PARACLITO. - Attributo dello Spirito Santo. Significa letteralmente «chi è chiamato vicino» (παράκλητος, da παρακαλέω = «chiamo vicino»), specialmente in giudizio, quindi avvocato, difensore, patrono, patrocinatore. Siccome l'avvocato ha anche l'ufficio di consolare il cliente e siccome gli aggettivi greci in -τος possono avere anche un senso attivo, alcuni intendono il termine nel senso di «consolatore».
Spirito Santo (v.) il titolo di p., lasciando intendere di essere lui stesso un p.: «Preghierò il Padre e vi darà un altro p., affinché rimanga con voi in eterno lo Spirito di verità» (Io. 14, 16 sgg.; cf. I Io. 2, 1). Attribuisce al p. l'ufficio di insegnare (Io. 14, 26), di rendere testimonianza in suo favore (ibid. 15, 26), di convincere il mondo (ibid. 16, 8-14).
In questi passi di Giovanni la Volgata e le versioni siriache, copte, etiopica, gotica, si limitano a trascrivere, senza tradurre, il termine greco p.; invece le versioni armena e slavoniche traducono, restringendo il senso, con «consolatore».
In I Io. 2, 1, ove l'autore attribuisce il termine di p. a «Gesù Cristo, il giusto», la Volgata traduce opportunamente il termine con advocatus. È Lui l'avvocato, il difensore presso il Padre quando qualcuno cade in peccato.
PARADISO. - Nel Nuovo Testamento, il P. è il luogo della beatitudine in cielo, sede gloriosa e splendente di Dio, ove i giusti godranno la felicità eterna (Lc. 23, 43; II Cor. 12, 4; Apoc. 2, 7); vi parte-ciperanno, in premio, al «gaudio» e al «regno» divino (Mt. 25, 21. 23.34; II Tim. 4, 8).
L'espressione evangelica «Regno dei cieli» suppone che Dio dimora nel cielo e che i credenti vi si incamminano (Mt. 3, 2; 4, 17; 5, 10. 19 sgg.; 8, 11; 11, 11-12; 13, 24-47; ecc.). Gli apocrifi e la letteratura rabbinica fanno del P., che dopo la colpa sarebbe stato trasportato in cielo, la sede dei giusti dopo la morte o dopo il supremo giudizio.
L'Epistola agli Ebrei raffigura il gaudio eterno nella Terra promessa (cf. Mt. 5, 4), trasformata in «vocazione celeste» (Hebr. 3, 1), che è un «riposo» identico al «riposo di Dio» (ibid. 3, 1-4, 11). I fedeli sono in-camminati alla «Città del Dio vivente» (ibid. 12, 22; 13, 14), la Gerusalemme «superiore» (Gal. 4, 26) o «nuova» o «celeste» sposa dell'Agneolo (Apoc. 21, 1-22, 5), traboccante della fulgente gloria di Dio, sintesi d'ogni «ineffabile allegrezza» (Dante, Par., XXVII, 7). In Purgat., XXXII, 102, Dante sposta l'allegoria a Roma celeste (v. visione beatifica).
I Padri aspirano alla «vera vita» del cielo attraverso la morte (s. Ignazio, Ad Rom., 2-7). Saturus (Passio ss. Perpetuae et Felicitatis, 11-13) contempla in visione il P. come un meraviglioso giardino. Pru-denzio (Hamartigenia, 830-58: PL 59, 1070 sgg.) descrive «i vari premi nelle regioni del P.», e s. Agostino chiude il De civitate Dei (XXII, 30: PL 41, 801-804) trattando «de aeterna felicitate civitatis Dei sabbatoque perpetuo». S. Ephrem, unificando il P. terrestre e il P. celeste, l'inizio e la fine del dramma umano, descrive le 3 parti del p.: la sommità, i lati e il vestibolo o pro-P., eterno anch'esso, riservato a quanti hanno peccato per ignoranza o la cui espiazione in terra è rimasta incompleta. I più identi-ficavano il P. con il «terzo cielo» (II Cor. 12, 4), abita-zione di Dio e degli eletti. Il ritorno nel P., da cui il peccato aveva escluso l'uomo, era la grande speranza dei cristiani. S. Gregorio Nisseno (PG 46, 417.600) presenta il Battesimo come ingresso nel P. e il Giordano come un fiume del P. La santità, la vita mistica, è il ritrovamento del P. (A. Weiss, A. Stolz). L'itinerario spirituale di s. Am-brogio si compenda nel ritorno escatologico, ontologico, ascetico, mistico, al P. S. Girolamo esortava Eustochio: «Ad paradisum mente transgredere: esse incipe quod fu-tura es» (PL 22, 425; allude al P. terrestre: ibid., 400, 405).
Annotiamo Romeo Archeologia. - Una significativa rappresentazione del concetto del P. è espressa nell'abside (da P
[^0]
[^0]: (A) P. P. von Weiser, Skiziterwerbe der Gemäßtseammlung in der Ermitage
. P. von Weiner, Meisterwerke der Gemüdesammlung in der Ermitage zu Pietrograd, Monaco 1923, p. 103).
PARADISO - P., particolare dal Giu-dizio Universale di J. van Eyck (1430 ca.) - Leningrado, Galleria del-1'Ermitage.

Paradiso - Defunta nel cielo stellato. Affresco del iv sec. - Roma, cimitero di Bassilla.
PARADISO - Bozzetto di J. Tintoretto per il P. del Palazzo Ducale di Venezia (ca. 1590) - Parigi, Louvre.
di S. Apollinare in Classe, dove il santo vescovo è in beatitudine nel giardino celeste.
I defunti sono spesso rappresentati in beatitudine tra i loro santi avvocati, specie Pietro e Paolo; in Domicilia, la defunta Veneranda è accolta in P. dalla martire Petronilla, ivi deposta (Wilpert, Pitture, tav. 231). Nei cimiteri il giardino celeste è indicato da alberi e piante con uccelli, fiori e frutta; esempio tipico è la parete di un cubicolo della fine del sec. III o inizio del sec. IV in Callisto con la rappresentazione di cinque defunti in beatitudine (Wilpert, Pitture, p. 425 sg., tav. 110). Sommario il giardino dipinto su un sepolcro nel cimitero detto di Novaziano sulla Via Tiburtina (E. Josi, Cimitero alla sinistra della Via Tiburtina al Viale Regina Margherita, in Riv. arch. crist., 11 [1934], p. 19). Damaso indica il P. con le espressioni regia caeli, caelestia regna, regna piorum, aetherias domos, o sinus, aeternam domum, aetheris... atria celas, nell'elogio di Proiecta, m. nel 383, con l'espressione aetheriam... caeli conscendere lucem (A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 302, e fig. 51). Nel carme sepolcrale del diacono Redento di sapore damasiano si dice che la regia caeli lo rapì ed ora paradisus habet (A. Ferrara, op. cit., pp. 233-35). Il termine si trova in un epitaffio di Goudorf sulla Mosella (CIL, XIII, 7642). A Cartagine si ha l'espressione in pace et paradisus (CIL, VIII, 13603); presso Milevi si dice del defunto che paradiso lucis videre postulavit (CIL, VIII, 9271); a Milano il defunto implora dall'Onnipotente ut paradisum lucis possit videre (CIL, V, 6218). In S. Agnese una tale Afrodite, m. nel 382, fu optima servatrix legis faedique magistra e quindi per eximios paradisi regnat odores, tempore continuo vernant ubi gramina rivis (G. B. De Rossi, Inscr. chr. Supplemen., Roma 1915, n. 1703); in un'altra nell'Agro Verano si legge: inter felices animis et amoenam piorum prata (id., in Bull. arch. crist., 4a serie, 1 [1882], p. 95). Nell'epigrafe di un Felice in Bassilla in regno caelesti perque amoenam virenta (id., La cripta dei SS. Proto e Giacinto nel cimitero di S. Ermete presso la Via Salaria Vetere, in Bull. arch. crist., 5a serie, 4 [1894], p. 24).
P. fu anche detta l'area recinta da portici davanti alle basiliche cimiteriali, dove si seppelliva (G. B. De Rossi, Roma sottr., III, Roma 1877, p. 430). Così, ad es., è detto p. l'area davanti la basilica di S. Pietro, circondata dal quadriportico (Lib. Pont., II, p. 80).
Enrico Josi
ARTE. - Le raffigurazioni del p. si svilupparono nelle arti figurative in quelle del Giudizio Universale, dove gli eletti si vedono di regola posti alla destra di Cristo giudice e i dannati alla sua sinistra. Così in tutte le raffigurazioni medievali e pure in quelle pervenute alla prima Rinascita, ove l'immagine del P. è accompagnata da quella dell'inferno.
Possono citarsi come più notevoli raffigurazioni medievali del P. le seguenti: 1) affresco d'arte bizantino-benedettina, intorno al 1060, della chiesa di S. Angelo in Formis presso Capua; 2) musica bizantino-veneti del sec. XII nel duomo di Torcello; 3) musica bizantinengganti del sec. XIII sul soffitto del Battistero fiorentino; 4) affresco di Giotto, databile intorno al 1305, nella cappella degli Scrovegni a Padova; 5) l'affresco di Nardo di Cione, eseguito verso il 1357 nella cappella Strozzi in S. Maria Novella a Firenze; 6) l'affresco del Turone, eseguito intorno al 1362 nel presbiterio di S. Anastasia a Verona; 7) l'affresco del tardo Trecento in S. Maria Maggiore di Tuscania. Si ricorda pure il grandioso affresco del camposanto di Pisa, attribuito a Francesco Traini, e danneggiato per le operazioni belliche nel 1944. Il Giudizio Universale, scolpito in marmo da Lorenzo Maitani verso il 1320 e che adorna il quarto pilastro della facciata del duomo di Orvieto, presenta una diversa disposizione iconografica. Cristo giudice si vede nell'alto del bassorilievo in mezzo ad una mandorla di cherubini; gli eletti occupano la parte superiore del bassorilievo più vicina a Cristo e i dannati dell'inferno quella inferiore, più lontana. La stessa disposizione verticale segue Giovanni van Eyck nel magnifico pannello (ca. 1430) di proprietà dell'Eremitaggio di Leningrado. Tra le più belle raffigurazioni del P. si ricordano quelle in due pannelli del primo Rinascimento italiano. Uno di questi pannelli, dipinto intorno al 1430, è il Giudizio Universale del Beato Angelico, che si conserva nel Museo di S. Marco a Firenze. L'altro è la predella, posteriore di una diecina d'anni, opera del Senese Giovanni di Paolo, della Pinacoteca di Siena.
Concepiti in forma di trittici sono alcuni Giudizi famminghi del sec. XV; uno sportello, quello sinistro, ossia a destra di Cristo giudice, raffigura in questi trittici il P. Il più noto di essi con il Giudizio Universale è quello di Hans Memling dipinto verso il 1470 per Angelo Trani, agente medico nelle Fiandre. Mandata in Italia per mare, l'opera venne catturata con la nave dal corsaro Paul Beneke, che la portò a Danzica. Ivi, fino al 1945, si trovava il trittico di Memling nella chiesa di S. Maria Vergine. Un altro trittico fammingo, dove uno sportello raffigura il P., è quello di Hieronimus Bosch nel Palazzo Ducale a Venezia. In mezzo ai famosi affreschi con scene del Giudizio Finale, dipinti da Luca Signorelli tra il 1409 e il 1502 nella cappella di S. Brizio nel duomo di Orvieto, è uno spartimento della parete sinistra che raffigura appunto il P. Nel Giudizio Universale affrescato tra il 1534 e il 1541 nella Cappella Sistina, Michelangelo raffigurò gli eletti del P. nella parte superiore della grandiosa scena, seguendo in tal modo la disposizione verticale già adoperata nel Trecento da Lorenzo Maitani e nel Quattrocento da Giovanni van Eyck. Raro sono le successive raffigurazioni del solo P., cioè, senza che l'inferno vi faccia una raffigurazione d'accom-

Paradiso - Bozzetto di J. Tintoretto per il P. del Palazzo Ducale di Venezia (ca. 1590) - Parigi, Louvre.
Nella narrazione ispirata va distinto il fatto storico, essenziale, dagli elementi descrittivi (o «veste letteraria»), rispondenti alle concezioni del tempo assai posteriore in cui fu scritto. La storicità del p. t., della felicità piena della prima coppia umana, con i doni preternaturali della immortalità, della immunità dalla concupiscenza, con il lavoro come occupazione e diletto, nella filiale familiarità con Dio, risalta da tutto il contesto immediato: creazione dell'universo, dell'uomo, prima colpa, punizione.
Vi fa eco tutto l'insegnamento del Vecchio e Nuovo Testamento (Apoc. 2, 7; Prov. 3, 18; 11, 30; ecc.; Sap. 2, 23 sg.; Io. 8, 44; Rom. 5, 12.14; 1 Cor. 15, 21 sg., ecc.). Tale risulta dallo stesso tenore del testo (B. Brodmann [V. BIBLICA.], pp. 213-36) e dalla credenza universale, diffusa tra tutti i popoli della terra, di una primitiva felicità perduta (J. Feldmann [V. BIBLICA.], pp. 55-84; P. Heinisch, Problemi... [V. BIBLICA.], pp. 105-12). Le tentate spiegazioni simboliche (Filone, L. A., 1, 45-97; II, 64; Op. 154-57; Origene; K. Barth), o, peggio, mitiche (E. Kant, F. Schiller, E. Bösken), arbitrari e fantastiche, sono indimostrate e indimostrabili (P. Heinisch, Problemi [V. BIBLICA.], pp. 67-73).
Gli esegeti moderni riconoscono nel quadro geografico un elemento descrittivo e ritengono giustamente che è impossibile (e comunque di importanza affatto secondaria) determinare l'ubicazione reale del p. t. (A. Bea, P. Heinisch, J. Coppens, F. Ceuppens).
Di Chus (Küß) la Bibbia (Gen. 10, 7 sg. 29) ne conosce due, una africana e asiatica l'altra; non sorprende pertanto la diversità delle spiegazioni (ca. 80). Dal testo si può arguire che l'autore pensasse alla regione dei laghi Wan e Urmia, al nord della Mesopotamia (cf. Gen. 8, 4), dove il Tigri e l'Eufrate hanno le loro fonti; il Pishon sarebbe il Phasis (l'odierno Rion) o il Coroch (Hevlat) e la Colchide; GIHON (v.) sarebbe l'Araxes, e Chus l'acadico Kaš, a nord-est di Babel (così E. Kalt, A. Šanda, H. Gressmann, ecc.). Si è anche cercato il p. t. nella Mesopotamia centro-meridionale: gli ultimi due fiumi sarebbero solo canali (Fr. Delitzsch, J. Theis, A. Deimel). Ipotesi al tutto improbabili furono emesse sino a quelle che suppongono un sincretismo di elementi accademici ed egiziani; infine, A. Ungnad identifica il p. t. con il giu-edin-na dei Sumeri, non sulla terra ma nella costellazione di Pegaso (A. Bea [V. BIBLICA.], p. 152; P. Heinisch, Problemi, p. 73 sg.).
Il ricordo della straordinaria vegetazione del p. t. ritorna nella Bibbia come termine di paragone iperbolico: Gen. 13, 10; Is. 51, 3; Ez. 28, 13; 31, 8 sg.; 36, 35; Joel 2, 3; Eccli. 40, 17.
ARCHBOLOGIA. — I quattro fiumi che uscendo dal p. t. bagnano la terra, Geon, Fison, Eufrates, Tigris, si trovano incisi in un architrave di Ostia, in un museico pavimentale ritrovato a Digne (G. B. De Rossi, Mu...

Paradiso - Il p., la terra e l'inferno. Dipinto su tela: scuola del Viet-Nam.
