INTERVENTO IN CAUSA. - È l'ingresso nel rapporto processuale di un terzo che era estraneo allo stesso al momento in cui esso sorse (can. 1852).
L'i. in c. è di varie specie. Esso è, in primo luogo volontario o coatto (can. 1853), secondo che si attui per iniziativa spontanea del terzo ovvero su richiesta di una delle parti o su ordine del giudice. A sua volta, l'i. in c. volontario si distingue in principale, accessorio e litisconsortile, secondo che sia fatto ad excludendum iura utriusque competitoris ovvero ad adiuvandum o sul semplice presupposto del timore che la sentenza abbia a recare pregiudizio all'interveniente così come lo recherebbe alla parte cui l'interveniente, per effetto del litisconsorzio, verrebbe a trovarsi vincolata.
In particolare, l'i. in c. principale, così come quello adesivo accessorio, presuppone le seguenti condizioni: che vi sia un terzo, che vi sia la pendenza del processo nel quale il terzo intende intervenire, che vi sia l'interesse del terzo ad intervenire e, infine, che vi sia, nel giudice adito per il giudizio già pendente, la competenza a conoscere della pretesa dell'interveniente. Si avverte che, quanto all'elemento dell'interesse, basta che questo sia giuridico, derivante, cioè, dell'incompatibilità, per identità di petitum e di causa petendi, tra il diritto che il terzo fa valere con l'i. in c. e quello dedotto in causa dalle parti. Essendo in questo caso l'i. in c. volontario, è evidente che i diritti del terzo restano impregiudicati, qualora esso non venga effettuato.
Nell'i. in c. accessorio o adesivo semplice si ha per il terzo una legittimazione non autonoma, ma riflessa. Essa cioè, è in funzione del giudizio già esistente tra le parti, o meglio della difesa che una o alcune di queste hanno proposto, sicché il terzo con processo separato non sarebbe legittimato a procedere contro la parte avversaria di quella, in cui aiuto propone il suo intervento.
Nell'i. in c. adesivo autonomo o litisconsortile, infine, il terzo interviene per far valere un diritto dipendente dal petitum o dalla causa petendi già dedotti in giudizio, ma, a differenza dall'i. in c. principale, esso propone non già due distinte domande contro le due parti del processo, ma una domanda sola contro una di quelle e, a differenza dall'i. in c. adesivo, esso ha una legittimazione autonoma che gli consente di azionare il suo diritto anche con un processo separato.
Nelle due forme di i. in c. coatto (ad istanza di parte o per ordine del giudice) la condotta processuale iniziale del terzo è caratteristicamente passiva. Nell'i. in c. coatto ad istanza di parte, di regola, l'interesse di ciascuna delle parti in causa alla integrazione del giudizio nei riguardi del terzo deriva o dal fatto che essa ritenga comune al terzo, per identità o connessione di elementi oggettivi, la causa, o dal fatto che il terzo abbia assunto l'obbligazione di garantire alla parte interessata il diritto dedotto in lite. L'i. in c. coatto per ordine del giudice, invece, non ha altra condizione che la valutazione discrezionale del processo fatta dal giudice, sì che a questi sembri opportuni, per economia di giudizio e allo scopo di eliminare il pericolo di giudicati contraddittori, una volta ritenuta per qualsiasi motivo comune la causa pendente al terzo, di ordinare la citazione di quest'ultimo. Questa forma di i. in c. coatto usualmente ricorre nelle cause di pubblico interesse e, avendo secondo la maggioranza degli autori finalità semplicemente istruttorie, può realizzarsi anche in grado di appello.
Bibliografia6 opere
Fernando Della Rocca