PASTORALI, LETTERE. - Appellativo comune alle paoline I e II Timoteo (v.) e Tito (v.), - nel sec. XVII dette pure pontificiae (C. Magalai-nus) - giustificato dalla destinazione a pastori di Chiese e dal contenuto (cf. Frammento muratoriano, in Enchiridion Biblicum, Roma 1927, n. 4; Tertulliano, Adv. Marc., V, 21; PL 2, 556).
In esse la comunità appare solo di riflesso, rivolgendosi lo scrittore direttamente ai capi per istruirsi sui doveri del loro ufficio: scelta dei ministri, esempio di vita santa, difesa della sana dottrina. La comunità dovrà, tuttavia, conoscere il contenuto di queste lettere dalla voce di coloro per mezzo dei quali Paolo esercita la sua superiore autorità di Apostolo (I Tim. 2, 1 sg.; 4, 12; 6, 3 sg. 21; Tit. 2, 1 sg.; 3, 15; II Tim. 4, 22).
Anche la lingua e lo stile concorrono a distinguere le p. p. sia dal gruppo delle Romani, I e II Corinti, Galati, sia dalle epistole della prigionia, alle quali ultime, però, esse sono più vicine per il tempo e per le circostanze di composizione, nonché per la difesa del cristianesimo dai primi attacchi della falsa gnosi. Nelle 1. p. è difficile scoprire un piano: gli insegnamenti, le esortazioni, gli spunti polemici si susseguono, spesso, senza un evidente legame. Con la Filemone sono le più familiari tra le lettere di s. Paolo, le più lontane dall'indole letteraria del genere «epistola».