NICOLE, PIERRE. - Giansenista, n. a Chartres il 19 ott. 1625, m. a Parigi il 16 nov. 1695. Fece i suoi studi di filosofia (1642-44) e di teologia a Parigi (1644-49). Le polemiche sulle «cinque proposizioni» di Giansenio (v.) interessarono subito il N. che si allontanò dal dottorato e dagli Ordini sacri e per tutta la vita restò semplice tonsurato. Dall'insegnamento delle lettere nelle scuole inferiori annesse al monastero di Port-Royal des Champs e dalla collaborazione con l'Arnauld, conosciuto nel 1654, sorse la Logique ou l'art de penser, più nota con il nome di Logica di Porto-Reale, testo classico per l'insegnamento filosofico elementare.
L'Arnauld era già allora impegnato nella campagna giansenista. Per lui accusato in Sorbona, il N. scrisse varie memorie in latino, presentate dall'Arnauld come sue; a Pascal fornì documenti importanti per le sue Provinciali. Fu lui, inoltre, a proporre e poi sempre più a sostenere la
celebre distinzione di « fatto e diritto », caratteristica della mentalità e dell'azione giansenista, secondo la quale si poteva sostenere che le « cinque proposizioni » di Giansenio, quali si leggevano estratte nell'opera del p. Corneert, erano eretiche, ma non lo erano in realtà in Giansenio stesso; poteva ben dirsi che il Papa era infallibile in diritto, ma non lo era sempre in fatto; e che il giansenismo era eretico in quanto fondato sulle proposizioni ad esso contestate, ma non lo era in effetti, in quanto tali proposizioni avevano tutt'altro valore da quello creduto e tutto ridu-
cevasi, in sostanza, ad un fantasma escogitato dagli avversari della dottrina agostiniana e della sana tradizione morale. Il N. partecipò vivamente alla polemica suscitata dalle Provinciali di Pascal, con gli scritti Tredecim theologorum vota (1657), Belga percontator (appurso sotto lo pseudonimo di Franciscus Profuturus), Disquisitiones sex Pauli Irenai (1657); il N. tradusse inoltre in latino le Provinciali (Ludovici Montolti Epistolae, sotto lo pseudonimo di Guglielmo Wendrock, 1658), onde farle meglio conoscere. Dopo un lungo viaggio nelle Fiandre e nella
Renania, nel 1658 il N. tornò di nuovo a fianco dell'Arnauld, e si offrì in aiuto per vari scritti ed iniziative altrui. Collaborò infatti all'Apologie pour les religieuses de Port-Royal (1664) di M. de St-Mart e, più tardi, al celebre Nuovo Testamento detto di Mons, iniziativa di M. de Secy, ma, in effetti, opera collettiva del gruppo portorealista: tale traduzione, proibita in Francia, uscì poi in Belgio, a Mons, nel 1667. Quando nel 1663 Alessandro VII ordinò a tutti i vescovi la firma, senza distinzione tra « fatto » e « diritto », dei formulari, egli sostenne la causa dei vescovi di Pamiers, Aleth, Beauvais ed Angers che rifiutavano la firma. La distinzione tra « fatto » e « diritto » venne allora sviluppata dal N. nelle dieci Lettres sur l'hérésie imaginaire (1664-65) imitazione delle Provinciali di Pascal in cui si esaminavano pure le questioni controverse cui la polemica antigiansenista aveva dato origine. La « pace della Chiesa » stabilita da Clemente XI in accordo con Luigi XIV (23 ott. 1668), con cui si concedeva ai refrattari di firmare il « diritto » riservandosi sul « fatto », sembrò essere una riaffermazione pratica della validità dei principi e dei metodi cari al N. il quale si volse allora a combattere più intensamente la dottrina protestante sull'Eucaristia: da una polemica con un pastore calvinista sorse uno scritto sulla continuità della fede cattolica intorno all'Eucaristia (detto Petite perpétuité, 1664), ripreso ed ampliato in Perpétuité de la foi touchant l'Eucharistie (più noto come la Grande perpétuité, 1669, 1672, 1676, 3 voll.). Tale opera fu sovente attribuita all'Arnauld, ma questi in realtà non ne aveva scritto che la prefazione.
Assai ostile si mostrò l'arcivescovo di Parigi Francesco de Harlay, perciò intimorì il N. lasciò Parigi per il Belgio. Qui il 10 luglio 1679 incontrò l'Arnauld; ma non volle saperne di seguirlo in Olanda. I due antichi amici si lasciarono affettuosamente; ma il N. seguiva ormai una via diversa da quella dell'amico. Indirizzò infatti all'arcivescovo di Parigi una lettera di completa sottomissione; dopo lunga attesa e varie peregrinazioni, ricevette il 17 maggio 1683 il permesso di ritirarsi a Chartres. Qui
trascorse l'ultima parte della sua vita, lavorando a varie opere di teologia, di morale, di polemica anticalvinistica. Nel Système de la Grâce générale (1691), contro la tesi che Dio, causa del tutto, possa essere considerato pure causa di rovina per i dannati, sviluppava l'idea di una « Grazia generale » data a tutti e sufficiente, in diritto, per salvarsi, anche se, di fatto, per il peccato originale occorra una « Grazia speciale » di Dio, sovrapposta alla prima e sola efficace per salvarsi. L'Arnauld, prima, anche se in modo amichevole, e il Quesnel poi, criticarono quella
teoria, sostenendo che se la natura è comune per tutti gli uomini, la Grazia è data a qualcuno soltanto e quindi non può parlarsi di Grazia « generale ». La morte colse il N. intento a redigere vari lavori, fra cui le Instructions théologiques rimaste interrotte. L'opera più celebre è tuttavia Essais de morale (sotto lo pseudonimo di Mombrigny, 6 voll. in tutto: I-IV, 1671-78; V-VI, postumi, 1700-14) in cui sono toccati, con finezza psicologica ed alla luce di una grande, anche se pessimistica, visione morale, i vari problemi della vita e dell'educazione cristiana. Vide
pure con diffidenza le manifestazioni della grande corrente mistica a lui contemporanea, di cui lo impressionarono soprattutto certe forme aberranti, e combatté i quietisti nella Réfutation des principales erreurs des quiétistes (1695). La sua visione moralistica ed antimistica della vita è riassunta nel Traité de la prière (1694).