KARMAN (KARMA)

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KARMAN (KARMA). - Nel *Rgveda* (v. RGVEDA) la parola k., «l'opera» per eccellenza, designa il rito sacrificale e il frutto che se ne ricava in questa e nell'altra vita. Venuta meno, nell'età delle *Upanisad* (v.), la fede nell'onnipotenza del rito, acquistano importanza l'opera umana e il suo effetto, che prendono essi pure il nome di k. Ogni opera, buona o cattiva, oltre al suo effetto naturale, ne ha uno soprasensibile nel k., il merito o demerito inerente alle azioni umane, che aderisce all'anima in modo variamente immaginato dagli autori dei diversi sistemi filosofici, ma sempre con lo stesso effetto: gioia o dolore come premio o pena della buona o cattiva condotta. Il cosiddetto destino dell'uomo non dipende dalla cieca fortuna, ma dal k.; chi nasce ricco e chi povero, chi sano e chi ammalato, chi ben fatto e chi deforme per effetto del k. di un'anteriore esistenza.

La retribuzione del merito e del demerito non si esaurisce infatti nel breve periodo di una sola vita; c'è sempre un residuo di k. quando sopraggiunge la morte, e questo determina la rinascita in quella forma di esistenza, che spetta a ciascuno in conformità dei suoi

meriti: in cielo, in terra o nell'inferno. La trasmigrazione delle anime o sanità, in dipendenza del k., esiste ab aeterno, ma l'uomo può sottrarsi alla tormentosa sequela delle nascite e delle morti con la liberazione (moksa, nirvāṇa) che è il fine a cui tendono, per diverse vie, le religioni dell'India. La prima chiara testimonianza di una fede nel k., si trova in quel passo della Byhadāra-nyaka-upaniṣad (III, 2, 13), che dice, riferendosi al colloquio fra Ārthabha e Yājñavalkya: «E se di cosa essi parlano, dell'azione (k.) parlano; e se cosa essi esaltano, l'azione esaltano perché buono si diventa con le buone azioni, cattivo con le malvage». E più oltre (IV, 4, 5): «L'uomo è tutto desiderio, e qual'è la sua decisione, tale è la sua azione; quale è la sua azione, tale è la sua sorte». Non è ancora usato il termine sanità, che compare per la prima volta nella più tarda Katha-upaniṣad (I, 3, 7). Nel buddhismo che nega l'anima sostanziale e permanente, il k. non può essere un'affezione dell'anima, e non si deve perciò parlare di trasmigrazione, ma di «rinascita». Il k. viene concepito come una forza trascendente, che provvede a perpetuare, oltre la morte, l'esistenza psico-fisica del defunto perché ogni resto di merito o demerito abbia la sua ricompensa. «Ma il k. è innamorato», obiettano i seguaci del Nyaya, «e però ha bisogno di esser regolato dall'Anima suprema, cioè Dio».

BIBL.: R. Garbe, Die Sāṅkhya-Philosophie, Lipsia 1917, pp. 232-42; H.Jacobi, Die Entwicklung der Gottesidee bei den Indern, Bonn-Lipsia 1923, pp. 9-18 sfr. Ferdinand Belloni Filippi