POMPONIA GRECINA. - Nobildonna romana, moglie di Aulo Plauzio. Secondo la testimonianza di Tacito (Annal., XIII, 32), verso il 58 d. C., « superstitionis externae rea », fu rimessa al giudizio del marito, il quale, secondo l'antica usanza, la giudicò dinanzi ai parenti sulla vita e sulla fama e la dichiarò innocente.
Da questo passo di Tacito, in connessione con le successive affermazioni in cui è detto che per 40 anni P. visse in continua tristezza e non indossò che vesti di lutto, si è comunemente concluso che P. fosse cristiana. Se l'opinione, che sembrò avvalorata dalla scoperta di alcune iscrizioni cristiane di congiunti o discendenti di P. (De Rossi, La Roma sotter. crist., II, Roma 1867, pp. 281-362), non può avere un diretto fondamento nelle parole di Tacito, può tuttavia accettarsi per deduzione.
La superstizione straniera di cui fu accusata P. poteva essere solo la religione ebraica o la cristiana, perché ogni altra non era incompatibile per un romano. Quanto all'ebraismo, oltre al fatto che godeva dei favori presso la corte imperiale, dove la stessa Poppea, favorita di Nerone, era proselita (Giuseppe Flavio, Antiq. Iud., XX, 8), non si capirebbe chi mai avesse potuto accusare P. e farla giudicare. Supponendola invece cristiana, accusatori poterono essere gli stessi Ebrei, che già fin dall'inizio avevano in odio i cristiani ed erano interessati a colpire la propaganda cristiana, facendo sopprimere una delle sue più nobili conquiste.