IDEE, ASSOCIAZIONE DELLE

IDEE, ASSOCIAZIONE delle. - È il fatto che le immagini della coscienza, come le i. e i contenuti conoscitivi in genere, si presentano in connessione gli uni gli altri così che l'evocazione di uno di essi tende a richiamare qualcuno degli altri o l'intero complesso a cui appartiene. La spiegazione dei principi e della natura di questa connessione interessa di per sé la teoria della conoscenza e l'orientamento filosofico delle scuole psicologiche: il presupposto comune a tutte le scuole associazioniste è il «principio della sintesi», vale a dire che l'elemento precede il composto e la parte è prima del tutto... e il composto e il tutto ne sono il «risultato». Si tratta quindi di cercare, nella riflessione e con l'indagine sperimentale, quali sono le forze di coesione degli elementi e della parti e il loro funzionamento nelle varie manifestazioni della vita cosciente, tanto nella sfera conoscitiva come in quella pratica. L'associazionismo è detto anche «atomismo psichico», in quanto precisamente spiega le strutture e i complessi di coscienza a partire dagli elementi o parti che vi concorrono: esso può fondarsi e trovarsi sia nell'empirismo o fenomenismo puro come nel razionalismo assoluto, in quanto che ambedue questi orientamenti filosofici pongono la verità in un'apprensione semplice e immediata (nella sensibilità o nell'intelligenza) e non nella solidarietà funzionale delle strutture e nella convergenza della sfera sensoriale con quella intellettiva. Così l'associazionismo sta a fondamento (è stato il pretesto) di gran parte della filosofia moderna: è affermato da Kant con la teoria della «polvere delle sensazioni», è già presupposto nel razionalismo prekantiano ed è sviluppato in sistema nell'empirismo inglese. Ma nella funzione teoretica dell'associazione delle i. empirismo e razionalismo divergono: per l'empirismo, poiché ogni apprendimento consiste nella formazione di associazioni, il significato dei complessi va ricercato negli elementi originari da cui s'inizia l'apprendimento; per il razionalismo invece (idealismo compreso) il significato dei complessi deriva unicamente dall'attività della ragione e i contenuti di associazione sono pura materia del conoscere o solo punto di partenza del medesimo ch'esso deve superare e negare.

La prima teoria dell'associazione delle i. viene fatta risalire ad Aristotele, che ne tratta a proposito della memoria e della reminiscenza (cf. De mem., 2, 451 b 10 sgg.): la facilità dei ritorno delle immagini prese dall'esperienza varia da individuo a individuo, in quanto che per alcuni basta una sola esperienza per ricordare una cosa e la ricordando meglio di altri che l'hanno avuta più volte. In generale la reminiscenza avviene quando i primi movimenti delle esperienze (προσεχεται κινήσεις) arrivano a ripetersi nella coscienza fino a diventare «abituali»: l'attrazione perciò degli elementi associati si esercita, secondo Aristotele, dalle esperienze passate sull'esperienza presente e secondo che qualcosa si presenta simile o contraria o continua ad un'altra (ἀφοῦ ὁμολογῶ ἕναντὶν ἢ τοῦ ὑγιεινῆς, διὰ τοῦτο γίνεται ἢ ἀνάμνησις: ibid., lin. 19-20). Il testo aristotelico ha suggerito le tre leggi fondamentali dell'associazione delle i., cioè la somiglianza, la contrarietà, la contiguità di spazio e di tempo, che s. Tommaso illustrava come forme esterne di un'induzione interiore: a) «...sciut si cogitemus vel loquamur de lacte, le facili pervenimus in album propter lactis albedinem, et de albo in aërem propter claritatem diaphani quae causat albedinem, et ab aëre in humidum, quia aëre est humidus; ab humido autem pervenitur ad reminiscendum temporis autumnalis, quod quaerebat, ratione contrarietatis: quia hoc tempus est frigidum et siccum». b) «Et dicit (Aristotele) quod istud quod est universale videtur esse principium et medium per quod potest perveniri ad omnia...»: non l'universale nell'ordine logico astratto, ma nell'ordine intenzionale del movimento dei complessi rappresentativi, come il latte bianco dell'esempio citato (in De mem. et rem., lect. 6, ed. A. Pirotta, Torino 1928, nn. 378-79). La concezione aristotelica è aliena quindi tanto dalla posizione empirista come dalla razionalista.

È soltanto con l'empirismo inglese che l'associazione delle i. riceve uno sviluppo sistematico e preminente: la trattazione del Locke in An essay concerning human understanding (I. II, capp. 33: Of the association of ideas) si limita a raccogliere dei dati sperimentali, specialmente dalla patologia della percezione e del comportamento. Il classico dell'associazione delle i. è D. Hume, che la pone all'inizio della sua teoria della conoscenza (cf. A treatise on human nature, I. I, cap. 4: Of the connection or association of ideas; Enquiries concerning the human understanding, parte 1a, sez. 3; parte 2a, sez. 5). L'associazione è detta una «forza gentile» (a gentle force) ed ai principi associativi di somiglianza-contrarietà e di contiguità, indicati da Aristotele, Hume aggiunge la relazione di causa ed effetto, come la più importante, perché è essa che fonda la persuasione della realtà che le impressioni esteriori sono incapaci di dare. È a questo punto che l'empirismo di Hume trapassa in una forma di soggettivismo produttivo o di apriorismo del sentimento, come anche fu detto: a differenza degli altri rapporti associativi, quello di causa ed effetto non può appoggiarsi ad alcuna «impressione di esperienza» esterna: «La vista e il tatto ci danno un'idea del moto attuale dei corpi, ma non possono neppure l'orientamento concepire quella meravigliosa forza o potere che manterrebbe un corpo per sempre in continuo moto e che i corpi non perdono mai se non con il comunicarla ad altri» (Enquiries, parte 2a, sez. 4, § 29; ed. L. A. Selby-Bigge, Oxford 1936, p. 33). L'uomo è convinto che mangiando del pane esso si nutrirà, ma la nutrizione che ne segue non ha nessun rapporto con le qualità sensibili che il pane presenta: la connessione fra queste e la wonderful force or power ch'è la causalità e, in concreto, con i secret powers per cui il pane nutre, esula dall'esperienza esterna comunque la si consideri. Hume perciò, nei riguardi dell'associazione della causalità (che per lui è la categoria del reale in quanto sta a fondamento

della stessa identità degli oggetti: assicura infatti la loro
« permanenza » nel tempo) parla di « abitudine » e « usanza»
(habit, custom), nel senso preciso di « convinzione inte-
riore » od anche « credenza » (belief). La natura di questa
« credenza » è quella di un « sentimento particolare »
(a peculiar feeling): ma sulla natura di tale sentimento,
sulla sua origine e sulle sue precise funzioni circa la no-
zione di realtà, Hume confessa di non essere mai venuto
in chiaro, limitandosi a dire ch’è « qualcosa di sentito
più che concepito (« felt », rather than conceived) e s’avvi-
cina all’impressione, da cui è derivato, nella sua forma
e influenza » (Treatise..., Appendix, ed. Selby-Bigge,
Oxford 1928, p. 627). È noto che Kant ha presentato la
sua riforma critica del pensiero come una generalizzazione
di questa concezione humana del belief causale (cf.
E. Kant, Prolegomena zu einer jeden künftigen Metaphysik,
ed. E. Cassirer, Berlino 1913, §§ 2 e 5; pp. 18 sg. e 26).
È soltanto con il positivismo del sec. XIX che il prin-
cipio dell’associazione delle i. è spiegato unicamente con ri-
ferimento alle sensazioni elementari: queste formano il
contenuto primario di verità, tutte le altre operazioni della
coscienza sono considerate secondarie e derivate. La mo-
derna psicologia sperimentale è dominata in gran parte da
questo principio, che M. Wertheimer ha presentato in
due momenti o ipotesi:

1. L’ipotesi del musica o « fascio »: « Ogni complesso
risulta da una somma di contenuti elementari o pezzi
(p. es., sensazioni) ». P. es., se si ha a1, b1, c1 e si sostituisce
b2, c2 a b1 e c1, allora si ha a1, b2, c2. Si ha quindi una molte-
plicità associativa di componenti variamente collegati (un
« fascio » e tutto perciò è costruito sopra « connessioni
estrinseche » (Und-Verbindungen).

2. Ipotesi dell’associazione: « Se un certo contenuto
A si è trovato di frequente unito a B (« in contiguità spa-
zio-temporale »), allora c’è in A una tendenza a richia-
mare B » (M. Wertheimer, Untersuchungen zur Lehre
von der Gestalt, I, in Psychol. Forschungen, Berlino 1922,
p. 49). Esempio tipico erano gli esercizi mnemonici con
sillabe senza senso (p. es.: Pud sol dap rus mik nom, da
K. Koffka, Principles of Gestalt psychology, Londra 1936,
p. 557): l’associazione è ridotta a un fattore del tutto
esterno, avventizio, contingente (sachfremd, dice Werthei-
mer) ed insieme, una volta stabilita la connessione di
A e B, la successione di B ad A è intesa avvenire in modo
necessario e univoco.

Una prima reazione alla psicologia dell’associazione
venne dalla cosiddetta « scuola di Graz » ed anzitutto da
von Ehrenfels, che sostenne la priorità del fattore formale
sui fattori meramente associativi: esiste cioè negli oggetti
di esperienza una « qualità formale » (Gestaltqualität),
p. es., il ritmo di una melodia, che non si può spiegare
come mera sommazione dei suoni elementari, ma si pre-
senta come originale. La critica continuò con la « scuola
di Würzburg », diretta dal Külpe, la quale, propugnando
una « psicologia del pensiero » (Denkpsychologie) e l’ori-
ginalità delle funzioni superiori dell’intendere (Külpe,
Ach, Willwll) e del volere (Ach, Lindworski), restringeva
l’associazione alla sfera delle rappresentazioni sensoriali.
La critica più risoluta all’associazione delle i. venne dalla
« psicologia della forma » (Gestaltpsychologie) fondata da
M. Wertheimer e allargata con ricerche originali da W.
Kohler, K. Koffka, K. Lewin. Il caposaldo di questa
scuola è il seguente principio: « Esistono dei tutti (per-
cettivi), il comportamento dei quali non è determinato
da alcuno dei loro elementi individuali, ma invece il com-
portamento delle loro parti è determinato dall’intrinseca
natura del tutto » (M. Wertheimer, Über Gestalttheorie,
Erlangen 1925, p. 45). A questo principio fenomenologico
i « formisti » hanno aggiunto un principio esplicativo
detto delle « forme fisiche » (physische Gestalten) o dell’iso-
morfismo in quanto si ammette: a) che il comportamento
dell’energia nervosa dei centri percettivi e operativi segua
le leggi di autoregolazione interna, quale si osserva, p. es.,
nella distribuzione dell’energia elettrica in un circuito
chiuso; b) la stretta dipendenza delle strutture percettive
e dinamiche da tali supporti fenomeni di autoregolazione
delle soggiacenti « funzioni trasversali » (Querfunktionen)
del sistema nervoso. Così si poteva affermare l’unità di

funzionalità della coscienza in quanto « ciò che è interno,
è esterno » (Denn was innen, das ist aussen), motto goc-
thiano che i formisti applicano nel senso di una rigorosa
corrispondenza fra l’esperienza sensoriale e i processi
fisiologici che l’accompagnano e non, come qualcuno ha
frainteso, fra i processi organici e l’ambiente (cf. W.
Köhler, Die physischen Gestalten in Ruhe und im stationären
Zustand, Erlangen 1920, p. 173 sgg.). Un’energia ripresa
del principio dell’associazione, contro la « psicologia della
forma », fu tentata da G. E. Müller, il quale, distinguendo
una doppia apprensione collettiva simultanea e succes-
siva, attribuiva la tendenza degli elementi a raccoglierli
nei « complessi » dell’apprensione collettiva ai « fattori
di coerenza » (Kohärenz-faktoren) quali la contiguità spa-
ziale, l’eguaglianza, la somiglianza, la efficacia (Eindring-
lichkeit = «penetrazione»), il decorso simmetrico, l’in-
flusso del contorno, ecc. (G. E. Müller, Komplextheorie
und Gestalttheorie, Gottinga 1923, p. 9 sgg.). Ma la messe
di risultati e la genialità del metodo esplicata dai fautori
della Gestalt ebbero ragione delle ultime resistenze della
vecchia psicologia; in America il « principio della for-
ma » ebbe un interessante sviluppo nella psicologia del
comportamento (cf. E. C. Tolman, Purposive behaviour
in animals and men, Nuova York 1932). Dagli psicologi
spiritualisti di tendenza neoscolastica, mentre si è di-
sposti ad accettare i risultati acquisiti delle ricerche
della « scuola della forma », si avanzano due riserve di
principio: a) contro la svalutazione ingiustificata del co-
siddetto materiale sensoriale rispetto ai fattori organiz-
zativi soggettivi; b) l’interpretazione fisico-materialistica
di questi fattori (principio dell’isomorfismo). Si afferma
infine che il nucleo centrale dell’intendere umano non
è nell’apprensione della « forma », ma del « significato »
degli oggetti, e quindi al di sopra della sfera puramente
percettiva c’è la vita originale del pensiero a cui quella
si rapporta e da cui dipende (Michotte, Gemelli, Moore).

La realtà è che tutte le funzioni di coscienza si
rapportano le une verso le altre e ciascuna verso il
proprio oggetto secondo un principio di coesione
interiore in vista del risultato terminale a cui devono
arrivare: l’esercizio dell’istinto dell’animale e la
vita dell’intelligenza nell’uomo. Già Hegel aveva
criticato energicamente la psicologia dell’associa-
zione punto per punto. « In primo luogo non sono
idee quelle che vengono associate. In secondo luogo,
quei modi di relazioni non sono leggi, e più che di
leggi si tratta di processi arbitrari e accidentali:
il procedere nelle immagini e rappresentazioni se-
condo l’associazione è propriamente l’antitesi del
pensiero ». Hegel osserva che l’essere è la determi-
nazione propria dell’intelligenza e che « l’intelligenza
integra il dato mediante il significato dell’universa-
lità e ciò ch’è proprio, ciò ch’è interno, mediante
quello dell’essere ». Perciò il dinamismo dell’associa-
zione resta ancora nell’ambito della pura esteriorità
e quindi dell’insignificanza fin quando tali connes-
sioni non sono sussunte sotto una « connessione
universale », e il vincolo (Band) da soggettivo diventi
oggettivo (G. W. Hegel, Enzyklop. d. philos.
Wissenschaften, ed. L. Boumann, Berlino 1845, § 455,
p. 329 sgg.; Zusatz, p. 331 sgg.). Ma poiché l’idealismo
condanna l’esperienza immediata come mera « ap-
parenza », tale sussunzione dei contenuti sensibili e
rappresentativi, sui quali si esercita l’associazione
delle i., risulta senza fondamento; nell’aristotelismo
invece l’universale ha il suo punto di partenza dai
contenuti sensoriali e rappresentativi, ai quali deve
continuamente « riferirsi » per garantire il suo calore
di realtà (τὰ μὲν εἶδῃ τὸ νοητικὸν ἐν φαντασμασι
νοεῖ: De an., III, 7, 431 b 2). Per via del dominio
che il concetto ottiene sull’immagine, il processo
dell’associazione delle i. può essere stimolato, di-
retto, inibito e criticato all’occasione, così come l’eser-

cizio consapevole della libertà può frenare o dirigere le inclinazioni e le abitudini che la vita viene formando.

BIBL.: L. Ferri, La psychologie de l'association depuis Hobbes jusqu'à nos jours, Parigi 1883; Chr. von Ehrenfels, Über Gestaltqualitäten, in Vierteljahrschr. f. wissenschaft. Philosophie, 14 (1890), pp. 249-92; E. Claparède, L'association des idées, Parigi 1903; O. Klemm, Gesch. der Psychologie, Lipsia 1911, p. 89 sq.; M. Wertheimer, Drei Abhandlungen zur Gestalttheorie, Erlangen 1925; A. Willi, Begriffsführung, Lipsia 1926; F. Krüger, Der Strukturbegriff in der Psychologie, Jena 1931; E. S. Robinson, Association theory to-day, Nuova York 1932; W. Köhler, Psychologische Probleme, Berlino 1933, p. 144 sq. (specie cap. 8; Über den Begriff der Assoziation); P. Guillaume, La psychologie de la forme, Parigi 1937; W. B. Pillsbury, The fundamentals of psychology, Nuova York 1937 (specie pp. 338-46); R. S. Woodworth, Psychology, vii 1937 (specie pp. 450-64). Esposizione complessiva dello sviluppo storico dell'associazione delle i. in C. Fabro, Fenomenologia della percezione, Milano 1941 (con esposizione critica della Gestalttheorie e ampie bibli.). Fondamentale per la discussione dei dati sperimentali è: W. Metzger, Psychologie. Die Entwicklung ihrer Grundausnahmen seit der Einführung des Experiments, Lipsia 1941. Discussione sperimentale della teoria di Hume in: A. Michotte, La perception de la causalité, Lovanio 1946.