LUOGHI TEOLOGICI. - Secondo Melchior Cano più che proposizioni generalissime, sono « nomi e titoli delle fonti in cui si ritrovano i principi dell'argomentazione teologica». Né il concetto dialettico dei topici aristotelici, né quello retorico ecieniano e umanistico coincide esattamente con quello di l. t.
Pratica e tradizionale, sebbene non rigida, la enumerazione dei l. t. in dieci, distribuiti secondo questo schema:
1. L. propri: a) costitutivi (scrittura e tradizione); b) interpretativi (Chiesa, Concili, Papa); c) testimoni della fede (SS. Padri e teologi).
2. L. impropri (ragione umana, filosofia, storia).
Ogni argomentazione teologica si svolge a contatto della Rivelazione e della ragione. Ma la prima giunge al Chiesa (v.), la seconda ha solo valore strumentale.
L'interpretazione teologica della S. Scrittura, anima di tutta la teologia (encicl. Providentissimus, in Enchiridion Biblicum, 99), deve farsi secondo il senso tenuto dalla Chiesa, non mai contraddire al consenso unanime dei Padri e conformarsi all'analogia della fede. Essa offre argomento efficace ovunque il testo ha senso letterale esplicito e certo; argomento di fede ovunque il testo è dogmatico, esplicito, evidente in sé o definito dal magistero. Il senso letterale implicito o incerto è solo argomento probabile, se non è definito dalla Chiesa. Argomento certo si ha in un testo seguendo l'interpretazione unanime dei Padri o dei teologi o l'uso del magistero che lo porta a prova di un dogma. Il senso tipico o spirituale ha il medesimo valore del letterale, purché consti dalla Rivelazione stessa. Il senso conseguente ha la forza della deduzione che lo stabilisce. Un senso contrario all'analogia della fede è sempre falso, ma non sempre è vero quello che le appare conforme.
Il teologo si servirà di tutti i testi della Bibbia di uso universale, quali i Settanta, il Nuovo Testamento greco, e delle versioni che abbiano un'approvazione almeno implicita, nonché delle edizioni del testo ebraico, sostanzialmente conformi all'originale; ma per la Chiesa la tina la Volgata è giuridicamente autentica, il che suppone un'autenticità critica sostanziale, almeno fino a includere l'immunità da ogni errore intorno alla dottrina rivelata. Ciò non impedisce, « anzi ai nostri giorni quasi esige », il raffronto con testi originali (encicl. Divino afflante Spiritus, e Denz-U, 785-86, 995, 1787-88, 1942-44, 1948, 2002, 2004, 2012, 2019, 2023 seg., 2188; esempi di testi definiti, ibid., 858, 874, 908-10, 913 e 920, 949).
La tradizione qui si prende, come nei documenti ecclesiastici (Denz-U, 783-84, 1787, 1792), nel senso di dottrina rivelata trasmessa alla Chiesa, non per mezzo degli scritti ispirati, ma della viva voce. Ha autorità pari a quella della S. Scrittura. La sua attestazione di-pende anche più strettamente dal magistero esplicito, essendo più difficile a rilevarsi. Secondo le quattro regole del Cano (Loci theol., 3,4), un dogma, un'istituzione, un potere ecclesiastico non stabilito da alcun concilio e insieme in ogni tempo e universalmente ritenuto nella Chiesa, è Tradizione. Alla Tradizione appartiene pure ciò che i Padri, gli « uomini ecclesiastici » o il comune consenso dei fedeli di ogni tempo vi hanno concordemente riconosciuto. Dal senso « oggettivo » di Tradizione si passa così a quello « soggettivo », al veicolo di trasmissione della Rivelazione orale.
Il quale è costituito dalla Chiesa, presa globalmente. Qui però si considera solo la parte dei fedeli. Questi rappresentano in essa non già una corrente di pensiero che s'impone al magistero (Denz-U, 1958, 2006), ma l'eco di questo (Denz-U, 1936 c.), il mezzo generalissimo senza del quale gli altri mezzi sono interi. Il loro consenso chiaro, certo, unanime su articoli facili del Credo, storicamente così efficace, ad esempio, nella lotta contro l'arianesimo, è ritenuto comunemente dai teologi come criterio sicuro di tradizione (cf. Cano, op. cit., 7,3). Spesso è invocato dai Padri ed è in qualche modo incluso in alcuni documenti solenni della Chiesa (Denz-U, 1795; Rouet de Journel, Enchiridion Patristicum, 226, 295).
Per l'interpretazione teologica dei documenti conciliari e pontifici, occorre ricordare i tre grandi principi: a) l'estensione della definizione si misura dall'intenzione dei maestri definienti; b) la Chiesa può influenzare in esigenze una verità come dogma o come certa ecc., con sanzioni diverse contro gli oppositori (v. Censura, II. C. dottrinale e teologica); c) solo la sostanza della definizione è garantita dall'infallibilità, non le motivazioni o le affermazioni incidentali che l'accompagnano.
Può però trovarsi definizione infallibile anche nei capitoli conciliari, che espongono positivamente quanto è poi sanzionato in forma negativa negli anatemismi; ma ciò deve constare con certezza (p. es., in Denz-U, 792, 929, 1782, 1785, 1789, 1795). Nei canoni si ha generalmente definizione indiretta del dogma con la condanna dell'eresia ad esso contraddittoria, ma la sanzione della scomunica colpisce talora anche dottrine condannate con censura inferiore.
I Padri non sono qui considerati né come dotti né come vescovi, ma solo come testimoni della fede, approvati, almeno tacitamente, ma talvolta anche esplicitamente, dalla Chiesa. In tale veste sono invocati a testimoniare fin dall'antichità cristiana. La loro autorità, storicamente e teologicamente sempre grande, è decisiva nel caso di un loro consenso moralmente unanime, che afferma una dottrina rivelata o un'interpretazione della Bibbia. Questo consenso si ha equivalentemente anche se solo un gruppo cospicuo di Padri, di diversi luoghi e tempi, afferma un dogma particolarmente importante, senza incontrare opposizioni da altri Padri (cf. encicl. Providentissimus ed Aeterni Patris; Denz-U, 148 seg., 212, 270, 786, 1320, 1657, 1788, 1942, 1944, 1948, 2145-47).
I teologi approvati almeno tacitamente dall'esposato, divengono un segno o una testimonianza della predicazione ecclesiastica e hanno parte rilevante nella formulazione del dogma. Il loro consenso moralmente unanime, certo, diuturno, intorno a una dottrina rivelata è argomento sicuro. Il consenso dei cospicuo più celebri equivale a quello delle scuole stesse (Denz-U, 609, 1576, 1579, 1652, 1680, 1683-84). Massima fra i teologi è l'autorità di s. TOMMASO D'AQUINO, SANTO (v.), godendo egli di una specialissima approvazione, che ordina agli ecclesiastici di seguirne, in filosofia e teologia, il metodo, la dottrina e i principi (can. 1366 § 2). Questo non gli conferisce la certezza teologica in tutto, ma indica la preferenza da dargli su altre scuole teologiche, secondo il motu proprio di Pio X, Doctoris Angelici, 29 giugno 1914 (cf. Benedetto XV, encicl. Fausta appetente die, AAS, 13 [1921], pp. 329-35; in senso più largo invece Pio XI, encicl. Studiorum Ducem, 29 giugno 1923, Denz-U, 2192).
Uno solo è in realtà il 1. t. improprio, la ragione naturale, ma la si considera nella sua forza individuale, nell'autorità dei filosofi e infine nella storia. È proprio della ragione dimostrare i fondamenti della
fede, analizzare, spiegare con analogie naturali, organizzare a sistema il dogma (Denz-U, 1796, 1799), apportando così alla teologia un contributo di termini razionali che vengono purificati, vitalmente assunti e assimilati dagli autori. L'autorità dei filosofi giova al teologo particolarmente nella polemica. La storia ha nella teologia positiva la parte che la ragione filosofica ha nella speculativa.
Federico dell'Addolorata