NEPOTISMO

NEPOTISMO. - Termine che designa l'eccessivo favore dimostrato da alcuni pontefici verso membri della propria famiglia con la concessione di dignità ecclesiastiche, privilegi, domini temporali o laute rendite nello Stato pontificio ed altrove in Italia.

Il fatto, che ha la sua radice nell'umana propensione verso i propri famigliari, risponde anche in certi momenti storici alla necessità di difesa contro intrighi di fazioni interne o di potenze straniere, con il ricorrere per sostegno a membri validi della propria famiglia o con il farli potenti a questo scopo. Si trovano esempi sin dal sec. X ed anche Innocenzo III, pur tanto austero, si avvalse dell'ascendente della sua famiglia, i Conti, ed in particolare del fratello Riccardo, per infrenare il comune di Roma, accanito nelle sue pretese contro il papato dopo la rivoluzione del 1142. È troppo nota l'irosa invettiva di Dante contro Niccolò III «cupido in avanzar gli Orsatti»; ma è anche vero che il Papa ubbidiva in questo ad un suo piano politico di pacificazione e di riordinamento del suo Stato e dell'Italia. Altrettanto si deve dire di Bonifacio VIII, che Dante associò così tragicamente con Niccolò III, e che nella sua parentela ricercò cardinali ed uomini di governo per condurre a termine i suoi disegni e combattere gli avversari, particolarmente i Colonna.

Il n. vigoreggiò in alcuni dei papi avignonesi e particolarmente in Clemente V ed in Clemente VI, che suscitò gli sdegni del Petrarca nelle Epistulae sine titulo. Perciò nel Conclave del 1352, con una speciale capitolazione, si intese escludere i congiunti del futuro papa dalla Curia e dall'amministrazione dello Stato. Però nei tumulti dello scisma Urbano VI ricorse ai suoi parenti Prignano, e Bonifacio IX ai suoi Tomacelli; come anche Martino V ebbe il concorso dei Colonna e dei loro clienti nell'opera instauratrice ed epuratrice di Roma e dei suoi dintorni e nel tenere in freno i condottieri di ventura. Cessati i travagli dello scisma e delle sue conseguenze, si vede un gruppo di pontefici preoccuparsi del collocamento in Curia dei propri parenti: così Callisto III con i Borgia, chiamati dalla Spagna a Roma. Con Sisto IV si fece anche un passo avanti, perché egli non solo largheggiò con i parenti Della Rovere, Sansoni, Basso, ma favorì le mire di Girolamo Riario nel formarsi una signoria in Romagna a danno dei signori della regione. Il n. ebbe poi la sua più clamorosa espressione in Alessandro VI, che costituì il figlio Cesare Borgia gonfaloniere della Chiesa, si preoccupò di crearli una posizione eminente sino a formargli uno Stato ereditario nell'Italia centrale, che Giulio II rovesciò poi senza pietà. Leone X si adoperò a conquistare il ducato d'Urbino, compreso negli Stati pontifici, per il nipote Lorenzo de' Medici, togliendolo a Francesco Maria della Rovere, e maggiori mire aveva nell'Italia setten-

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NEREO e ACHILLEO, santi, martiri - Colonna di ciborio con il martirio di s. N. (fine del sec. IV) - Roma, cimitero di Domitilla.
(fot. Pont. Comm. Arch. Sacra)
trionale. Non fu da meno di lui Paolo III, che costituì per il figlio Pier Luigi un ducato a Castro, dove i Farnese avevano i loro possessi ereditari, aggiungendovi il governo perpetuo di Nepi, Ronciglione e Caprarola, e poi nel 1545 gli diede in feudo la signoria di Parma, Piacenza e Guastalla, che appartenevano alla S. Sede, ma erano esposte alle mire ambiziose dei principi circostanti. Con lui termina questa forma di n. Paolo IV tolse ai nipoti Carafa quanto aveva loro concesso, quando s'accorse della loro indegnità. Il vento di riforma ormai potente in seno alla cristianità e le mutate condizioni politiche dell'Italia liberarono la Chiesa da una tendenza generalmente deplorata; Pio V con bolla Admonet nos (29 marzo 1567), vietando l'investitura di domini papali, ne impedì giuridicamente il ritorno. Più difficile da sradicare fu quello che fu chiamato il piccolo n., consistente nell'ingrandire la propria famiglia con dignità, redditi e possedimenti ecclesiastici e civili. Esso assunse un particolare aspetto con l'istituto del « cardinal nipote », detto anche « cardinal padrone », che compare nel primo decorrere del sec. XVI ed assume forma definitiva con Pio IV, per cui un membro della famiglia, di solito un nipote, era a capo della segreteria pontificia e di tutta la Curia, arbitro quindi dei favori pontifici. Gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, i Pamphili ripetono da questo le loro fortune; e l'abuso provocò la cost. Romanum decet pontificem di Innocenzo XI, pubblicata da Innocenzo XII, il 22 giugno 1692, con cui si intendeva impedire ai papi di arricchire i parenti e si abolivano uffici e dignità riservate sino allora a costoro. Con Pio VI si ebbe un momentaneo rifiorire del n. in favore dei Braschi, ma i suoi successori seppero mantenersene estranei.

BIBL.: G. Brunengo, Alcune riflessioni sopra il n. dei Papi, in Civ. Catt., 7ª serie, 2 (1898, II), p. 395 sgg.; Pastor, passim; L. Stefanini, La Chiesa cattolica, Messina 1944, p. 278 sgg.; G. B. Scapinelli, Il memoriale del p. Oliva S. I. al card. Cibo sul n. (1676), in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 262 sgg. Ettore Rota
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“NEPOTISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 1035. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/nepotismo.