NEOLUTERANESIMO. - Si presenta come corrente di risveglio e di restaurazione teologica ed ecclesiastica del luteranesimo nel sec. XIX, in stretta relazione con quella ripresa romantica del senso della comunità nazionale, maturato durante le guerre anti-napoleoniche e la Restaurazione, quale reazione all'il-limismo, razionalistico insieme e straniero. Acquistò forza soprattutto nel 1830, quando Federico Guglielmo III di Prussia cercò d'imporre la sua «unione» prussiana fra luterani e calvinisti combinando le dottrine e gli usi delle due Chiese storiche.
Per reazione si accentuarono le peculiarità dogmatiche e chiesastiche del luteranesimo con il rifiuto a unirsi ecclesiasticamente con sette estranee alla propria tradizione; e non vi furono estranei motivi politici. Il movimento si dispiegò soprattutto nelle regioni dove non era stata attuata l'«unione», cioè nella Baviera sulla destra del Reno, in Sassonia, nello Hannover, nel Meclemburgo, nello Schleswig-Holstein. Esso diede luogo alla costituzione di «Chiese libere» (Freikirche), con riferimento esclusivo alle basi dogmatiche della Chiesa, in contrapposizione alle Chiese «stabilite», riconosciute, appoggiate, dotate, dirette dallo Stato. Inoltre si crearono leghe di «vecchi-luterani» nei singoli territori, quale la Conferenza generale evangelico-luterana del 1868, che più tardi coordinarono anche l'attività delle singole Chiese nel campo delle missioni interne ed estere, dell'assistenza cartativa, della scuola e simili. La denominazione di n. ha poi un duplice significato: polemico nei riguardi dell'indifferentismo dogmatico che si adatta a combinazioni estrinseche delle dottrine peculiari delle Chiese; storico-conservatore perché intende ritornare al luteranesimo delle «professioni di fede» e all'organizzazione ecclesiastica e culturale del sec. XVI, concretata nell'ortodossia del sec. XVII. Di qui il carattere cattolizzante del n. nei riguardi della visibilità della Chiesa, del carattere reale dell'Eucaristia, della struttura liturgica della Messa, dell'Ordinazione liturgica dei pastori, della concezione e amministrazione dei Sacramenti. Di qui inoltre lo sforzo di svincolarsi dalla dipendenza del principe territoriale ereditata dal sec. XVI, con l'affermare quella situazione in contrasto con i principi luterani e di mera emergenza, e col cercare l'esistenza autonoma della Chiesa con un proprio diritto ecclesiastico.
Teologicamente il n. si richiama alla persona divino-
umana del Cristo, quale centro della religione, e alla sua interpretazione in s. Paolo, contro la concezione meramente etica del cristianesimo diffusa dall'illuminismo. Questa coscienza cristocentrica porta a riconoscere pure la Chiesa come una realtà superindividuale, testimoniata già nelle professioni di fede luterane. Su questo fondamento rivive l'elemento sacramentale, non senza influenze invero della inclinazione romantica per i simboli; ma soprattutto si ha il vigoroso rilievo della Chiesa quale depositaria della parola di Dio e dei Sacramenti, vissuta quale vincolo trascendente, ma insieme concretamente storico. Queste posizioni vengono dai singoli teologi variamente giustificate e coordinate ai principi luterani della «sola Bibbia» e dell'esperienza personale del divino, e portano a ridiscutere il tema dell'essenza della Chiesa. Rappresentanti più autorevoli del n. sono: K. F. Fr. Roth, il Tholuck, il Walch, il Thomasius e, più in generale, la Facoltà di Erlangen.