PARALIPOMENI. - Libro biblico, ultimo del canone ebraico (kethubhim); nei Settanta e nella Volgata è anteposto a Esdra e Neemia. In origine costituiva un unico volume; secondo molti critici era unito a Esdra-Neemia. I Settanta lo divisero in due, seguiti dal testo masoretico (cf. edizione veneta di Felice da Prato, 1517). Il titolo ebraico è Dibhrē haj-jāmim, « discorsi dei giorni » cioè « annali », « cronache ». Ma prevalse il titolo dei Settanta παραλειπωμένων = Paralipomena (i), cioè « omessi », perché li considerano (erroneamente) integrazione dei libri di Samuele e dei Re. Oggi molti li chiamano Cronache.
S. Girolamo (Ad Paul., 53, 7: PL 22, 548 e Praef. in I Par.) li definisce: « Chronicon totius divinae historiae » o « Instrumenti veteris epitomen » affermando che « absque illo si quis scientiam Scripturarum sibi voluerit arrogare, se ipsum irrideat ». I P. si possono dividere in a parti: a) I Par. 1-9: genealogie delle 12 tribù di Israele, da Adamo a David, con riguardo speciale a quella di Giuda; b) ibid. 10-29: storia di David con brevi cenni sulla morte di Saul e la rovina della sua casa; c) II Par. 1-9: storia di Salomone; d) ibid. 10-36: storia dei re di Giuda (con cenni, 10-11,4, sullo scisma di Ieroboam) fino a Sedecia e al termine dell'esilio babilonese, e infine decreto di Ciro.
La storia dei P., sebbene meno rigidamente dei libri dei Re, segue uno schema in cui s'inquadrano: paternità e maternità, durata del regno, nome del successore, luogo di sepoltura, giudizio morale sul re, citazione della fonte d'informazione. Di Abia
ed Asa si nota il sincronismo con i re d'Israele. È una storia religiosa, non politica: si restringe alla dinastia davidica, mettendone in risalto le gesta in favore della religione e del Tempio. S'interessa in particolare dell'attività levitico-sacerdotale e delle manifestazioni religiose nelle loro ripercussioni sulla vita sociale d'Israele.
Molto è stato scritto sullo scopo dei P. con conclusioni diverse. Intendono mostrare come la prosperità d'Israele dipenda dalla teocrazia, le cui basi sono la dinastia ed il Tempio. La dinastia davidica fu voluta dal consenso del popolo, ma prima da Dio (II Par. 13, 4-12; 23, 3; 33, 7-8 ecc.) in premio della « casa » da David-Salomone costruita a Dio (I Par. 17, 7-27; 22, 10; 28, 6 sgg.; II Par. 6, 7-11, 16 sg.; 33, 7-8). Dio quindi, in quanto presente nel Tempio, in mezzo a Israele, è il fulcro di essa. La fedeltà alla legge divina e lo zelo per il culto conferiscono eterna stabilità alla dinastia e prosperità alla nazione; l'infedeltà la sventura. Ciò che fu predetto da Dio (II Par. 7, 10-22; 6, 16; 33, 7-8; ecc.) i P. lo dimostrano dalla storia dei singoli re di Giuda e della nazione. David e Salomone sono i modelli da seguire nell'organizzazione religiosa, liturgica e sociale e nel loro zelo teocratico. Come le genealogie (1-9) provano l'autenticità dell'Israele post-esilico, così da II Par. 36, 21-23 si scorge che i suoi destini messianici sussistono ancora e tendono all'adempimento, nonostante l'esilio.
I P. furono scritti dopo l'esilio e, secondo la tradizione, al tempo della dominazione persiana. Alcuni moderni preferiscono il periodo ellenistico (dopo il 330 a. C.) perché: a) la genealogia di Zorobabel è protratta fino alla sesta generazione nel testo masoretico, e nei Settanta, Volgata, Siriaca fino all'undicesima (I Par. 3, 19 sgg.); b) l'espressione « re dei Persiani » (II Par. 36, 20) farebbe supporre già tramontata la dominazione persiana. Però non sono argomenti decisivi. Furono proposte varie date: 520 a. C., Welch; 432 (400), Rothstein-Hänel; 350, W. O. E. Oesterley-T. H. Robinson; 300-250, H. W. Robinson; 250, Pfeiffer; 398 (Esdra autore), Albright; 300, Weiser, Torrey, Rowley; tempo di Esdra, Snaith; sec. IV, Bentzen, ecc.
L'opinione tradizionale attribuisce la composizione dei P. a Esdra. Vari, oggi, pensano ad un ignoto autore del tempo ellenistico (secc. IV-III a. C.). L'autore ha utilizzato non poche fonti e documenti, talvolta citandoli anche esplicitamente, cioè: a) « libri dei re d'Israele e Giuda » (II Par. 27, 7); « libri dei re di Giuda ed Israele » (ibid. 16, 11); « discorsi (= gesta) dei re d'Israele » (ibid. 33, 18); non è certo se siano una stessa opera, ma si distinguono dai libri canonici dei Re; b) midhräism dei libri dei Re (ibid. 24, 27) e di Addo profeta (ibid. 13, 22); c) parole di Samuele veggente, di Nathan profeta, di Gad veggente (I Par. 29, 29); parole di Semeia profeta e di Addo veggente (II Par. 12, 15); di Ichu (ibid. 20, 34), dei veggenti (ibid. 33, 19). Inoltre i P. utilizzano le fonti canoniche: il Pentateuco, Giosuè, Samuele, i Re; la visione di Isaia (ibid. 32, 32); le lamentazioni di Geremia su Iosia (ibid. 35, 25).
Della canonicità dei P. non si è mai dubitato. Forse si allude ad essi in Mt. 23, 35 (cf. II Par. 24, 20-22). L'oggettività dei P. risalta dalla concordia con il Pentateuco, Samuele ed i Re, nonché dalla diligenza con cui si citano le fonti usate. La scuola di J. Wellhausen però ha fatto ogni sforzo per screditarli, addebitando loro contrasti con gli altri libri sacri e la tendenziosità.
In realtà i P. sono di ostacolo alla teoria documentaria dei « critici ». Secondo Wellhausen, infatti, i P. sarebbero un tentativo di adattamento della storia a dimostrare l'origine mosaica dell'ideale sacerdotale (P), che invece sarebbe sorto poco prima ad opera di Ezechiele e della sua scuola. Però i moderni sono più esuti. Alcuni negano che i P. vengano da P e li fanno derivare da D o da D e P mescolati in recensioni diverse. Secondo altri i P. connetterebbero l'ideale sacerdotale non con
Mosè, ma con David; darebbero più importanza ai laici che ai leviti; starebbero per i leviti contro i sacerdoti (Pfeiffer, Noth, Engnell, Bentzen); sarebbero contrari a Ez. 40-48. P. sarebbe un compromesso tra Paralipomeni, Esdra, Neemia ed Ez. 40-48 (Welch). I P. conoscerebbero tutto il Pentateuco (Bentzen). Non pochi ne stimano in parte il valore storico: avrebbero usato buone fonti d'informazioni (von Rad, Welch, Van Selms, A. Noordzij). Per altri il loro autore è un midhräisico della storia (Oesterley-Th. H. Robinson). Alcuni critici moderni, negando l'unità dei P., vi riscontrano vari redattori. Ad es., R. Kittel ne distinse quattro: 1°-2° levita, 3° midhräisico, 4° il Cronista; Rothstein-Hänel un tardo aderente a P.; Oesterley-Th. H. Robinson P e D.; Snaith PD mescolati. Per E. Jacob i P. sarebbero in polemica contro P. Altri critici ammettono l'unità dei P., ad es., G. T. Manely-G. C. Robinson-A. U. Stibbs. Peraltro le differenze di stile tra 1-9 ed il resto del libro possono dipendere dalle fonti documentarie genealogiche: l'interessamento per il culto ed il principio della retribuzione applicato alla storia possono provenire da uno stesso autore, che ha utilizzato fonti diverse. Le difficoltà esistono. Basta confrontare i testi paralleli di P. con Samuele e i Re (ad es., I Reg. 15, 14; 22, 44 con II Par. 14, 2-5; 17, 6; I Reg. 22, 49 con II Par. 20, 36 ecc.). I numeri sembrano enormi (I Par. 22, 14; 29, 4; II Par. 13, 3; 17, 14, 8; ecc.). I P. omettono o mitigano i racconti dell'idolatria d'Israele, i peccati di David. Mutano, ad es., I Reg. 3, 4 in II Par. 1, 3; II Sam. 24, 1. 16 sgg. in I Par. 21, 1. 15 sg. 26. Ma tali antologie sono ben risolte dai commentatori cattolici. A conferma dell'oggettività dei P. è da citare l'iscrizione di Siloe (cf. II Par. 32, 30) e la recentissima stele di Assurnasirpal II (883-859 a. C.) scavata a Nimrud nel 1951 nel Palazzo reale, nella quale il monarca assiro descrive la grande festa dell'inaugurazione dell'edificio che durò 10 giorni, dopo i quali ognuno ritornò a casa con gioia; le 69.574 persone presenti furono rifornite di pane, vino e bagni (cf. E. L. Mallowan, The treasures and triumphs of Assurnasirpal-II, newly discovered in the third season's excavations at Nimrud, in The illustrated London news, 28 luglio 1951, p. 134 sg.). Ciò conferma II Par. 7, 8-10.
Il testo masoretico dei P. è molto corrotto, la versione dei Settanta (che secondo alcuni è la versione di Teodozione) è molto libera.
BBL.: commenti cattolici: F. de Hummelauer, Parigi 1905; M. Sales, Torino 1928; A. Noordzij, Kampen 1937-38; J. Guttsberger, Bonn 1939; I. B. Valvekens, Brugge 1942; G. Ricciotti, Firenze 1948; L. Marchal, Parigi 1949. Commenti cattolici: R. Kittel, Gottlinga 1902; T. L. Curtis-A. A. Madsen, Edimburgo 1910; J. W. Rothstein-J. Hänel, Lipsia 1927; A. van Selms, Groningen 1930; id., ivi 1947. Studi cattolici: A. Noordzij, Les intentions du Chroniste, in Rev. bibl., 49 (1940), pp. 161-68; A. Bea, Neuere Arbeiten zum Problem der Chronikbücher, in Biblica, 22 (1941), pp. 46-58; J. Coppens, Histoire critique des livres de l'Ancien Testament, 3e ed., Bruges 1942, p. 120 sgg. Studi cattolici: W. F. Albright, The date and personality of the Chronicles, in Journal of biblical literature, 40 (1921), pp. 104-24; G. von Rad, Das Geschichtsbild der Chronisten, Stoccarda 1930; id., Die levitische Predigt in den Büchern der Chronik, in Festschrift O. Prochsch, Lipsia 1934, pp. 113-24; M. Noth, Eine siedlungsgeographische Liste in Chron. 2 und 4, in Zeitschr. d. Deutsch. Pol.-Vereins. 55 (1932), pp. 97-124; J. Hänel, Das Recht des Opferschlachtens in der chronistischen Literatur, in Zeitschr. f. alttet. Wissenschaftl. 14 (1937), pp. 46-67; B. Luther, Kähäl und 'Edah als Hilfsmittel der Quellencheidung in Priestercodex und in der Chronik, ibid., 15 (1938), pp. 44-63; A. C. Welch, The work of the Chronicles, its purpose and its date (Schweiz lectures, 1938), Oxford 1939; W. O. E. Oesterley-Th. H. Robinson, An introduction to the books of the Old Testament, Londra 1940, pp. 109-19; G. T. Manely-G. C. Robinson-A. M. Stibbs, The new Bible handbook, Londra 1950, pp. 175-79; H. H. Rowley, in T. W. Manson, A companion to the Bible, Edimburgo 1950, pp. 75-77; N. H. Snaith, in H. H. Rowley, The Old Testament and modern study. A generation of discovery and research, Oxford 1951, pp. 107-14. Bonaventura Mariani