HEINE, HEINRICH. - Poeta tedesco, n. a Düsseldorf il 13 dic. 1797, m. a Parigi il 17 febbr. 1856. Studiò i primi anni nella città natale e, dopo una interruzione, a Bonn e a Gottinga, dove si laureò in giurisprudenza. Un amore infelice per una cugina e poi per una sorella di lei gettò un'ombra di malinconia nella sua vita e ispirò tutta la sua lirica giovanile. Fu acerrimo nemico del filisteismo e del prussianesimo; come ebreo, ebbe spirito agile e raffinato, ma irrequieto, egocentrico, volubile e pieno di contraddizioni. In politica esaltò la Rivoluzione e Napoleone, si atteggiò a mediatore tra Francia e Germania, appartenne più tardi al Junges Deutschland.
Malgrado il feroce sarcasmo contro il falso liberalismo e i falsi poeti tedeschi (Atta Troll) e malgrado la spietata rampogna contro la Germania del tempo (Deutschland, ein Wintermärchen), amò la patria dei suoi affetti, dei suoi ricordi, dei suoi canti. La raccolta delle liriche giovanili (Buch der Lieder, 1827), tradotta in quasi tutte le lingue, resta quanto di meglio il poeta ha lasciato e una delle gemme più pure della lirica tedesca per immediatezza di ispirazione, per sobrietà di mezzi espressivi, per ricchezza melodica. Valore artistiche molto inferiore hanno invece le due tragedie: Ratcliff e Almansor. Come prostratore H. eccelle nei Reisebilder, pagine di prosa lirica, colme di pathos, di scintillante umorismo e di quella ironia, niente affatto cerebrale, caratteristicamente heiniana, mirabile fusione di reale e di irreale, di verità e di leggenda, di sensualità e di sentimentalità, di pianto segreto e di riso contenuto, dove non sai e il poeta stesso non sa « dove l'ironia finisca e il cielo cominci ».
Colpito da un male inesorabile, per cui ogni giorno perdeva una parte del suo corpo, H. agonizzò negli ultimi anni in una « tomba di materassi », senza tuttavia cessare il canto, dominato da un senso tragico della propria vita, conservando l'anima scissa tra la ribellione e la supplica. Egli vide allora l'intero universo nella sua fuggente vita. E cantò, nei cieli lirici del Romanzeno, le Historien della ingiustizia che governa il mondo e pianse nelle Lamentationen i fantasmi del passato felice e cercò luce di conforto nella fede dei suoi padri (Hebrische Melodien), senza riuscire però a sollevarsi fino a Dio attraverso una sincera e umile rassegnazione. Tuttavia la visione degli Ebrei dispersi nel mondo, incamminati in lunghe carovane verso la città della fede e dell'amore, guidati dal canto soave di un poeta, Jehuda, è l'ultima visione di H., anelante a un cielo di serenità e di pace. Delle opere sono all'Indice: De l'Allemagne (decr. 22 sett. 1836); De la France (decr. 22 sett. 1836); Reisebilder (decr. 22 sett. 1836); Neue Gedichte (decr. 8 ap. 1845).