POMPOSA

POMPOSA. - È un piccolo centro del comune di Codigoro (Ferrara) appartenente alla diocesi di

Article illustration
POMPOSA - Scene dell'Apocalisse. Particolare degli affreschi di scuola riminese (sec. XIV) nell'interno della chiesa abbaziale.
Comacchio (v.). Situato sull'antica Via Romea, deve la sua rinomanza al nucleo di edifici costituenti il millenario monastero di S. Maria in P.

Un'epigrafe frammentaria permette di datare l'esistenza della chiesa primitiva al sec. VII, mentre le notizie storiche risalgono solo al sec. IX; infatti una lettera di papa Giovanni VIII (874) attesta che il monastero di P. dipendeva direttamente dalla Sede Apostolica. In seguito fu sottoposto a varie giurisdizioni tra cui la sede ravennate, metropoli della regione; al tempo degli Ottoni era « monasterium in Italia principa quod Pomposia dicitur ». L'abate era principe dell'Impero e mediante le ricchezze e i privilegi papali (cf. Leone IX [1052]: PL 143, 683) ed imperiali poteva dare incremento alle arti ed alla musica. Guido di Arezzo (v.) vi compose la scala musicale; s. Pier Damiani vi dimorò ed ai monaci pomposiani indirizzò alcuni suoi scritti (PL 144, 386 e 145, 291); l'abate s. Guido degli Strambiati (1010-46) è ricordato come ricostruttore del monastero; un codice del 1093 dà notizie della Biblioteca del monastero fondata dall'abate Girolamo (1078-1107); dell'Archivio, disperso con la Biblioteca durante la bufera napoleonica, furono recuperate ca. 3000 pergamene, donate a Montecassino dal card. di Fürstenberg. Gli Estensi, che già nel sec. XI largirono vasti possessi, nel 1269 ricevettero sotto la loro protezione il monastero che, ridotto in seguito a commenda gentilizia, fu oggetto di preoccupazioni e di studi da parte dello storico estense L. A. Muratori (cf. Antiquitates Italicae medii aevi, V, Milano 1742, p. 337).

Movimenti tellurici e la deviazione del Po resero vano lo sforzo che i monaci compirono per parecchi secoli nella bonifica delle terre pomposiane; perciò i monaci nel sec. XV pensarono di ritirarsi a Ferrara, dove la munificenza del duca Ercole I d'Este aveva offerto il terreno per un vasto monastero che costituisce uno dei complessi monumentali più imponenti del Rinascimento emiliano (v. FERRARA).

BIBL.: P. Federici, Rerum Pomposianarum historia, I, Roma 1781 (il II, di M. Campitelli, si trova inedito a Montecassino ed in copia nella Bibl. Ariostea di Ferrara): riporta numerosi documenti scomparsi all'inizio del sec. XIX; G. Mercati, Il catalogo della bibl. di P., in Studi e docum. di storia e diritto, 16 (1896), pp. 143-77; G. Agnelli, Ferrara e P., Bergamo 1902; M. Roberti, P., Ferrara 1906; P. F. Kehr, Italia pontif., V, Berlino 1911, pp. 177-87; G. Medri, Il tempio di S. Benedetto in Ferrara, Ferrara 1927; M. Salmi, L'abbazia di P., Roma 1935; id., L'abbazia di P. nella storia e nell'arte, in Atti della terza settim. di arte sacra per il clero, Ferrara 13-20 ott. 1935, Città del Vaticano 1936, pp. 182-86. Dante Balboni

S. MARIA DI P. - Il monumento più antico, nel gruppo edilizio costruito dai Benedettini di P., è la chiesa, la cui presente struttura in laterizio, derivata da quelle delle basiliche di Ravenna dei secc. V-VI, risale al tardo sec. VIII. Essa presenta tre navate, divise da sette campate lateralmente, con capitelli e pulvini di varie età: romani, bizantini, preromanici. L'abside ampia ha uno sviluppo poligonale all'esterno e semicircolare all'interno. Davanti alla fronte fu costruito, nel sec. X, un secondo atrio, a tre arcate, dove gli elementi ornamentali, dovuti al lapicida Mazulo, costituiscono un meraviglioso complesso plastico e cromatico con i fregi geometrici e vegetali ricorrenti, in cotto, sulla cortina di mattoni rossi e giallo ocra, gli oculi a transenne marmoree, le sculture vigorose con animali simbolici e le fulgide maioliche di provenienza orientale. Nell'interno della chiesa si ammira anzitutto l'ornamentazione dell'impiantito o lastricato, in cui si distinguono tre zone: la prima, ravennate, a opera tessellata, fra il sec. VIII e il sec. IX; la seconda (sec. XI) a opera settile e tessellata; la terza (sec. XII) a opera alessandrina con ricchi effetti policromi. Tra le pitture a fresco che ornano le pareti emergono, nella calotta dell'abside, il Cristo in maestà, gli angeli e i santi, con il committente abate Andrea (1351), dipinti su schemi bizantino-romanici, forse dal bolognese Vitale delle Madonne, mentre nella zona sottostante sono effigiati Evangelisti e Dottori e storie di s. Eustachio, fra le quali assai vivace quella del martirio. Sulle pareti della navata maggiore altri pittori bolognesi meno esperti, del medesimo periodo, hanno raffigurato, con una certa eloquenza popolarese, fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento con episodi dell'Apocalisse. Sulla parete interna di facciata si svolgono le ammonitrici scene del Giudizio finale. Accanto alla chiesa sorge la maestosa torre campanaria, alta ca. 50 metri, simile ad un faro di civiltà monastica, dominante le attigue valli lagunari. Il suo autore Deusdedit (1063) vi ha impiegato gli schemi dell'edilizia lombarda nelle lesene sottili, nei sovrapposti ordini di finestre con colonnine marmoree e nella slanciata cuspide a cono, né ha tralasciato di utilizzare taluni dei motivi del predecessore Mazulo, come i fregi in cotto e le ceramiche. Del vasto monastero aderente alla chiesa rimangono, con vestigia d'arte, l'aula capitolare, il dormitorio sovrastante e il refettorio, trasformato ora in piccolo museo dell'abbazia. L'aula del Capitolo si orna, all'esterno, di un bel portale e di due bifore ad ogiva, in cotto, duecenteschi, e, nell'interno, di una robusta scena a fresco della Crocifissione (probabilmente bolo-

gnese) e di una serie di Profeti e santi, appaiati, dipinti a chiaroscuro da un rude pennello romagnolo (opere tutte del sec. xiv). Le gemme pittoriche di P. si trovano, però, nel refettorio e sono gli affreschi che vi esegui un valoroso maestro della scuola di Rimini, molto probabilmente Pietro, fra il 1316 e il 1320, accordando in maniera suaiva finezze bizantine e salde definizioni giottesche della realtà. Lo scomparto centrale raffigura il Redentore, fra la Vergine, il Battista, s. Benedetto e s. Guido, e le scene laterali rappresentano l'Ultima Cena, con la tavola circolare, e il miracolo del santo abate pomposiano Guido degli Strambiati, che, cenando con il suo ospite Gebeardo, arcivescovo di Ravenna (1026), trasmuta l'acqua in vino. Una singolare nota di vita civile, nell'insieme edilizio di P., è data, infine, dal Palazzo della Ragione, dove gli abati amministravano la giustizia; massiccia costruzione in laterizio, di tipo veneto (sec. xi), a sviluppo orizzontale, con due ordini di loggiati a colonnine marmoree, interrotto l'inferiore, nel centro, dall'arcata d'accesso. Attorno a questa fabbrica, come alle altre dell'eremo benedettino, fatiscenti o deturpate dai posteri inconsapevoli, si esercitarono, negli ultimi decenni, le provvidenze dei restauratori, con risultati che si possono ritenere tra i più felici e meritori, per cautela di criteri estetici e provata perizia tecnica. - Vedi tav. CXVI.

BIBL.: V. SORA.

Alberto Noppi

Cite this article

“POMPOSA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1037. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pomposa.