PARADISO TERRESTRE. - Fertilissimo giardino, culla del genere umano, preparato dal Creatore perché Adamo ed Eva vi menassero, nella familiarità con lui, una vita scevra da timore e sofferenza (Gen. 2,5-3,24).
Il termine ebraico pardēs appare solo nella letteratura postesilica (Neh. 2, 8; Eccle. 2, 5; Cant. 4, 13); è di origine persiana: pairi daeza, « cinta, siepe » e quindi « orto cintato », o « riserva ». I Settanta (παράδεισος), seguiti dalle versioni latine e da s. Girolamo, lo adoperarono per tradurre l'ebr. gan (Gen. 2,8-10.15 sg.; 3,1-3.8.10.23 sg.) dal sumerico gan « verziere », terreno irriguo ricco di piante e di culture.
La Genesi descrive il p. t. ad oriente della Palestina, in una regione atta alla coltivazione (= 'ēdhēn, sumerico edinu « campagna »), ricco di alberi feraci, vita (v.) e l'altro della male (v.). Acque abbondanti ne alimentano la straordinaria vegetazione.
Un fiume proveniente dall'ēdhēn lo percorre e uscendo dal p. t. si dirama in 4 bracci o fiumi (Gen. 2,10-14): il Phison (Pīlān) che lambe la regione Hevilath (Hāwīlāh), ricca di oro; il Gehon (Gīhān) che percorre il paese di Chus (Kāt), il Tigri (ebr. Hiddegēl, accadico I-di-ik-lat) e l'Eufrate (ebr. Pērāth, accadico Pu-rat-tu). L'uomo, causa il peccato (Gen. 3, 1-13; V. PECCATO ORIGINALE), è cacciato dal p. t., al cui ingresso vigilano i Cherubini, perché l'umanità colpevole più non vi si avvicini (ibid. 3, 14-24).
Nella narrazione ispirata va distinto il fatto storico, essenziale, dagli elementi descrittivi (o « veste letteraria »), rispondenti alle concezioni del tempo assai posteriore in cui fu scritto. La storicità del p. t., della felicità piena della prima coppia umana, con i doni preternaturali della immortalità, della immunità dalla concupiscenza, con il lavoro come occupazione e diletto, nella filiale familiarità con Dio, risalta da tutto il contesto immediato: creazione dell'universo, dell'uomo, prima colpa, punizione.
Vi fa eco tutto l'insegnamento del Vecchio e Nuovo Testamento (Apoc. 2, 7; Prov. 3, 18; 11, 30; ecc.; Sap. 2, 23 sg.; Io. 8, 44; Rom. 5, 12.14; I Cor. 15, 21 sg., ecc.). Tale risulta dallo stesso tenore del testo (B. Brodmann [V. BIBLICA.], pp. 213-36) e dalla credenza universale, diffusa tra tutti i popoli della terra, di una primitiva felicità perduta (J. Feldmann [V. BIBLICA.], pp. 55-484; P. Heinisch, Problemi ... [V. BIBLICA.], pp. 105-12). Le tentate spiegazioni simboliche (Filone, L. A., I, 45-97; II, 64; Op., 154-57; Origene; K. Barth), o, peggio, mitiche (E. Kant, F. Schiller, E. Böhlen), arbitrarie e fantastiche, sono indimostrate e indimostrabili (P. Heinisch, Problemi [V. BIBLICA.], pp. 67-73).
Gli esegeti moderni riconoscono nel quadro geografico un elemento descrittivo e ritengono giustamente che è impossibile (e comunque di importanza affatto secondaria) determinare l'ubicazione reale del p. t. (A. Bea, P. Heinisch, J. Coppens, F. Ceuppens).
Di Chus (Kāt) la Bibbia (Gen. 10, 7 sg. 29) ne conosce due, una africana e asiatica l'altra; non sorprende pertanto la diversità delle spiegazioni (ca. 80). Dal testo si può arguire che l'autore pensasse alla regione dei laghi Wan e Urmia, al nord della Mesopotamia (cf. Gen. 8, 4), dove il Tigri e l'Eufrate hanno le loro fonti; il Phison sarebbe il Phasis (l'odierno Rion) o il Čoroch (Hevilath = la Colchide); GIHON (v.) sarebbe l'Araxes, e Chus l'accadico Kaš, a nord-est di Babel (così E. Kalt, A. Šanda, H. Gressmann, ecc.). Si è anche cercato il p. t. nella Mesopotamia centro-meridionale: gli ultimi due fiumi sarebbero solo canali (Fr. Delitzsch, J. Theis, A. Deimel). Ipotesi al tutto improbabili furono emesse sino a quelle che suppongono un sincretismo di elementi accadici ed egiziani; infine, A. Ungnad identifica il p. t. con il gū-ediu-na dei Sumeri, non sulla terra ma nella costellazione di Pegaso (A. Bea [V. BIBLICA.], p. 152; P. Heinisch, Problemi, p. 73 sgg.).
Il ricordo della straordinaria vegetazione del p. t. ritorna nella Bibbia come termine di paragone iperbolico: Gen. 13, 10; Is. 51, 3; Ez. 28, 13; 31, 8 sgg.; 36, 35; Ioel 2, 3; Eccli. 40, 17.
ARCHEOLOGIA. - I quattro fiumi che uscendo dal p. t. bagnano la terra, Geon, Fison, Eufrates, Tigria, si trovano incisi in un architrave di Ostia, in un musaico pavimentale ritrovato a Digne (G. B. De Rossi, Mu.
saico d'un battistero presso la cattedrale di Die, in Bull. di arch. crist., 1ª serie, 5 [1867], pp. 87-88). Ma Paolino di Nola insegna che i quattro fiumi che sgorgano dalla roccia, sulla quale sta il Redentore anche sotto forma di agnello divino, sono Evangelistae viva Christi flumina (Epist. XXXII ad Severum: PL 61, 336). La rappresentazione si ha in sarcofagi, in vetri dorati, in musaici e nella Cappella eburnea di Samagher, presso Pola.