GOTICA, SCRITTURA e MINIATURA. - Sulla fine del sec. XII nel campo delle scritture latine si sostituì alla minuscola carolina una scrittura che, contrapponendo alle forme rotonde e alla classica eleganza della «littera antiqua» (carolina) un tratteggio duro e angoloso, fu riconosciuta dagli umanisti come «barbara» ed ebbe perciò il nome di g., con il medesimo valore dispregiativo dato a questa denominazione come attribuito di quel particolare stile architettonico che nello stesso periodo di tempo trionfava sul romanico. La nuova scrittura si frantuma ben presto

I. ORIGINE
L'origine della g. non è stata ancora sufficientemente chiarita: si può dire tuttavia che essa è il risultato di un processo di stilizzazione, che fissa, in forme particolarmente aderenti al gusto dell'epoca (si pensi all'architettura), un ductus nato da uno sforzo calligrafico, ossia dall'esigenza di conservare artificiosamente l'aspetto calligrafico di una scrittura che per il suo tratteggio agile e rotondo tendeva insensibilmente ma fatalmente verso forme corsive: tanto che i primi sintomi si possono già ravvisare in alcuni manoscritti del sec. XI. Fino a che punto abbia agito sulla formazione della g. BENEVENTANA, SCRITTURA (v.), come vuole la studiosa russa O. Dobiache-Rojdestvensky, non è dato stabilire. Certamente invece contribuirono a determinarne il tipo l'uso esclusivo della penna come strumento scrittorio (soprattutto per quel che riguarda l'alternanza di tratti grossi e tratti sottili) e l'espandersi della cultura fuori dei centri monastici: presso le università in rispondenza al bisogno di diffondere in gran numero i testi di studio, sorgono infatti officine scrittorie i cui amanuensi lavorano con un fine esclusivamente commerciale (v. PECIA) e difettano, soprattutto in principio, di una tradizione di scuola, sicché la scrittura calligrafica, non essendo ad essi familiare, diviene necessariamente rigida e artificiosa. È probabile, ma non ancora dimostrato, che la g. abbia avuto origine nella Francia settentrionale, ma si diffuse rapidamente in tutta l'Europa occidentale ed ebbe vita fino al sec. XV. Nei paesi germanici è durata fino ai giorni nostri.II. LA G. LIBRARIA. — Una classificazione sistematica dei vari tipi di g. minuscola è ancora da fare: l'elenco che segue si limita perciò a quelli meglio definiti e ammessi comunemente.
Il tipo in cui gli elementi distintivi della g. sono più accentuati si riscontra nei messali e nei testi liturgici destinati alla recita nel coro, in cui la necessità che la lettura riesca agevole nonostante la distanza del leggio dallo stallo determina l'uso di caratteri vistosi, dal ductus completamente artificiale: è la cosiddetta g. corale, chiamata anche dai Tedeschi Fraktur e dai Francesi lettre de orme. Si ritrova anche in testi letterari, soprattutto nei
paesi germanici, ma ordinariamente in proporzioni ridotte, e viene allora indicata con il nome di textura (Text). In Italia lo spezzamento delle linee, la durezza del tratto, il pronunciamento degli angoli vengono contenuti in proporzioni più modeste, e la scrittura conserva sempre una certa rotondità nel tratteggio, sicché la g. italiana venne chiamata anche rotonda: la sua espressione più caratteristica si ha nei manoscritti universitari bolognesi (littera Bononiensis). La g. francese sviluppa artificiosamente
i suoi elementi in altezza, conferendo alla scrittura un aspetto molto accurato, dalle lettere assai strette e ricche di angoli acuti: ma nei testi universitari (littera Parisiensis) il ductus è più libero, le lettere sono meno alte e la scrittura risulta più irregolare. Simile è la g. inglese che viene eseguita però nei manoscritti universitari (littera Oxoniensis) con maggiore cura. Un tipo particolare di g. si sviluppò soprattutto in Italia nel sec. XIV: è una scrittura che prelude già, per alcuni suoi elementi,


(fot. Enc. Cutt.)
III. LA G. CORSIVA. - Nella scrittura g. la forma corsiva è nettamente separata dalla minuscola: non deriva da questa come risultato di un tratteggio più libero, ma si sviluppa direttamente dalla carolina, nel corso del sec. XIII, aumentandone i tratti di legamento, arricchendone il ductus di svolazzi, accorciandone sensibilmente il tempo di esecuzione. La g. corsiva presenta già le caratteristiche della scrittura corrente moderna: lettere inclinate a sinistra o, più spesso, a destra, tratteggio continuo per tutta l'estensione di una parola, legamento anche dei tratti lunghi, superiori e inferiori, che in un primo tempo vengono angolati nell'uno o nell'altro senso, o infine riportati al punto di origine dopo aver descritto un laccio che si allarga in alto o in basso e si chiude sul rigo.
È una scrittura di uso comune (lettere, minute, registri) ma trova largo impiego anche nelle cancellerie e non è estranea all'uso librario. Anche qui si ha una grande varietà di tipi, ma in tutti si riscontrano alcune caratteristiche fondamentali, e soprattutto l'aspetto rotondo che la g. corsiva conserva sempre di fronte alla minuscola, in quanto certe spezzature non si conciliano con l'esigenza di una esecuzione rapida e leggera. Largamente usata anche per testi letterari, soprattutto in Francia, è la cosiddetta bastarda, di tipo cancelleresco, dal ductus regolare e inclinato, con le aste lunghe inferiori molto ingrossate nel punto di origine e acute in basso. Con lievi differenze nel tratteggio si trova anche in Germania, in Inghilterra, in Spagna (bastardilla). La minuscola can-
celleresca è una scrittura rotonda assai elegante, in cui sono abbelliti alla maniera curiale soprattutto i tratti di legamento: ebbe origine in Italia e fu usata anche per i codici, specie in volgare; ma è soprattutto caratteristica della cancelleria pontificia dalla fine del sec. XIII a tutto il XIV. Deriva da questa, per un'esecuzione più rapida e più dimessa, la minuscola mercantile, propria degli atti privati e dei registri di conti. Per quanto riguarda le singole lettere (cf. tabella, n. 2) basterà ricordare che la a non ricorre mai nella forma onciale come nella g. minuscola; la d è raramente diritta, più spesso rotonda, in due forme, con l'asta cioè che dal suo punto estremo o ripiega verso destra e si chiude sull'anello con un tratto obliquo sottile (come nella minuscola cancelleresca), o si richiede direttamente sull'anello con un unico tratto ellittico; la e presenta spesso un uncino aperto in luogo dell'occhio; la f scende - come la r, quando non sia tonda, in fine di parola - sotto al rigo; il tratto inferiore della g, anziché richiudersi formando una pancia, termina non di rado con un lungo svolazzo orizzontale da destra verso sinistra; m ed n hanno spesso l'ultima gamba che scende sotto il rigo; la n di forma acuta (in principio di parola) ha il tratto di sinistra molto più alto e coronato da uno svolazzo da sinistra verso destra, mentre il tratto di destra si chiude spesso verso l'interno.
IV. LA MINIATURA G
Quando si parla di miniatura g. bisogna naturalmente prescindere dall'illustrazione dei testi del sec. XV che, pur essendo in molti casi in scrittura g., risentono nella decorazione dell'arte rinascimentale: più propriamente dovrebbe dirsi miniatura dei secc. XII-XIV, escludendo però quella benaventana (v.) che ebbe origine diversa e caratteristiche proprie. Nell'esame critico degli elementi decorativi del manoscritto bisogna distinguere in questo periodo, ancor più che nell'età carolingia
(fot. Enc. Cutt.)
I primi sviluppano, soprattutto nel sec. XII, tendenze ormai tradizionali, arricchendo l'ornato a fogliame e le figurazioni fantastiche intorno alle iniziali: con il sec. XIII si delinea sempre più la tendenza ad abbellare le pagine anche con fregi marginali (strisce e composizioni geometriche a forti tinte, o intrecci floreali) che trovano la loro migliore espressione, con carattere diverso, nei testi giuridici bolognesi e nei «libri d'ore» francesi. L'illustrazione, invece, che invade spesso anche la parte centrale delle grandi lettere iniziali, si libera via via dall'influsso bizantino e si avvicina sempre più alla composizione pittorica delle tele e degli affreschi, soprattutto nel sec. XIV, quando anche la sfondo rinunzia definitivamente agli schemi convenzionali e si ravviva con la ricostruzione di paesaggi e di interni realistici. Alle volte le figure, animate da un'espressione vivacemente umana anche se hanno valore allegorico, si affollano sommergendo completamente lo sfondo: la pagina si accende allora nel contrasto dei rossi, degli azzurri, dei verdi del panneggio, nelle tonalità più calde, e solo un tenue fregio architettonico o un alternarsi di colonnine costituiscono l'inquadratura schematica della scena. Siamo nel periodo di maggiore splendore della miniatura, la quale, anche se si rivolge tuttora di preferenza ai testi sacri, abbandona completamente il carattere ieratico della figura e illumina il quadro di tutte le luci, più o meno forti, ma sempre vive, senza toni opachi, sia che si ispiri alle composizioni dei pittori senesi e fiorentini, sia che ripeta i motivi delle vetrate nelle cattedrali gotiche. Contribuisce a questo indirizzo il fatto che l'ornamentazione, come la scrittura, non è più ormai prodotto esclusivo dei centri monastici, ma diviene principalmente espressione di scuole laiche, di artigiani che lavorano sotto la direzione di un maestro che impone al lavoro uno stile personale: Oderisi da Gubbio, celebrato da Dante, Niccolò di Giacomo, della scuola bolognese, Lorenzo Monaco, maestro fiorentino, Giovannino de' Grassi e Belbello di Pavia, della scuola lombarda; i francesi Honoré, Jean Pucelle e l'anonimo «Maestro dei boschetti», i decoratori della scuola anglossassone di Norwich, non intendono più la miniatura come semplice abbellimento o come arte minore, ma realizzano in essa un modo di espressione della grande arte pittorica e le pagine uscite dalle loro officine non hanno nulla da invidiare ai più celebri prodotti dei secc. XV e XVI. - Vedi tav. LXXII.