OREFICERIA PALOTTO ARGENTEO DI S

OREFICERIA

Palotto argenteo di S. Jacopo. Artisti toscani dei secc. XIV e XV - Pistoia, Cattedrale.

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(fot. Alinari)

linee architettoniche con la decorazione plastica e cromatica a smalti translucidi (urna di St-Taurin a Evreux). Collegata all'arte francese quella delle Fiandre, che ha lasciato opere notevolissime fra i secc. XIV-XV nel Cavallo d'oro della parrocchiale di Althoing in Baviera, e nel Calvario di Mattia Corvino della cattedrale di Esztergom. In Germania vennero ripetuti pochi tipi che derivano dai modelli romanici anche se le loro linee assunsero l'intonazione propria dell'architettura.

L'o. inglese del secc. XV mostra un deciso orientamento verso i modelli francesi. Ricchissima fu anche la produzione dell'o. anche nella regione iberica che ebbe officine attivissime a Barcellona e a Saragozza ove vennero elaborati temi e modelli derivati dalla Francia e dalla Toscana. Tipici i busti reliquiari della cattedrale di Saragozza, la custodia della parrocchiale del Salvador de Burriana di Los Cuevas de Canart, le Croci adorne di smalti delle chiese di Cuencabuen, Linares e Parrears nell'isola di Majorca, i calici delle cattedrali di Tortosa e di Toledo.

Fu in questo periodo, inoltre, che si incominciarono a formare le corporazioni degli orafi, le quali stabiliscono gli statuti relativi alla lega dell'argento e dell'oro, alla obbligatorietà di marcare le opere e alle norme per la vidimazione. Non tutte le argenterie presentano però tale marchio e le sigle degli autori e le sigle dei consoli che dovevano vidimare; tale uso divenne generale quasi solo nei secc. XVIII-XVIII. In Toscana l'o. già nel periodo gotico aveva vivamente partecipato ai problemi pittorici e plastici e si era mantenuta così aderente alle altre arti da doverne necessariamente seguire il progresso avvenuto nella prima metà del Quattrocento. Soprattutto gli effetti derivati dal contatto Firenze-Siena e Siena-Firenze trovavano, nella o., una esplicazione così diretta come in nessun altra arte decorativa. Alla fine del Trecento i rapporti tra Siena e Firenze erano questi: Siena teneva il campo per una sensibilità decorativa raffinatissima che la spingeva prevalentemente a forme pittoriche: in un secolo essa aveva spinto i piccoli smalti decorativi traslucidi di Guccio da Mannaià alla pittura smaltata del reliquiario

OREFICERIA - Reliquiario. Arte francese o fiamminga del XV sec. Parigi, Louvre.

di Ugolino di Vieri; Firenze invece assorbiva e imitava tutte le conquiste decorative senesi ma da parte sua era proclive a trasportare, dove era possibile, nella materia assai duttile, ricerche più propriamente sculturali. L'opera, senese portò al reliquiario di Ugolino da Vieri; quella fiorentina al paliotto di Pistoia. Ma Siena non riuscì a sottrarsi dall'imitazione fiorentina e nella prima metà del Quattrocento il paliotto del battistero di S. Giovanni è opera di scultura alla quale parteciparono notevoli artisti come il Verrocchio, il Pollaiolo, Michelozzo e i più esperti orafi; a Firenze furono i più provetti scultori, GHIBERTI, LORENZO (v.), POLLAIOLO, PIERO (v.), Questi erano i maggiori ma, dice Benvenuto Cellini, e vi sono stati infiniti di quest'arte dell'oro. Tutti dei nostri fiorentini, Orefo BELLINI (v.) di cui sono noti il virtuosismo tecnico veramente eccellente e la sensibilità acuta nel sentire le voci della materia. Lavorava tra orfei di grande fama da lui lodati ed odiati, come Luca Agnolo, come Amerigo Amerighi, eccellente nel lavorare di smalto, Piero di Nino, esperto nella filigrana, Luciano da Jesi. Rare opere sono congiunte ai nomi: la saliera di argento dorato del Museo di Vienna a Benvenuto Cellini, il cofanetto Farnese del Museo nazionale di Napoli ad Antonio Manno e Giovanni di Castel Bolognese, la Croce di argento dorato nella Basilica Vaticana ad Antonio Gentile, la pace di Pio IV nel duomo di Milano al Cardasso, la pace nel Tesoro della cattedrale di Palermo al Sansovino, l'Evangelario del duomo di Padova all'orfeo Alvise, la copertura del breviario Grimani della Biblioteca Marciana ad Alessandro Vittoria, a Pietro Lierni la Croce di Domaso, a Girolamo delle Croci, ai fratelli Rocchi a Giulio Danti, a Bartolomeo Spano moltissime altre opere, a Lodi (chiesa dell'Incoronata), a Perugia (Duomo), a Reggio Emilia (Cattedrale); ma tutti gli orafi del Rinascimento, pur lavorando in botteghe in cui restavano permanenze diverse dei secoli anteriori, finirono col servirsi delle stesse tecniche e col mettere le mani nello stesso repertorio decorativo. E ciò non solo in Italia ma quasi ovunque per tutta Europa. La tecnica del rilievo minuto, fragile, elegantissimo è comune a tutti gli orafi. Il rilievo determina piccoli piani, superfici assai mobili moltiplicate da sfaccettature con-

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(1st. Alivari)
Oreficeria - Reliquiario. Arte francese o fiamminga del xv sec. Parigi, Louvre.

possibilità continue di creare effetti di luce pacata e compiacente, aristocratiche decorazioni e, fatta filigrana, compone fragili e graziosi oggetti; la perla, unita al pallido oro, ebbe applicazioni gentilissime in gioielli veneziani. Impossibile ricordare tutti gli artisti che nel Seicento e nel Settecento lavorarono per la Chiesa e per i palazzi. Si accenna alla famiglia dei Filiberti, dei quali molte opere restano a Parma; a Giovanni Giardina, a Giuseppe Galardi, ad Antonio Gigli; a Carlo Guarnieri; a Filippo Tofani, ad Angelo Spinazzi, a Giuseppe D'Angelo, a Pietro e Filippo Juvara. Ad interrompere questa mirabile produzione, che anche a Lisbona per gli arredi della cappella di S. Giovanni forniti da orefici romani, e nella Spagna per le argenterie siciliane mandate dai viceré, suscitava entusiasmi, intervenne la moda neoclassica: solidificò i volumi, fermò e irrigidì le ondulate linee decorative, stancò le mani, intorpidì le fantasie. Penetrarono motivi decorativi tratti dall'Egitto: le foglie di loto e di palmizzo sulle basi, sui fusti a forma di colonna altre volte scanalate con capitelli ionici o corinzi; piacque l'uso dei cammei anche nei gioielli, delle gemme incise ad imitazione ellenistica ma, in generale, il periodo aureo dell'o. parve ormai tramontato soprattutto perché alla fine dell'Ottocento invase l'uso della produzione meccanica che poté dare imitazioni dell'antico secondo tipi commutati adatti alle funzioni della Chiesa ed ai bisogni del vivere civile. L'esecuzione del pezzo unico è stata considerata come una eccezione e per opera di artisti isolati che hanno continuato a mantenere a Milano come a Firenze come a Venezia e a Palermo nobiltà di tecnica e felicità di idazioni. - Vedi tavv. XV-XVII.

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