PARENTELA (PRESSO I POPOLI PRIMITIVI)

PARENTELA (presso i popoli primitivi). - Anche i popoli primitivi distinguono una triplice p.: di consanguineità, di affinità e cognazione legale-spirituale, fondate rispettivamente sull'origine da un comune capostipite, sul matrimonio legittimo, sull'adozione.

La p. di consanguineità e di affinità esiste presso tutti i popoli; variano la sua estensione e quindi i suoi effetti; la p. stretta è ordinariamente legata alla legge di esogamia, che obbliga a cercare la sposa fuori del proprio gruppo di parenti. Si può distinguere, inoltre, la p. di clan e grande famiglia (ted. Sippe) e di tribù.

La forma più ristretta di p. è quella che constatò il Man presso gli Andamanesi, nelle isole Andaman (Oceano Indiano). Essi non riconoscevano e non sapevano contare la p. al di là della terza generazione. Il matrimonio tra cugini di primo grado era proibito. Similmente era proibito all'uomo e alla donna di sposarsi nella famiglia del cognato o della cognata. La p., contata in ambedue le linee, era per loro della più grande importanza nella vita quotidiana e nel contrarre matrimonio, che non veniva mai permesso tra persone anche lontanamente parenti. Non sussisteva alcuna proibizione di sposare una persona dello stesso nome, sia che fosse di un'altra tribù, sia che apparteneva alla propria comunità. Oltre alla consanguineità e all'affinità vigeva anche l'impedimento matrimoniale dell'adozione. I più vicini parenti erano ritenuti i genitori, i figli, i fratelli e le sorelle, ciò che corrisponde alla distinzione che facevano i Romani tra i consanguinei, cioè alla distinzione degli agnati. Tuttavia gli Andamanesi avevano coscienza di appartenere alla tribù e credevano di provenire per generazione da una prima coppia umana. Questo sistema di p., che è molto vicino al nostro occidentale, esiste più o meno anche presso altri popoli detti in etnologia e raccoglitori.

Un altro tipo di p., opposto a questo, è quello dei popoli pastori nomadi, che hanno alla base della loro organizzazione sociale il principio di consanguineità. Presso Mongoli, p. es., ogni tribù si richiama ad un capostipite. Si ricominciava, non solo, in modo che dal differente colore di ogni tribù si chiamano con il nome di "Nove Colorati", i Mongoli credono di provenire da nove fratelli capostipiti. Il capo della tribù è assistito da un consiglio tribale. I sono diverse manifestazioni, che rendono viva la p., tuttavia i Mongoli osservano l'esogamia di clan. Ma osservano anche, secondo le informazioni di alcuni autori, l'esogamia tribale, o di nome di tribù. Questo tipo di p. dei popoli pastori nomadi appartiene anche ad altre genti: Turchi, antichi Indo-Europemi, Semiti, Tungusi, Manciuliani, antichi Messicani, Tibetani nomadi, tribù nobili dei Cacci, Tai, Lolo, ecc. Mentre la p. con l'esogamia di clan comprende molte generazioni, cioè finché non si presenta la necessità di formare una nuova unità sociale esogamica, la p. di affinità, invece, finisce al primo o al secondo grado, essendo permesso, e presso alcuni popoli preferito, il matrimonio tra cugini, figli di fratelli e sorelle. Tale tipo di p. esisteva pure nell'antica Cina, attribuito però ai Chou, ritenuto un popolo turco, allevatore di bestiame, il quale continuò a fondò l'Impero feudale nel sec. XII a. C. Essi osservavano, infatti, la legge di esogamia di nome di famiglia, per cui non potevano unirsi in matrimonio nemmeno dopo cento generazioni, cioè mai. Fra tutti questi popoli esiste la credenza in una comune origine di tutti gli uomini. Quindi hanno la coscienza di appartenere ad una famiglia particolare, ad un clan, ad una tribù, ad un popolo, al genere umano, credendo in una "fratellanza universale", come appunto diceva un discepolo di Confucio nel consolare un orfano.

Altro tipo di p. è quello dei popoli totemisti, caratterizzato dalla strana credenza che i singoli clan della tribù provengono da un totem, cioè da un animale o da una pianta, o, più raramente, da una cosa. Tutti i membri di un clan, che hanno lo stesso totem, sono tenuti all'esogamia. I figli appartengono al clan del padre e la p. viene contata dalla linea paterna, come nei tipi di p. precedente nelle considerazioni. Opposto ai precedenti appare il tipo di p., in cui la tribù è divisa in due gruppi esogamici, cioè i membri di ogni gruppo devono cercare moglie nell'altro gruppo della tribù. È il matrimonio detto in etnologia di scambio di cugini, o di scambio di donne tra due clan, facilitato dalla loro convivenza nello stesso luogo; sono perciò molto legati alla p. di affinità. I figli appartengono al gruppo della madre; perciò si ha la p. propria della civiltà matriarcale, in cui la donna gode di una situazione privilegiata rispetto all'uomo (v. MATRIARCATO; primitivi). L'esogamia è qui chiamata e esogamia di classi.

Nell'incrocio della civiltà totemista con quella matriarcale sorge un sistema di p. molto complicato; si suddivide la tribù in quattro, o sei, o anche otto classi esogamiche, chiamate in etnologia fratrie. I figli non appartengono alla classe del padre o della madre, ma a quella del nonno o della nonna. La p. viene contata dalla linea materna.

Nonostante la diversità dei tipi di p., vi sono dei parenti che sono dovunque ritenuti i più stretti. Tra i con-

sanguinei in linea diretta: i genitori e la loro prole; i nonni e le nonne e i loro nipoti e le loro nipoti, prole dei loro figli e figlie; in linea collaterale i fratelli e le sorelle, i cugini e le cugine di primo grado, cioè i figli e le figlie del fratello o della sorella del padre e della madre (eccetto tuttavia i popoli che contraggono matrimonio tra cugini incrociati); tra i parenti di affinità sono il suocero e la suocera, il genero e la nuora. Generalmente tra questi parenti le relazioni incestuose sono riguardate con il massimo orrore e punite anche di morte (v. INCESTO).

Presso i Bambuti dell'Ituri, in Africa, p. es., esiste l'esogamia di clan, ma ordinariamente si osserva quella di grande famiglia. Eppure il p. Schebesta ha notato che quando per qualche ragione si divide una grande famiglia (Sippe) e si formano così due gruppi esogamici, non essa subito l'impedimento matrimoniale di consanguineità, ma si aspetta il passaggio di alcune generazioni e specialmente la separazione di luogo. I Lolo, sparsi nella Cina sud-occidentale, Indocina e Birmania, hanno parimenti l'esogamia di clan, tuttavia non contraggono matrimonio tra parenti collaterali, finché non sia completamente svanito il sentimento di consanguineità. Perché secondo i Lolo, come rilevò il p. Martin, se il capostipite comune maschile non è abbastanza remoto, allora la stessa tribù (= clan) è praticamente ancora la stessa famiglia. Finché il nome di un gruppo abbastanza numeroso di famiglie non giunge ad equivalere ad un'altra tribù, ci si stima ancora troppo parenti, e lo sposare nella stessa tribù sarebbe come se un fratello impalmasse la propria sorella.

Naturalmente la p. è regolata dalla tradizione del popolo e dalle leggi degli antenati, ma è chiaro che certe leggi sono fondate nella natura delle cose e hanno una sanzione soprannaturale: p. es., fra gli abitanti delle isole Triburadn nella Melanesia il loro esploratore Malinowski rilevò che l'esogamia e l'incesto sono ritenuti tradizionali (essi dicono: «dall'antichità fu ordinato»), ma si crede inoltre che siano radicati nella natura primordiale delle cose e la trasgressione dei tabù della p. comporta una penalità soprannaturale, cioè una malattia che copre di piaghe la pelle e produce dei dolori e un malessere in tutto il corpo, castigo che si cerca di evitare con una pratica magica specifica.

Vi sono dei popoli, come i Tungusi, i Manciuriani, i Cinesi, gli Annamiti, i Tibetani meridionali, i Tai, i Coreani, i Giapponesi, che in caso di necessità formano un nuovo gruppo esogamico, o clan, fondandosi sul principio di cinque generazioni, cioè il nuovo gruppo viene costituito da tutti i discendenti patrilineari, che possono essere riportati ad un antenato comune entro i cinque gradi di p. Presso altri popoli, invece, come gli Yacuti, gli stessi Manciuriani, qualche popolo dell'antica Cina, si forma un nuovo gruppo esogamico secondo il principio di nove generazioni.

Vi sono popoli, come i Tungusi, i Buryatti, i Manciuriani, i Coryacchi, i Ciuchi, gli Aleuti, gli Amerindi, gli antichi Sien-pi e Hsiung-nu, che osservano regole particolari, incidenti sulla p., quali il levirato, il sorato, l'ereditare le mogli dal padre come proprie conclusioni. Presso i Tungusi, p. es., trattandosi della vedova del fratello maggiore, il levirato è obbligatorio; il figlio eredita le mogli del padre, eccettuata la propria madre. Presso le tribù tunguse allevatrici di greggi di renne, un parente iuniore può ereditare le mogli di un parente seniore, cioè dei fratelli maggiori e degli ascendenti del suo clan, come fanno i Buryatti e facevano anticamente i Sien-pi ed i Hsiung-nu.

Presso i Coryacchi e i Ciuchi il levirato è permesso soltanto con la vedova minore, cugina minore, o con la nipote, figlia del fratello o della sorella della defunta moglie, non viceversa, eccetto tra i Coryacchi di Kamenskoye. Il levirato è considerato un diritto, ed anche non esercitando di diviene padri dei figli del defunto e marito della moglie di questo.

Presso gli antichi Cinesi esisteva l'uso che, quando un principe dava la sua figlia in sposa all'Imperatore o ad un altro principe feudale, si dovevano dare rispettivamente nove o dodici donne, di cui una doveva essere la sorella minore della sposa, un'altra la nipote, figlia del fratello della sposa, e tutte le altre appartenere alla famiglia dello stesso nome, e venivano a far parte dell'harem dello sposo.

Tra i doveri particolari di p. è quello della vendetta, che nelle società inferiori supplisce la debole autorità dello Stato. Il modo di concepire questo dovere varia tra popolo e popolo; talvolta l'obbligo della vendetta dura per parecchie generazioni. Presso i Bambuti dell'Ituri la vendetta spetta al capo del gruppo e le cause che la provocano sono varie.

La nomenclatura della p. rispecchia naturalmente i diversi tipi di p. Fu data un tempo la massima importanza al cosiddetto «sistema malese di p.», che fu constatato presso gli abitanti delle isole Hawaii, nella Micronesia e poi nella Melanesia, secondo il quale si chiama padre non solo il proprio padre, ma anche ogni altro uomo che potrebbe esserlo per la sua età, cioè tutti gli uomini dello stesso clan, appartenenti alla generazione immediatamente precedente, e si chiama madre non solo la propria madre, ma tutte le donne del clan, che per la loro età potrebbero esserlo. E sono chiamati fratelli e sorelle gli uomini e le donne della propria generazione; figli e figlie, le persone della generazione susseguente alla propria, e così fino ai gradi di p. di nonno e di nonna e di nipote: l'avo e il pronipote sono nominati come il nonno e il nipote. Tutto il sistema abbraccia cinque generazioni. Arbitrariamente l'etnologo americano Lewes Morgan dedusse da tale nomenclatura, che essa non poteva derivare che da un precedente periodo di promiscuità o agamia generale.

Per molti anni questo argomento fu ritenuto valido, insieme a quello del matriarcato, per sostenere la teoria evoluzionista, che negava per le prime epoche della umanità l'esistenza del matrimonio e della famiglia. Fu poi dimostrato che tale sistema di nomenclatura si riferiva ai rapporti di età dei membri di uno stesso clan, rapporti fondati sulle condizioni della vita sociale. Si rilevò anche che, nelle lingue malesi e nella Polinesia, le relazioni di p. sono talvolta persino più sottilmente distinte che nelle nostre. Ma si poteva, inoltre, mettere in dubbio la serietà dell'argomento riflettendo che se anche fosse stato possibile ignorare la paternità, non poteva esserlo la maternità, mentre la nomenclatura risultava la stessa per i due sessi (v. FAMIGLIA).

Per il diritto canonico e la teologia morale, V. AFFINITÀ; COGNAZIONE: I. c. legale, II. c. spirituale; CONSANGUINEITÀ.

BIBL.: H. L. Morgan, System of consanguinity and affinity of human family, Washington 1871; id., Ancient society, Londra 1877 (2a ed. della trad. tedesca [Die Urgesellschaft], Stoccarda 1900); N. W. Thomas, Kinship organizations and group marriage in Australia, Cambridge 1906; J. G. Frazer, Totemism and exogamy, 4 voll., Londra 1910; A. Gemelli, L'origine della famiglia, Milano 1921; E. Westermark, The history of human marriage, 5a ed., 3 voll., Londra 1924; W. Schmidt-W. Koppers, Völker und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Völker, Ratisbona 1924, p. 142 sgg.; e passim; J. G. Frazer, L'homme, Diesel in Immaterialität, trad. Franc. di P. Sayn, Paris 1928, passim; Ve Semaine internat. d'eth. rel., Lussemburgo 1929 (Parigi 1931); XIIe Sem. de mission. de Louvain, Mariage et famille aux missions, Lovainio 1934; R. Corso, Le istituzioni sociali, in Biasutti, Razze e popoli della terra, I. Torino 1941, pp. 450-72; 3a ed. 1949; O. Falsiro, Il totemismo e l'animismo dell'anima, Napoli 1941, p. 90 sgg. (v. FAMIGLIA; INCESTO; MONOGAMIA); L. Vannicelli, La famiglia cinese. Studio etnologico, Milano 1943, pp. 49, 143-45 e passim; id., La p. di consanguineità e ai affinità e la proibiz. dell'incesto, in Atti del XIV Congr. internaz. di sociol., Roma 1950 (Roma 1951); M. Schulien, L'unità del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropol., linguist. ed etnol., 3a ed., Milano 1946; W. Koppers, Der Urmentsch und sein Weltbild, Vienna 1949, pp. 35 sgg.