GRAVINA, GIAN VINCENZO

GRAVINA, GIAN VINCENZO. - Letterato e giurista, n. a Rogiano (Cosenza) il 20 febbr. 1664, m. a Roma il 6 genn. 1718. Avviato agli studi classici dal cugino Gregorio Caloprese, cartesiano, studiò a Napoli anche storia e diritto. Nel 1689 passò a Roma, segretario del card. Pignatelli. Nel 1690 fu tra i fondatori dell'Arcadia e ne dettò le leggi nell'arcalco stile delle XII Tavole: ma dagli altri arcadi poi dissenti sembrandogli troppo superficiale l'indirizzo letterario prevalente, e nel 1711 ne uscì per fondare l'Accademia dei Quirini.

Alternò gli studi letterari con quelli della storia del diritto, né gli furono estranee preoccupazioni specificatamente morali e spirituali, come è testimoniato dall'opuscolo Hydra mystica sive de corrupta morali doctrina (1691, sotto lo pseudonimo di Prisco Censorino Foti-stico) in cui denuncia i pericoli sia della casistica, sia dell'eresia protestantica. Nel 1699 ebbe da Innocenzo XII la cattedra di diritto civile alla Università di Roma, dopo aver pubblicato lo Specimen prisci iuris (1697) che ne rivelò l'ingegno giuridico; nel 1703 passò alla cattedra di diritto canonico. La sua originalità sta nell'aver reagito contro l'astratto giusnaturalismo di spirito cartesiano, ricollegando il diritto con la storia, con ingegno meno sintetico di quello del Vico, che gli fu amico, ma con magistero immediatamente più chiaro ed efficace; così che può essere considerato precursore e stimolatore del Vico stesso, e una delle fonti del Montesquieu. Tali argomenti sviluppò maggiormente nel De ortu et progressu iuris civilis (1701) che diventò, quindi, il primo libro dell'opera definitiva Origiman iuris civilis libri tres (1708).

Nel campo delle lettere la sua opera capitale è la Ragion poetica (1708; V. l'ed. a cura di G. Natali, Lanciano 1920) in cui si riattacca alla poetica aristotelica per reagire contro gli abusi secemistici, ma insistendo sul valore intimamente morale dell'esercizio della letteratura, preannuncia e prepara il clima del rinnovamento letterario del Settecento. Infelici invece sono le sue cinque tragedie (1712), che tuttavia contribuirono a combattere

la vanità delle tragedie romanzesche, richiamando la tragedia verso la storia: a questo scopo fu più efficace il trattato Della tragedia (1715).

Notevoli sono anche i discorsi che scrisse sul metodo degli studi: De instauratione studiorum (1712) e le lettere inedite a Francesco Pignatelli, vescovo di Napoli, in cui tratteggia gli avvenimenti romani della fine del Seicento.

BIBL.: F. Moffa, G. V. G., Napoli 1907; B. Croce, L'estetica del G., in Problemi di estetica, Bari 1911, pp. 360-70; id., G. V. G. l'illuminante, in Nuovi saggi sulla lett. ital. del Seicento, ivi 1931, pp. 341-46; B. Barillari, L'estetica di G. V. G., ivi 1937; id., Preestetica e filosofia del diritto in G. V. G., ivi 1937-39. Fausto Montanari
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“GRAVINA, GIAN VINCENZO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 616. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/gravina-gian-vincenzo.