ILEMORFISMO. - Da ὅλη (materia) e μορφή (forma), indica la teoria filosofica, dovuta a Platone ed Aristotele, che ritiene la sostanza corporea composta di un elemento indeterminato (materia) e di uno determinato (forma).
La prima filosofia greca, con i tentativi di spiegare il divenire, preparò l'i. Contro il mobilismo di Eraclito, Parmenide afferma l'immobilità: «Esiste infatti l'essere, mentre il nulla non è» (frg. 6, 1-2); questo essere è immobile. Infatti la mutazione è o dall'essere o dal non-essere; ma l'uno e l'altro è impossibile, «poiché né l'essere può divenire (è già infatti), né dal non-essere può divenire qualche cosa; οὔτε γὰρ τὸ ὄν γίγνεσθαι (εἶναι γὰρ ἦδη), ἐκ τε μὴ ὄντος οὐδὲν ἂν γενέσθαι (Aristotele, Phys., I, 8, 191 a 30-31). Niente pertanto nasce, niente muta. Questo dilemma incise sui filosofi posteriori, che tentarono di infrangerlo. Empedocle ed Anassagora spiegano il divenire cosmico in modo meccanicistico; così pure Leucicpo e Democrito, per cui «il pieno e il solido è l'essere, il vuoto è il non-essere», e pertanto «l'essere non esiste più del non-essere, poiché il pieno non esiste più del vuoto» (id., Met., I, 4, 985 b 7-9). Partì dell'essere (pieno) sono gli atomi, indivisibili (ἔτομος) ed impassibili (ἐπαθής) come l'essere di Parmenide, differenti tra di loro per figura, ordine e posizione: il loro muoversi nel vuoto e il mescolarsi dà ragione del divenire (ibid., 985 b 5 sgg.).
Platone spiega la mutabilità delle cose mondane con una χώρα «difficile ed oscura», quasi «un ricettacolo (ὑποδοχήν) di ciò che si genera, quasi nutrice» (τῆναι, Tim., 49 a), che non ha in sé alcuna forma, ma riceve tutte le forme, le quali sono immagini delle idee immutabili. Il corpo risulta dall'unione della χώρα e di una immagine delle idee. Aristotele, supposta evidente l'esistenza del divenire (Phys., I, 2, 185 a 13-14), osserva: come quando un uomo diventa musico, l'uomo che è sostrato rimane, mentre il non-musico scompare (ibid., 7, 190 a 95 sgg.), così in ogni mutazione c'è il sostrato che rimane, la privazione della forma, e la forma: δῆλόν ἐστιν ὅτι δεῖ ὑποκείσθαι τι τοῖς ἐναντίοις καὶ τάνναγίοι δύο εἶναι (ibid., 191 a 4-5). Con questi concetti Aristotele propone una prima soluzione del dilemma parmenideo, sviluppata poi in base alla dottrina della potenza e dell'atto (ibid., 8, 191 b 27-29). In tanto una realtà diventa attualmente qualche cosa, in quanto aveva una reale capacità o potenza soggettiva a divenire, quindi tra il non-essere in senso totale (μὴ ὄν) e l'essere in atto (ἐνεργεῖς ὄν) c'è l'essere in potenza (ὀνόμει ὄν). Non dal μὴ ὄν né dal ἐνεργεῖς ὄν, ma dal ὀνόμει ὄν avviene la mutazione: «Poiché duplice è l'essere, ogni cosa muta dall'essere in potenza all'essere in atto...; dall'essere ogni cosa diviene, s'intende dall'essere in potenza, dal non-essere in atto» (Met., XII, 2, 1069 b 15-20). Aristotele applica queste nozioni al divenire sostanziale, il quale suppone un sostrato indeterminato, il ὀνόμει ὄν in ordine sostanziale, detto materia prima (ὅλη ἡ πρώτη, ibid., V, 6, 1017 a 5), la privazione della determinazione (ὑτέρησις) e la determinazione sostanziale, detta forma (μορφή): «In tutti i mutamenti tra opposti, c'è qualche cosa che fa loro da sostrato... E similmente dicasi per i mutamenti sostanziali: c'è qualche cosa che è ora nella generazione ed ora nella corruzione, ora è sostrato determinato ed ora è secondo la privazione» (ibid., VIII, 1, 1042 a 32-63). La sostanza corporea è pertanto composta di materia e di forma: γίγνεται πᾶν ἐκ τε τοῦ ὑποκειμένου καὶ τῆς μορφῆς (Phys., I, 7, 190 b 20). S. Tommaso commenta: «Omne quod fit, est et fit ex subiecto et forma... Et notandum est quod hic intendit inquirere principia non solum fiendi sed etiam essendi: unde signanter dicit: ex quibus primis [principiis] sunt et fiunt» (Phys., I, lect. 13; cf. Met., VIII, lect. 1, ed. M. R. Cathala, Torino 1915, pp. 488-89, n. 1689).
La materia prima è principio totalmente indeterminato: «Chiamo materia quella che in sé non è una cosa determinata, né una quantità, né nessun'altra delle determinazioni dell'essere» (Met., VII, 3, 1029 a 20); «materia, secundum suam substantiam, est potentia ad esse substantiale» (s. Tommaso, Phys., I, lect. 15). La forma sostanziale è invece il principio che conferisce il primo essere specifico e l'unità ontologica al composto. Materia e forma non sono quindi esseri (ens quod) ma principi dell'essere (ens quo). La forma poi non esiste, prima e indipendentemente dalla materia, ma sorge dalla stessa potenzialità della materia nel processo del suo divenire, «in quantum materia, quae est in potentia ad formam, fit actu sub forma, quod est facere compositum» (s. Tommaso, In Met., VII, lect. 7, ed. cit., n. 1423).
L'I., inteso in vario modo dai Greci, Arabi e Latini, e chiarito per primo nel suo vero senso da S. Tommaso (cf. P. Hoenen, Cosmologia, 3ª ed., Roma 1945, p. 274), è invece travisato da Duns Scoto che sostiene la materia prima poter esistere separata (Op. Ox., I, II, dist. 12, q. 2, n. 3; VI, ed. L. Wadding, Lione 1539, p. 682; cf. ibid., n. 4, p. 682). Similmente F. Suárez (Disp. Met., d. 13, s. 4-5). Non comprendono la nozione di forma come ens quo, né, conseguentemente, la «eductio formae e potentia materiae» R. Descartes (Epist. ad Regium, ed. C. Adam e P. Tannery, Parigi 1897-1910, III, pp. 502, 505-506), P. Gassendi (Physica, I, sect. 1, I, VII, cap. 3, Lione 1658, p. 469), G. Leibniz (Essais de théodicée, I, nn. 87-89; VI, ed. C. I. Gerhardt, pp. 149-51), E. Zeller, Philosophie der Griechen, II, II, 4ª ed., Berlino 1876, p. 347 sgg.), e molti altri (cf. P. Hoenen, De origine formae materialis, Roma 1932). Negano l'i. vari sistemi filosofici (meccanicismo, atomismo, dinamismo, positi-
vismo, fenomenismo, idealismo, ecc., V. queste voci) per ragioni metafisiche generali.
Supposta la realtà oggettiva dei corpi estesi, non pochi autori fondano l'i. sull'argomento aristotelico della mutazione sostanziale. In seguito alle difficoltà avanzate dalla teoria atomica scientifica, altri tentano la derivazione dell'i. dal fatto che il corpo è una realtà spazio-temporale, con proprietà energetiche ed inerziali. L'unità attuale e la molteplicità potenziale del continuo, sostengono, non si possono adeguatamente spiegare senza ammettere nella sostanza corporea un principio di unità e determinazione (forma) e un principio di molteplicità e indeterminazione (materia prima; cf. s. Tommaso, C. Gent., II, cap. 65; P. Descoqs, Essai critique sur l'hylémorphisme, Parigi 1924, p. 237). Analogo argomento vien tratto dalla considerazione dell'esistenza corporea cui compete insieme l'unità e la diffusione nel tempo (cf. F. Renoirte, Éléments de critique des sciences et de cosmologie, Lovanio 1947, p. 227). Infine l'i. è ancora convalidato dalla duplice e opposta serie di proprietà della sostanza corporea: da una parte la quantità e l'energia, dall'altra la qualità e l'attività (forze elettro-magnetiche, ecc.; cf. P. Descoqs, op. cit., p. 269 sgg.). Queste ultime tre considerazioni sono connesse fra loro e possono considerarsi come un solo fondamento dell'i., sotto diversi punti di vista, che si integrano a vicenda. Altri autori, supposto evidente il principio che l'atto puro è unico e infinito e si moltiplica quando è partecipato in un soggetto potenziale, dal fatto che esistono più individui corporei della stessa specie deducono che questi corpi sono composti di un atto sostanziale partecipato e di una potenza sostanziale che lo riceve (cf. s. Tommaso, De spir. creat., a. 1, ad 9; Phys., VIII, lect. 2). L'argomento è assai discusso in quanto altri sostengono essere il principio di partecipazione fondato sull'i.
All'i. sembra opporsi la scienza moderna, secondo la quale la materia è costituita di particelle, che alcune teorie fisiche ritengono ontologicamente distinte e talora anche spazialmente distanti. In merito si osserva che qualora i corpi dovessero realmente intendersi come aggregati di particelle (e pertanto di individualità distinte), a queste può riferirsi la teoria ilemorfica. Non sembra infatti potersi ammettere, come affermano alcuni (s. Alberto Magno, P. Descoqs, M. Fatta, ecc.), che le particelle, pur restando immutate, vengano assunte da una forma sostanziale superiore in una unità metafisica sostanziale, né che l'unità metafisica possa consistere sulla discontinuità fisica. Ma l'attività del corpo vivente persuade fortemente la sua unità sostanziale, da cui risulta che, sia nell'assimilazione del cibo come nella distruzione del vivente in seguito a morte, intervengano mutazioni sostanziali. Ciò arguisce, negli elementi assunti all'unità del vivente, e, per estensione, nei corpi in genere, la composizione essenziale di materia e forma.
Nella stessa fisica, se si prescinde dalle costruzioni teoriche, le osservazioni su nuclei, atomi e cristalli, intese nel loro valore concreto sperimentale, indicano una costituzione particellare eterogenea (cioè con diverse proprietà nelle diverse parti) della materia, per cui non si impone di pensare le particelle nel composto come individui ontologici distinti (cf. P. Hoenen, Cosmologia, p. 316 sgg.); nell'atomo, nei composti chimici e anche nei cristalli è pertanto possibile una continuità eterogenea, che permette l'unità sostanziale ontologica dei corpi superiori. Inoltre la recentissima teoria fisica della meccanica quantica, rigettando la nozione intuitiva di corpuscolo come punto materiale, respinge le teorie meccaniche della materia discontinua, cioè: « respinge il presupposto, insito in tutte le teorie precedenti, che gli atomi, i fotoni e le altre entità del mondo atomico si dovessero
concepire alla stregua di corpi o meccanismi immensamente piccoli » (E. Persico, Fondamenti della meccanica atomica, Bologna 1945, p. 68, cf. p. 87). Conseguentemente afferma che il corpuscolo, per es., l'eletrone, entrando in complessi superiori, perde la sua individualità fisica, non potendo essere segnato e seguito, e resta come una modificazione del complesso. « La proprietà della individualità non corrisponde in tal caso ad alcuna realtà fisica » (ibid., p. 467; cf. P. Langevin, La notion de corpuscules et d'atomes, Parigi 1935); L. De Broglie (Materia e luce, Milano 1940, p. 274) scrive: « In fisica quantica, il sistema è una specie d'organismo nell'unità del quale le unità elementari costituenti si trovano quasi assorbite ». Concetto, questo, simile a quello di esistenza virtuale dei componenti nel composto, sviluppato da Aristotele e s. Tommaso. Si può pertanto concludere che le esperienze fisiche non sembrano escludere l'i. e in particolare la meccanica quantica sviluppa concetti che gli sono favorevoli.
Per analogia ai concetti dell'i. si parla spesso di materia e forma in campi disparati. E. Kant chiama in genere materia il molteplice, mentre la forma è ciò per cui il molteplice viene ordinato (cf. Critica della ragion pura, trad. II. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Bari 1945, p. 64). Si hanno « forme » dell'intuizione, esterna (spazio), interna (tempo), del pensiero (categorie), della ragion pura (idee), ecc.
Nella teologia sacramentaria i maestri dei secc. XII e XIII formularono la dottrina generale secondo cui ogni Sacramento, in quanto segno sensibile, è composto di cose (res) e di parole (perba). Guidati da analogia ed osservando che la res ha un significato indeterminato, mentre le parole hanno senso preciso, chiamarono la prima « materia », la seconda « forma » del Sacramento.