti in anticipo, senza l'uso della cera. Questo sistema, che permette di riprodurre molti esemplari, non ha il pregio dei primi due ed è più meccanico.
Resta famosa la descrizione del Cellini per la fusione del Perseo, che può dare un'idea delle difficoltà e dell'importanza dell'operazione; ed è interessante quanto scrive sull'argomento Leonardo nei mss. W., XI, XII e nel mss. Trivulziano; di grande interesse è anche il trattato del senese Vannoccio Biringuccio (1480-1539) stampato per la prima volta a Venezia dall'editore Curtio Navo nel 1540.