NEOGUELFISMO

NEOGUELFISMO. - I precedenti del n. debbono cercarsi nel romanticismo che variamente si afferma nella nuova cultura e nella nuova politica post-rivoluzionaria, in tutta Europa. L'intrecciarsi di motivi storicistici con la rivalutazione delle tradizioni popolari, con l'ideologia liberale e patriottica, nata dalla stessa Rivoluzione Francese, e dalle guerre del periodo napoleonico, ne fornisce le premesse essenziali. La difesa dei diritti storici sfocia, nei primi neoguerra, contro-rivoluzionari, in argomentazioni legittimistico-conservatrici, come nel saggio del De Maistre sul Papa, scritto alla vigilia della rivoluzione liberale piemontese del '21. Ma nelle nuove generazioni la «missione nazionale» del papato, i concetti di «libertà della Chiesa» e di «libertà nazionale», di «civiltà» e di «progresso cristiano», acquistano già tutt'altro significato. Quando il Foscolo celebra la forza spirituale del papato, abbandonando premesse sismistiche, e Rosmini perfezionò dottrinalmente lo spiritualismo romantico, con motivi attenti alle correnti di diritto naturale cristiano, nasce il vero n., con i suoi caratteristici «miti» storiografici e politici.

Notevoli le varie sfumature regionali: in Piemonte è possibile il legittimismo cattolico-italiano di un Vidu, o il legittimismo liberale di un Cesare Balbo; nel Lombardo-Veneto, la polemica del Rosmini contro il giurisdizionalismo; a Napoli, o fra gli emigrati napoletani, l'utilizzazione di un'eredità viciniana (che tuttavia non può far dimenticare il tradizionale anti-ocularismo, come è evidente già in un articolo del Cuoco, pur volto a elogiar la politica concordataria di Napoleone, ricordando che la Chiesa ha predicato «l'umanità e la libertà» nel medioevo: Scritti vari, I, Bari 1924, p. 66).

Nucleo centrale della cultura neoguelfa, che progressivamente si trasforma in forza politica, resta la nuova visuale o il nuovo senso storico, che si matura in un attento studio del medioevo cristiano, «età sacra» delle origini religiose e politiche: la Chiesa, madre delle nazioni e della civiltà, le glorie dei liberi Comuni e della Lega lombarda, modello di confederazione nazionale, il fecondo conflitto fra Chiesa e Impero, sono i grandi simboli storici su cui verte l'appassionata discussione della scuola «cattolico-liberale», dal Manzoni al Balbo, al Troya, al Tosti e al Capponi. Il Gioberti, con il «libro galeotto» sul Primo italiano, inaugura la gran «cospirazione letteraria» dei moderati neoguelfi, nel 1843: ma l'elaborazione di un mito retorico-politico chiude e limita anche il processo di elaborazione e di arricchimento del moto, nel suo più largo significato culturale e morale. Si determina allora una opposizione interna fra cattolicesimo liberale e n., di cui non è facile precisare i termini.

Elemento principale del dissenso, per cui non si costituisce una solidale corrente politica neoguelfo-liberale, e tanto meno un embrione di partito (prescindendo anche dalla situazione politica nei singoli Stati italiani, prima del '48) è appunto la diversa impostazione che individui e gruppi, sparsi nei vari centri politici e culturali, danno al problema del potere temporale: per alcuni neoguelfi, ad es., Rosmini, il potere temporale ha avuto una funzione positiva, oltre lo stesso Rinascimento, e fin nell'età risorgimentale. La polemica contro i Gesuiti è il secondo mito che il Gioberti suscita, con i famosi Prolegomeni del 1845, per legare alla corrente neoguelfa una più ampia schiera di còlti liberali (G. Montanelli, Memorie..., I, Torino 1853, p. 133). Non s'ingannano gli avversari più acuti del giobertismo, che rimpiangono la sincerità di atteggiamenti anteriori (il Correnti rievocata nel '46 la filosofia del Genovesi, che «sinceramente aspira alla religione», mentre altri gli pare ora sottoporsi ad una tutela religiosa non sentita nel profondo: Scritti scelti, I, Roma 1891, p. 482), né coloro che, come il Galeotti, giudicano opportuno scendere dal «sogno magnanimo» ad analisi più concrete. Persino chi imposta il problema della nazionalità in termini di diritto naturale, come il p. Luigi Taperelli, gesuita, può far valere motivi in certo senso realistici contro l'ideologia giobertiana. Resta a Gioberti l'iniziativa di penetrare meglio le esigenze della polemica contingente, e di liberarsi talora anche dai dogmi del dottoriano.

L'elezione di Pio IX (1846), che aveva e nutriva lungimiranti sensi neoguelfi, e i primi anni del suo pontificato segnano l'inizio di un nuovo momento, o sono addirittura il prologo di tutta la rivoluzione europea del 1848. Il Tommaseo ed il Cattaneo, da diverse parti, pervengono a concludere che il mito della missione nazionale del papato commosse nel profondo l'anima popolare: né mancano esigenze schiettamente religiose accanto a quelle politiche e nazionali. Anche gli incerti «separatisti cattolici» mirano piuttosto a spiritualizzare la Chiesa che a creare uno Stato agnostico: molti neoguelfi vogliono «armonizzare i due istituti, vederli vivere in simbiosi» (Petrocchi). Il dissidio tra la politica nazionale e la politica della legittimità e dei trattati, che par meglio

adattarsi alle esigenze dell'universalismo cattolico, mina fin dal principio gli sforzi di Pio IX e dei consiglieri filo-italiani, dal Corboli Bussi al Rosmini. Nella catastrofe del '48 periscono le speranze riposte nel debole riformismo degli Stati regionali e gli equivoci talora fraudolenti sul compito da affidarsi al «papa liberale».

BIBL.: per la concezione storica dei neocugelli e cattolici liberali: B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, 2a ed., Bari 1930; W. Maturi, L'aspetto religioso del 1848 e la storiografia italiana, in Atti del X Convegno «Volta», Roma 1948. Per i nessi fra cultura e politica nel moto neoguelfo: A. Anzilotti, Gioberti, Firenze 1922; A. Omodeo, L'evoluzione politica di V. Gioberti, Torino 1941; L. Bulferetti, A. Rosmini nella Restaurazione, Firenze 1942; id., La Restaurazione, in Questioni di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, Milano 1951; M. Petrocchi, Riflessi europei sul '48 italiano, Firenze 1946. Su figure complesse, come quelle del Capponi, del Lambruschini, del Tommaseo, e le relative voci. Sulla polemica fra il Paparelli e il Gioberti: E. Di Carlo, Una polemica..., Palermo 1919; inoltre i carteggi del Paparelli pubblicati da P. Pirri, Torino 1932, e gli studi dello stesso P. Pirri citati alle voci La MENNAIS (F. de), Pio IX, TAPARELLI L., nonché P. Dalla Torre, Pellegrino Rossi, il N. e l'Italia, in Arch. della Soc. Romana di storia patria, 3a serie, 71 (1948, 11), pp. 163-68. Sulla stampa giobertiana nel '47-48: E. Passamonti, Il giornalismo giobertiano..., Milano-Roma 1914. Sui residui neoguelfi nel moto nazionale italiano dopo il '48: G. Gentile, G. Capponi e la cultura toscana nel sec. XIX, Firenze 1922; A. Anzilotti, Movimenti e contrasti per l'unità italiana, Bari 1930, passim; S. Jacini La politica ecclesiastica italiana da Villafranca a Porta Pia, Bari 1938; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato negli ultimi cento anni, Torino 1948, passim.

Ettore Passerin